Palestina: l’uccisione di un bimbo da parte dei coloni israeliani potrebbe scatenare una guerra dopo il lutto

Palestina: l’uccisione di un bimbo da parte dei coloni israeliani potrebbe scatenare una guerra dopo il lutto

La morte innocente di Ali Saad Dawabsha, il bimbo di 18 mesi, durante l’incendio doloso provocato, secondo la polizia, da coloni israeliani, ha sollevato la rabbia collettiva dei palestinesi, che in migliaia sono scesi in strada a manifestare, sia in Cisgiordania che a Gaza. Nel villaggio di Douma, nei pressi di Nablus, dove il bimbo è morto, o meglio, dove è stato ucciso, centinaia di persone hanno partecipato ai funerali. Tra loro, il primo ministro palestinese Rami Hamdallah, che ha esortato “la comunità internazionale ad agire”, perché “ogni giorno i diritti dei palestinesi vengono violati in Cisgiordania e per i martiri uccisi”. Un enorme corteo è partito dalla casa dei Dawabsha, una minuscola abitazione completamente distrutta, dove restano solo le poche foto di famiglia, tra le quali quella del bimbo sorridente. Ciò che ha colpito è la scritta in ebraico rimasta intatta sul muro portante: “Viva il messia”, “Vendetta” e “Il prezzo da pagare”.

A Hebron, grande città a sud della Cisgiordania, dove le tensioni con i coloni ebrei sono fortissime, centinaia di palestinesi hanno manifestato per le strade. La manifestazione è però degenerata subito quando i manifestanti hanno cominciato a lanciare pietre contro i soldati israeliani, che hanno replicato con granate lacrimogene. Un film già visto durante la prima e la seconda Intifada. Sulla Spianata della Moschea di Gerusalemme, invece, moltissimi fedeli dell’Islam si sono raccolti nella consueta preghiera del venerdì.

La reazione israeliana

Da parte israeliana giungono due notizie: la prima è che il presidente della Repubblica, Reuven Rivlin, ha manifestato l’intenzione di recarsi in Cisgiordania nella tarda serata di venerdì per portare il suo cordoglio  e quello degli israeliani indignati contro questo ennesimo atto di crudeltà, ai genitori del bimbo ucciso. La seconda è che si è deciso di rafforzare la presenza dell’esercito israeliano nei dintorni di Nablus con il preciso scopo di catturare gli assassini e autori dell’incendio di quella povera abitazione. Le autorità israeliane parlano ora esplicitamente di loro come “terroristi mascherati”, anche per evitare lo scoppio di una nuova intifada nei Territori occupati. Il portavoce della polizia israeliana ha dichiarato: “pensiamo che l’attacco abbia motivazioni nazionaliste”, ed ha qualificato l’attacco come il più grave lanciato dagli estremisti israeliani contro i palestinesi da almeno un anno, quando un adolescente arabo era stato bruciato vivo a Gerusalemme, atrocità alla quale fece seguito la vendetta contro tre giovani israeliani assassinati in Cisgiordania. Il portavoce, tuttavia, ha dimenticato di ricordare alla stampa internazionale che i capi dell’estremismo religioso israeliano sono tutti al governo con Netanyahu.

Sono anni ormai che gli estremisti della destra israeliana compiono aggressioni e atti di vandalismo contro palestinesi e arabi israeliani. Questa settimana, la decisione di distruggere parte degli insediamenti ebraici illegali nei Territori occupati, da parte della Corte Suprema di Tel Aviv, ha scatenato la collera, ingiustificata, dei coloni a Beit El. Ecco che è subito intervenuto il governo, del quale appunto fanno parte molti falchi dell’estremismo di destra, decidendo la ricostruzione di almeno 300 abitazioni in questa colonia. Insomma, da molto tempo tra coloni e Corte Suprema israeliani si combatte una guerra di legalità. Il governo Netanyahu si è sempre schierato dalla parte dei coloni, perché, si teme, essi possono rispondere alla strategia di allargamento di Israele attraverso nuovi insediamenti.

Il premier palestinese si appella alla Corte penale internazionale

Il presidente palestinese Mahmoud Abbas ha chiesto l’intervento della Corte Penale Internazionale per fermare questa scellerata strategia del governo Netanyahu che ha portato la guerra nel 2014 con più di 2500 morti palestinesi, 700 dei quali erano bambini. Nabil Abou Rdainah, un suo portavoce, ha aggiunto all’agenzia di stampa palestinese: “Un crimine di tale barbarie non sarebbe stato commesso se il governo israeliano non insistesse nel proseguire con gli interventi di colonizzazione e con la tutela dei coloni”.

Il premier Netanyahu, a sua volta, si fa prendere dalle lacrime di coccodrillo, con una telefonata ad Abbas con la quale ha voluto esprimere il suo cordoglio e si è detto “scioccato da questo atto orribile”, che secondo lui è “un atto di terrorismo”. Ma allora, se così fosse, non farebbe meglio a cambiare le sue politiche e le sue strategie di colonizzazione e degli insediamenti? Cosa teme? Di perdere il consenso degli estremisti di destra, evidentemente. Sul fronte delle reazioni europee, si è fatta sentire anche Federica Mogherini, capo della diplomazia di Bruxelles: “tolleranza zero per le violenze dei coloni”. E chi dovrebbe applicare la tolleranza zero? Il governo di estrema destra? Ne dubitiamo.

Il durissimo intervento di Ban-ki-moon

Bene ha fatto dunque il segretario generale dell’Onu, Ban-ki-moon, a non limitarsi a condannare l’omicidio del piccolo Ali, ma a denunciare apertamente l’assenza del processo di pace in Palestina per effetto della politica degli insediamenti illegali, che alimentano l’estremismo violento da parte dei coloni israeliani. La portavoce del segretario generale dell’ONU, Stephane Dujarric, ha detto che “si continua a garantire impunità a coloro che si macchiano di atti ripetuti negli insediamenti, che hanno condotto ad un altro orribile incidente che ha visto la morte di una vita innocente. Tutto ciò deve finire”. Ed è questa la verità: Israele ha più volte promesso, attraverso impegni sempre disattesi, che avrebbe messo fine alle violenze degli estremisti, ma ad oggi solo una manciata di loro è stata processata e condannata.

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