Krugman: “la mostruosa autoindulgenza delle elite europee ha creato crisi e recessione”

Krugman: “la mostruosa autoindulgenza delle elite europee ha creato crisi e recessione”

Il premio Nobel per l’economia Paul Krugman ha scritto l’ennesimo fondo sul New York Times in cui contesta le scelte sciagurate delle elite europee e le politiche di austerità e di tagli alla spesa pubblica. Krugman, inoltre, si dice convinto della necessità della uscita della Grecia dalla zona euro, anche se ciò porrebbe ulteriori e giganteschi problemi. Lo abbiamo tradotto per i nostri lettori. 

C’è un po’ di calma nelle notizie che giungono dall’Europa, ma la situazione è più terribile che mai. La Grecia sperimenta una recessione peggiore di quella della Grande Depressione, e nulla che accade ora offre la speranza di una ripresa. La Spagna è stata salutata come una storia di successi, perché la sua economia è finalmente in crescita – ma ha ancora il 22% di disoccupazione. E vi è un arco di economie in stagnazione anche al top del continente: la Finlandia sta vivendo una depressione paragonabile a quella del Sud Europa, e Danimarca e Olanda fanno del loro peggio.

Come mai le cose sono andate così male? La risposta è che ciò accade quando politici autoindulgenti ignorano aritmetica e lezioni della storia. E no, non parlo dei militanti di sinistra in Grecia o altrove; parlo degli uomini ultrarispettabili di Berlino, Parigi e Bruxelles, che hanno trascorso un quarto di secolo a cercare di far funzionare l’Europa sulla base di economie di fantasia. A coloro che non sappiano molto di economia, o che abbiano scelto di ignorare gli interrogativi difficili, l’istituzione della moneta unica europea è sembrata una grande idea. Si fanno affari oltre i confini nazionali assai più facilmente e si rivela come un simbolo potente di unità. Chi mai avrebbe potuto prevedere gli enormi problemi che l’euro avrebbe causato?

Oggi, moltissimi. Nel gennaio 2010, due economisti europei pubblicarono un articolo dal titolo “non può accadere, è una pessima idea, non durerà”, deridendo economisti americani che avevano avvertito che l’euro avrebbe determinato enormi problemi. Col senno di poi, l’articolo non era che un classico: nel momento in cui era stato scritto, tutte quelle previsioni disperate aspettavano solo di essere vendicate. E l’elenco della hall of fame degli economisti citati per il pessimismo erroneo è diventata oggi, invece, una sorta di elenco dei migliori, una sorta di who’s who di coloro che avevano più o meno ragione. L’unico grande errore degli euroscettici era il fatto di aver sottostimato la quantità del danno che la moneta unica avrebbe comportato. Il punto è che non era affatto difficile da prevedere, fin dall’inizio, che l’unione monetaria senza l’unione politica sarebbe stato un progetto opinabile. Perché allora l’Europa vi si è intestardita?

Innanzitutto, direi, perché l’idea dell’euro sembrava ottima. Vale a dire, sembrava ottima nel lungo periodo, nella previsione europeista, esattamente quel genere di cose che piacciono a quelle persone che tengono i discorsi a Davos. Questa gente non voleva parlare con quegli ottimi e intelligenti economisti che gli dicevano che la loro visione così eccitante era una pessima idea. In secondo luogo, nelle elite europee è diventato presto difficile sollevare obiezioni sul progetto di moneta. Ricordo benissimo l’atmosfera dei primi anni ’90: chiunque avesse messo in discussione la desiderabilità dell’euro era esplicitamente cacciato via dal dibattito. Se poi era un americano che esprimeva dubbi, invariabilmente lo si accusava di altre motivazioni – essere ostile all’Europa, o voler preservare il “privilegio esorbitante” del dollaro. E così, l’euro giunse. Per un decennio dopo la sua introduzione una bolla finanziaria enorme ne mascherò i problemi. Ma adesso, come ho detto, tutti i timori degli scettici sono stati vendicati.

Ma la storia non finisce qui. Quando cominciarono le tensioni sull’euro, previste e prevedibili, la risposta della politica europea fu quella di imporre un’austerità draconiana sulle nazioni debitrici – e di negare la banale evidenza logica e storica che suggeriva che queste politiche avrebbero inflitto terribili danni economici e avrebbero fallito nella promessa riduzione del debito. È perfino stupefacente anche oggi considerare quanto allegramente i dirigenti europei abbiano messo da parte i consigli di chi diceva che il taglio della spesa pubblica e l’aumento delle tasse avrebbero causato una recessione profonda, quanto abbiano insistito sul fatto che tutto andasse bene perché la disciplina fiscale ispira fiducia. (Io non lo pensavo). La verità è che cercare di affrontare i debiti enormi con la sola austerità – in particolare, mentre nello stesso tempo si persegue una durissima politica monetaria – non funziona mai. Non ha funzionato nella Gran Bretagna del primo dopoguerra, nonostante immensi sacrifici; perché attendersi che debba funzionare oggi in Grecia?

Cosa dovrebbe fare ora l’Europa? Non vi sono buone notizie – ma la ragione è che non vi sono buone notizie perché l’euro si è trasformato in una sorta di Roach Motel, in una trappola per topi da cui è difficile uscire. Se la Grecia avesse ancora la sua moneta nazionale, sarebbe soverchiante la possibilità di una svalutazione che migliorerebbe la competitività greca e porrebbe fine alla deflazione. Il fatto che la Grecia non abbia più una sua moneta, che dovrebbe crearne una dal nulla, rimette tutto in gioco. La mia opinione è che l’uscita dall’euro si dimostrerà nuovamente necessaria. E in qualche caso sarà essenziale cancellare gran parte del debito greco.

Tuttavia, non esiste una discussione chiara su queste opzioni, perché il discorso europeo è ancora dominato dalle idee che le elite continentali considerano vere, e che invece non lo sono. E l’Europa sta pagando un prezzo terribile per questa mostruosa autoindulgenza.

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