Intervista a Franco Martini, segretario confederale CGIL: il rinnovo dei contratti non si può fermare

Intervista a Franco Martini, segretario confederale CGIL: il rinnovo dei contratti non si può fermare

“Non abbiamo mai negato la necessità di procedere a un ulteriore aggiornamento dell’attuale sistema della contrattazione. E tuttavia, poiché non esiste un’ora zero alla quale tutti i settori hanno proceduto al rinnovo del proprio ccnl, la discussione sul sistema generale della contrattazione non può avvenire fermando la ruota dei rinnovi”. Franco Martini, componente della segreteria confederale Cgil, risponde – forte del suo ruolo di responsabile dell’area contrattazione – alla proposta lanciata nei giorni scorsi dalla Cisl sull’articolazione del contratto nazionale e del secondo livello aziendale o territoriale.

“I tavoli dei rinnovi contrattuali – prosegue – non devono essere bloccati, debbono procedere fisiologicamente, cercando di essere essi stessi luogo di innovazioni da introdurre nella contrattazione. Del resto, il fatto che importanti categorie abbiano già presentato unitariamente le piattaforme di rinnovo – facendo uno sforzo per sintonizzarle con i nuovi bisogni – conferma che non è solo un’opinione della Cgil, ma anche di Cisl e Uil. Dire ‘prima i contratti, poi il modello’ non è un trucco per scansare la sfida che ci viene proposta, ma semplice buon senso”.

Perché la riforma della contrattazione viene presentata come un’emergenza?

La decadenza dell’accordo separato del 2009 fa dire a Confindustria e a una buona parte del mondo politico che la contrattazione è senza regole e che occorre rapidamente ridefinirle, anche in relazione all’esigenza di agganciare la ripresa. Questo argomento è carico di inesattezze, di forzature e di vere e proprie strumentalizzazioni, per questo occorre mettere ordine alle questioni.

Proviamoci.

Innanzitutto, non è affatto vero che le regole non ci sono. Vorrei ricordare che in questi ultimi anni sono stati siglati – anche da parte di chi oggi tanto si agita – accordi che ribadiscono con molta chiarezza come deve funzionare la contrattazione nel nostro paese. Dopo il 2009 vi è stato l’accordo del 28 giugno 2011 che definisce nei dettagli cosa deve fare il contratto nazionale e cosa il secondo livello. In questo secondo caso, addirittura, si prevede la possibilità che i contrati aziendali possano introdurre delle modifiche ai ccnl, in base alle specifiche esigenze aziendali, tanto per ricordare quanto il baricentro si sia spostato verso il secondo livello. Non solo. Con il 2014 si è arrivati a definire anche le regole della rappresentanza, con le quali dovremmo chiudere la brutta stagione degli accordi separati e inaugurare quella della democrazia a tutti i livelli. Dire, quindi, che siamo senza regole è un’evidente forzatura. Si può dire che occorre aggiornare il modello contrattuale per renderlo ancor più in grado di rappresentare i cambiamenti del mondo del lavoro, ma dire che siamo senza bussola è semplicemente una menzogna.

Perché, secondo te, si preferisce continuare a sostenere il falso?

La verità è che dietro tutta questa discussione si cela il vero nodo della questione. L’unica regola di cui effettivamente non disponiamo è quella con la quale definire gli incrementi salariali, poiché l’Ipca era parte dell’accordo 2009, ormai decaduto. Partendo da un’esigenza concreta – con quali criteri avanzare le richieste di aumento –, tanto più in una fase di grave crisi come quella vissuta in questi anni, Confindustria insegue un obiettivo assolutamente inaccettabile per noi: una forte compressione dei minimi salariali e una loro trasformazione in elemento variabile. Almeno questo è ciò che si capisce dalle proposte avanzate nelle occasioni di incontro formali e informali che si sono avute, perché quando si afferma che la stabilizzazione degli aumenti avviene a valle e non a monte della decorrenza contrattuale, di fatto si annulla la certezza della dinamica incrementale. Non si può cavalcare la crisi per far passare un progetto che, di fatto, svalorizza la funzione del ccnl, tanto più se si vuol contrastare il tentativo del governo di superarlo con l’introduzione del salario minimo legale. Se c’è la crisi discutiamo della contrattazione ai tempi della recessione, ma non cavalchiamola per smantellare la funzione che deve svolgere il contratto nazionale per le tutele collettive.

Una risposta sbagliata a un problema reale…

Il fatto è che non si può nobilitare con una presunta modernizzazione questo intento, perché non aiuta a fare una vera discussione sulla riforma della contrattazione. E sulla questione salariale, se è vero che il 70% non esercita il secondo livello di contrattazione, non si può dire che il ccnl ha solo la funzione di rincorrere l’inflazione. Occorre innanzitutto fare una discussione obiettiva sui livelli medi dei salari italiani, nel panorama europeo e, in secondo luogo, affrontare il tema della redistribuzione della ricchezza prodotta là dove non è l’azienda il luogo negoziale possibile. Questi sono problemi reali, non pretestuosi.

Insomma, dalle tue parole emerge ancora una volta come, per la Cgil, riformare la contrattazione sia una necessità.

Lo ripeto: la Cgil non si oppone a una discussione sul modello contrattuale, ma non è disposta a farsi risucchiare in una discussione finta e strumentale. Siamo per discutere seriamente, mettendo in campo le questioni di merito. Le abbiamo portate ai tavoli di confronto con Cisl e Uil in questi mesi, trovando importanti convergenze e vorremmo poter proseguire questo confronto, per mettere a punto un’ipotesi unitaria. Anche per questo non capiamo certe accelerazioni, che sembrano rispondere a dinamiche estranee alla vita sindacale. Per essere ancora più chiari, questo lavoro dobbiamo farlo non perché “altrimenti il governo interviene per legge”, ma perché ne rileviamo noi la necessità ed eventualmente l’urgenza; per questo sosteniamo che è assolutamente necessario mettere a punto un progetto autonomo del sindacato, senza rincorrere l’una o l’altra suggestione o condizione imposta dall’esterno. Se prevalesse il merito ci renderemmo conto che un progetto di riforma della contrattazione, elaborato autonomamente ed unitariamente dal sindacato, avrebbe una tale forza dirompente da togliere a qualche interlocutore la titolarità nel guidare le danze, che autonomamente si è attribuita.

Vogliamo fare un primo esempio?

Nella nostra idea di riforma c’è l’esigenza di ridimensionare il numero dei contratti, attraverso una lettura più aggiornata della composizione merceologica dei settori, delle loro articolazioni e dimensioni, anche sovranazionali. Ma occorre dire con estrema chiarezza che la moltiplicazione dei contratti è anche figlia della disarticolazione della rappresentanza. È arrivato il momento di dire che anche le associazioni datoriali debbono sottoporsi alla misurazione della rappresentanza effettiva, perché è assolutamente inaccettabile che, nel momento in cui assistiamo alle lezioni di modernità contrattuale, ci viene chiesto di sottoscrivere nuovi ccnl, di costituire nuovi fondi integrativi e nuovi enti bilaterali. Si faccia unitariamente una proposta che faccia argine a questa deriva corporativa e settorialista, che non nasce certo dalla pancia dei sindacati.

E in merito al secondo livello di contrattazione?

Ci stavo arrivando. Fatto tutto questo, la Cgil non è contraria a investire sul secondo livello. Non lo è perché è coerente con quanto già sottoscritto negli accordi citati. Vorrei dire che questa non è un’invenzione dell’ultima ora. Occorre chiedersi se quel 30% che esercita questo livello rappresenti una soglia fisiologica oppure può essere estesa. Siamo talmente d’accordo di investire su questo livello, che non ci basta risolvere la questione con la tassa individuata nel ccnl per le aziende che non la praticano, l’elemento economico di garanzia. Questa soluzione esiste già da anni in tanti settori e il risultato è quello che è. Forse, occorre entrare più nel merito della composizione del sistema di imprese nel nostro paese, della struttura del mercato del lavoro. Ci sono settori dove il secondo livello in azienda è oggettivamente impraticabile, in quel caso dobbiamo aprire una discussione sul livello territoriale, ma non in maniera astratta. In altri, invece, ci sono resistenze, probabilmente da ambo le parti, e vanno rimosse anche attraverso un salto culturale. Se la contrattazione di secondo livello viene vissuta come un impedimento al libero esercizio dell’impresa sul governo dell’organizzazione del lavoro, allora è chiaro che rischia di esaurirsi in una mera pratica salariale, dove ciò è possibile. Sviluppare il secondo livello significa invece mettere al centro la condizione di chi lavora, orari, turni, ambiente e sicurezza, tutto ciò che distingue la flessibilità dalla precarietà. Su questo la Cgil è arciconvinta, lo è altrettanto Confindustria? O ritiene di insistere su proposte del tipo “se fai il secondo, non fai il primo” e viceversa? Questo non è riformare, ma deformare la funzione contrattuale.

Si guarda, dunque, alla riapertura di un cantiere unitario sulla contrattazione?

La Cgil ha dichiarato la propria disponibilità a proseguire questo lavoro con Cisl e Uil, fin dalla ripresa dell’attività autunnale. Non serve enfasi, ma molto realismo. E soprattutto occorre avere chiara la scaletta delle priorità, perché se c’è qualcuno che pensa che qualora le confederazioni sindacali riuscissero a delineare una proposta unitaria sui problemi della contrattazione, il più sarebbe fatto, questo qualcuno si sbaglia di grosso.

A cosa ti riferisci?

Al fatto che, se è vero che il sistema delle imprese vuole agganciare la ripresa, è sconcertante che si discuta tanto della contrattazione e siano sparite le vere cause del gap competitivo, vale a dire deficit infrastrutturale, efficienza ed efficacia della pubblica amministrazione, investimenti pubblici e privati, ricerca e innovazione. Il governo che fa? Confindustria che fa? L’unica risposta è pagare meno chi lavora? Con il risultato di essere in fondo alla classifica della qualità dei fattori produttivi, come ha dimostrato un’inchiesta pubblicata in questi giorni. Quindi, politiche per la crescita, innanzitutto. Poi, politiche fiscali finalizzate all’occupazione. Il problema è molto più consistente della detassazione degli incrementi salariali legati alla produttività, sui quali peraltro non abbiamo mai opposto resistenza. Ma nella situazione in cui siamo, occorre che il governo metta in campo uno sforzo affinché la leva fiscale, attraverso una reale progressività, favorisca le misure a sostegno della stabilizzazione e dell’incremento occupazionale, che è cosa un po’ più consistente del contratto a tutele crescenti. Anche perché senza questo sforzo, noi negheremo un futuro pensionistico alle nuove generazioni che entrano nel mondo del lavoro.

È corretto dire che è questo il vero fulcro della riforma cui pensa la Cgil?

La contrattazione va riformata per essere più inclusiva, per tenere dentro i diritti e le tutele interi mondi che fino a oggi sono stati ai margini delle dinamiche contrattuali. Anche per questo vogliamo mettere in campo la proposta per un nuovo Statuto dei diritti delle lavoratrici e dei lavoratori, che non guardi indietro, perché quella che abbiamo alle spalle è una storia importante, ma non sufficiente. Su quelle basi occorre costruire una nuova Costituzione dei diritti, che tenga dentro tutti. Non meno diritti per tutti, dunque, ma nuovi diritti per tutti. Parlare di contrattazione significa allora parlare anche di diritti, per giunta costituzionali. Per questo il nostro progetto vuole esprimere un’idea, un punto di vista che nasca dal mondo del lavoro, dal sindacato, autonomamente. Per questo confronto siamo pronti, naturalmente, se l’oggetto della discussione guarda oltre l’emergenza dettata dagli altri. Dopodiché, la cartina di tornasole dell’effettiva volontà di fare una discussione vera per noi sta sui tavoli dove sono state presentate le piattaforme. Si avviino i negoziati e si proceda ai rinnovi, applicando le nuove regole previste dal Testo unico. Qualunque opposizione a questa linea di condotta rivelerebbe le vere intenzioni di chi se ne dovesse fare interprete. Ma a quel punto il problema non sarebbe la Cgil.

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