Il nuovo terrorismo globale del Califfato. Ne parliamo con Annamaria Cossiga e Mario Pesce, docenti in due università romane, e autori di Migrazioni, diaspore e complessità

Il nuovo terrorismo globale del Califfato. Ne parliamo con Annamaria Cossiga e Mario Pesce, docenti in due università romane, e autori di Migrazioni, diaspore e complessità

Gli eventi dei giorni scorsi, con gli attentati sanguinari di matrice jihadista in tre continenti e la scoperta della presenza ovunque in Europa, anche in Italia, di convertiti all’Islam che partono per il cosiddetto Califfato di Al-Baghdadi, ripropongono la questione del terrorismo fondamentalista e dell’arruolamento di migliaia di europei. Ne abbiamo parlato con due specialisti di Geopolitica, Annamaria Cossiga e Mario Pesce, entrambi docenti all’Università di Roma, che hanno appena pubblicato un libro dal titolo Migrazioni, diaspore e complessità, edito da Eurilink edizioni.

Professoressa Cossiga, intanto, che cosa è il terrorismo fondamentalista di matrice religiosa, e perché gli attacchi contro i simboli della civiltà occidentale e della sua cultura, ovunque?

Non esiste una definizione su cui tutti si trovino d’accordo. Di “terrorismi” ne abbiamo conosciuti molti, impiegati nel tentativo di raggiungere l’indipendenza da uno Stato per fondarne un altro, o di tipo rivoluzionario, per sovvertire un ordine e fondarne un altro. Abbiamo chiamato allo stesso modo terrorismo quello dell’Irgun, dell’Ira, delle Brigate Rosse e dei palestinesi, in anni passati, chiamiamo terrorismo, oggi, quello di Hamas, di Hezbollah, di al Qaeda e dell’IS. Se ci riflettiamo, si è sempre trattato di terrorismi localizzati, fatta eccezione per gli ultimi due. Lo jihadismo compie atti di “terrorismo globale”. Il “nemico” non è la Gran Bretagna del Mandato in Palestina o quella in Irlanda del Nord, non è lo Stato italiano, non è Israele o gli ebrei (il terrorismo palestinese colpiva, una volta, obiettivi ebraici in tutto il mondo). Il nemico, adesso, è chiunque non si adegui all’Islam salafita, ovunque sia, in primis gli sciiti, gli apostati archetipici, poi gli altri musulmani apostati, poi gli occidentali infedeli. Lo scopo, però, è lo stesso: fondare il califfato, cioè uno stato islamico globale. Si tratta di quella che chiamerei una rivoluzione al contrario. Per l’IS e per i suoi accoliti il mondo nuovo è quello del passato, del periodo d’oro dell’islam, e l’uomo nuovo è il musulmano che si comporta come i pii antenati (da cui salafismo). uella degli jihadisti è una sorta di rivoluzione al contrarioQqqquwllaPerciò, via apostati e infedeli. Un solo tipo di uomo, con un pensiero unico, in uno stato che occupa il mondo intero.

Se questa è la strategia jihadista, nessun cittadino al mondo è al sicuro. Come si può reagire?

Una globalizzazione davvero unificante, e nel più antilibertario dei modi. Ma si tratta anche di guerra, soprattutto nel caso dell’IS, combattuta sul terreno, con soldati e un esercito. Forse non (ancora) ben organizzato, ma un esercito che combatte e vince. Terrorismo, rivoluzione e guerra, con metodi che noi condanniamo, ma che per chi combatte sono la via “giusta” per ottenere ciò che è altrettanto giusto. Lo scontro fra due contendenti che pensano entrambi di essere nel giusto. Del resto accade in ogni conflitto. E, alla fine, si vince o si perde, e si trova comunque un qualche tipo di accordo. Questo, però, è un conflitto tripartito e globale, dove i nostri nemici sono dappertutto, in alcuni casi sono a casa nostra e ci sembrano molto simili a noi. Da loro non possiamo difenderci in alcun modo: possono colpire sempre e ovunque. Spesso non ricevono ordini diretti, si ispirano alle prodezze dei loro eroi, una mattina si alzano e li imitano. Credo che questo ci terrorizzi più di qualunque battaglia in Siria o in Iraq. Non ci resta che riflettere, prima di agire. Ma riflettere davvero, questa volta.

Professor Pesce, nel libro lei racconta le storie di vita di alcuni mussulmani in Italia, e compie una ricerca sul campo sulle esistenze dei Sikh. Che giudizio dà degli ultimi eventi?

Il terrorismo jihadista globale si nutre delle forme mediatiche, tutte, dai social network ai diversi mezzi di comunicazione di massa, e le utilizza per far conoscere le proprie gesta e i propri atti. Atti violenti che proprio per la loro violenza diventano “cibo” per l’opinione pubblica e creano dissenso, in larga parte, ma anche adesione delle parte più povere e escluse dei paesi musulmani arabi, africani e asiatici.

L’Occidente, ma anche i paesi a maggioranza di uomini e donne di fede musulmana in Africa e Asia, sono l’obiettivo da colpire e distruggere. Non è solo l’Occidente sotto assedio ma tutto il mondo che non cede alla violenza degli estremismi di matrice religiosa. La paura è solo il mezzo utilizzato per arrivare ad un fine: destabilizzare i governi ostili ad un’idea di “Isalm nero”, se mi si concede questa definizione proprio integrando il nome che si è data il capo dell’ISIS ovvero califfo nero, basato sulla tirannia e non sulla fratellanza che ogni religione, e sottolineo ogni religione, professa.

A lei che è un antropologo chiediamo quali siano le paure diffuse. E come sostenerle.

Più si stringe la rete e più pesci usciranno dalle sue maglie. Le misure attuate possono sviluppare due vie: la prima via è l’irrigidimento anche di chi, e sono la maggioranza, non è un fanatico religioso pensando ad una riduzione della propria libertà religiosa. La seconda è quella di rendere ancora più sotterraneo il movimento di dissenso e di disagio sociale. Sono delle misure di controllo e di prevenzione che si palesano in momenti difficili come questi. Personalmente credo nel dialogo con le comunità di religione musulmana nei paesi di approdo della migrazione e un contatto serrato con i governi di partenza dei migranti. Sono sufficienti? Se comprendiamo il forte disagio delle persone, comprendiamo anche la presa della propaganda antioccidentale. Se si continua ad escludere, a creare delle enclave e dei ghetti, a non concedere diritti di cittadinanza, diritti religiosi e diritti sociali le persone che “vivono” i luoghi di culto nei paesi di approdo della migrazione, diventano facile preda di discorsi populisti e salvifici che inneggiano alla “guerra santa”.

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