La Socialdemocrazia nel fuoco delle polemiche. Base in rivolta, errori dei capi, dimissioni

La Socialdemocrazia nel fuoco delle polemiche. Base in rivolta, errori dei capi, dimissioni

La base insorge contro il vicecancelliere e segretario del partito Sigmar Gabriel. Nell’Europarlamento si chiedono le dimissioni del presidente Martin Schulz. Aspre critiche vengono riservate al ministro della Giustizia Heiko Maas. È giunta l’ora della verità per la socialdemocrazia tedesca?

L’SPD non è un partito qualsiasi nel panorama politico tedesco ed europeo. Con alle spalle oltre 150 anni di storia, vanta tra i suoi membri e i suoi segretari nomi cospicui come August Babel, Ferdinand Lassalle, Karl Kautsky, Eduard Bernstein, Karl Liebknecht e Rosa Luxemburg (anche se questi ultimi vennero assassinati con il beneplacito di un altro socialdemocratico, l’allora ministro della difesa Gustav Noske). L’SPD ha inoltre donato alla Germania l’ossatura fondamentale della “modernissima” Costituzione di Weimar, nonché cancellieri come Philipp Scheidemann, Hermann Müller e, nel secondo dopoguerra, Willy Brandt ed Helmut Schmidt. Eppure adesso, sull’onda di polemiche interne e di complicazioni internazionali, pare decisamente sentire gli acciacchi dell’età.

Durante le ultime settimane si sono moltiplicati gli attacchi ai vertici del partito diretti sia dall’opposizione – ovvero, nel contesto tedesco, dai Grüne e dalla Linke – sia dalla stessa base socialdemocratica. Soprattutto in internet, il segretario dell’SPD Sigmar Gabriel, Vice-cancelliere della grande coalizione e Ministro dell’economia, è stato fatto oggetto di veementi critiche per il proprio atteggiamento ambiguo in diverse questioni su cui i Genossen – i compagni di partito, un termine che nel vocabolario politico tedesco non è stato ancora bandito – difficilmente avrebbero potuto chiudere un occhio.

I tre peccati di Sigmar Gabriel

Una prima ragione era emersa già a inizio anno, quando Ganriel aveva infelicemente definito i partecipanti alle manifestazioni di Pegida (Patriotische Europäer gegen die Islamisierung des Abendlandes, Patrioti europei contro l’islamizzazione dell’occidente) come «cittadini preoccupati», mentre presto emerse come questi fossero per la maggior parte aderenti all’estrema destra e neo-nazisti – per la cronaca: dopo tale “rivelazione” il movimento di Pegida si è rapidamente sgonfiato fino, in pratica, a scomparire.

Il secondo inciampo fu, per la verità, dovuto al suo stretto collaboratore e Ministro della giustizia Heiko Maas, che ha perorato e portato avanti, contro l’opinione della base e di molti parlamentari socialdemocratici, le pratiche di salvataggio e conservazione dei dati personali nelle comunicazioni, in particolare via internet, per un periodo di sei mesi – giustificata come necessaria alla lotta contro il terrorismo e alla criminalità, ma ritenuta incostituzionale dalla Corte costituzionale tedesca e, soprattutto, fortemente osteggiata dalla base del partito come lesiva della privacy e della libertà individuale.

L’ultimo e più grave capo d’accusa a Sigmar Gabriel è comunque rappresentato dalla posizione altalenante assunta nei confronti della crisi greca. La Frankfurter Allgemeine Zeitung scrive addirittura di crescente «rabbia e incomprensione di molti membri per la direzione di marcia del loro segretario di partito», percepita – per usare termini educati – come «un percorso a zig zag».

La rivolta dei Genossen

Una manifestazione chiara di questo disagio è stata fornita dal 36enne Björn Uhde, membro della SPD dello Schleswig-Holstein e moderatore di un forum cui partecipano oltre 8000 compagni di partito. Uhde ha infatti inviato una lettera aperta a Sigmar Gabriel dal titolo “Zickzack No More” (chiara eco del “Minister No More” di Varoufakis) in cui lo accusa di incoerenza sulla questione greca – Gabriel ha infatti inizialmente «salutato positivamente il referendum», per poi dichiarare, dopo il “no”, che «Tsipras ha tagliato gli ultimi ponti» tra il suo paese e l’Europa. La base dell’SPD, inoltre, contesta al Vice-cancelliere l’adozione di strategie, riguardo al debito di Atene, ben più dure rispetto a quelle della stessa Angela Merkel, scoprendosi incredula di come un partito socialdemocratico non riesca a solidarizzare col governo di sinistra della penisola ellenica.

Sempre le esternazioni in merito al referendum del 5 luglio hanno posto alla berlina un ulteriore membro di spicco dell’SPD, il Presidente del Parlamento europeo Martin Schulz che, recentemente, ha attirato le critiche di Barbara Spinelli e di altri eurodeputati – non si tratta però in questo caso di una fronda in seno alla socialdemocrazia o al PSE, quanto piuttosto di attacchi provenienti dalla sinistra e dai verdi. «Brutale e ottuso» è stato infatti definito il comportamento di Schulz sulla questione referendaria, dato che egli avrebbe condotto una aperta campagna per il “sì” e contro il governo Tsipras. A ciò si aggiunge anche la mancanza di trasparenza riguardo al cosiddetto trattato di libero scambio tra Nord America e Unione Europea (il TTIP), questione sulla quale, tuttavia, le colpe di Schulz non possono essere che minime, essendo questo trattato ancora di assoluta competenza della Commissione europea e, per il momento, non dell’Europarlamento.

Una socialdemocrazia al bivio

Se di Schulz sono state dunque chieste le dimissioni – ma è ragionevole ritenere che tale passo non avrà seguito – e pare difficile vedere un futuro politico in ascesa (si legga: cancellierato) per Sigmar Gabriel, il quale dovrà accontentarsi di essere stato il vice del terzo governo Merkel, non resta da chiedersi cosa accadrà del Partito Socialdemocratico Tedesco. È innegabile, infatti, che una crisi lo stia attraversando proprio ai vertici, e che i malumori nell’elettorato possano facilmente volgersi in disaffezione e abbandono, magari proprio in direzione delle opposizioni verdi e di sinistra.

Tuttavia, nonostante l’età, è bene non sottovalutare la vecchia SPD. La prova delle grandi coalizioni – nonostante sia un segno di maturità e una pratica accettata sin dai tempi di Weimar – crea necessariamente contrasti con la base, ma è altrettanto vero che i Genossen socialdemocratici difficilmente volgono le spalle al proprio partito, anche perché esso si dimostra capace di un dialogo interno e di un confronto sempre aperto alle discussioni – come ricorda lo stesso Björn Uhde. Nell’SPD non ci sono capi o capetti indiscutibili e infallibili, ed esso è in grado di assumere forme e facce diverse soprattutto nelle declinazioni locali e statali – ben distinte da quella federale. Esiste, dunque, un SPD di sinistra che sta levando la propria voce contro l’attuale segreteria, colpevole di voler rendere la socialdemocrazia una CDU 2.0, e se tali forze riusciranno a trovare espressione e ad avere una voce in capitolo nella direzione, un riorientamento della socialdemocrazia, sia nelle questioni interne che in quelle internazionali, è altamente probabile.

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