Assemblea nazionale del Pd a Milano: la conferma delle tendenze neoautoritarie di Renzi. Ha ancora spazio il dissenso nel Pd?

Assemblea nazionale del Pd a Milano: la conferma delle tendenze neoautoritarie di Renzi. Ha ancora spazio il dissenso nel Pd?

L’Assemblea nazionale del Partito democratico, convocata all’Expo di Milano in una torrida giornata di metà luglio, aveva all’ordine del giorno una serie di ritocchi “tecnici” allo Statuto, richiesti dai rilievi mossi dalla Commissione che, secondo la nuova legge sui partiti politici, ha il compito di vigilare sulla correttezza di certe norme interne. Iniziata con un’ora e mezza di ritardo, ha fatto subito scattare l’ironia sui social network. Di certo, la battuta più efficace l’ha lanciata via twitter il Gianni Kuperlo, sosia del più noto deputato Pd: “l’assemblea è in ritardo per colpa del guttalax che ho messo nel caffè di Renzi nello stand di Eataly. Ha fatto effetto”. Al di là dell’ironia, sempre tagliente del Kuperlo di twitter, il segretario Renzi non solo ha iniziato con un ritardo notevole ma ha anche tenuto una relazione di un’ora e quaranta minuti. Così, quella che avrebbe dovuto essere un’Assemblea riunita al solo scopo di votare le nuove norme statutarie, si è trasformata in un dibattito politico, sollecitato dallo stesso Renzi.

L’Expo come scenografia ideale per lanciare messaggi mediatici

Il segretario del Pd ha capito che mediaticamente la scenografia dell’Expo si sarebbe prestata bene al lancio di un chiaro messaggio alla nazione, di quelli che un ventennio fa era solito lanciare Silvio Berlusconi. E così, si è lasciato prendere la mano, e ha tuonato proprio sul tema più caro alla destra, le “tasche”, gli sghei, i soldi, le tasse. Dopo un’ora e un quarto di prevedibile comizio, ecco che è giunta la “sparata” che tanto piace ai giornali, perché così possono fare i titoli: “abbasseremo le tasse e l’Irpef, e taglieremo l’Imu”. Tutta la stampa online titola su questo annuncio. Se non vi fosse stato, avrebbero avuto notevoli problemi, non solo a titolare, ma perfino a condensare il discorso di Renzi. Diciamo la verità: dall’Expo di Milano, considerato retoricamente, e abbastanza falsamente, la vetrina dell’Italia “che funziona”, fa più effetto annunciare il taglio delle tasse. Contestualizzando l’annuncio si capisce meglio il suo valore mediatico. Peccato che nessuno l’abbia colto, criticamente, nel corso del dibattito. E non solo. Da quel palco dell’Expo, il segretario ha voluto riaffermare che il senso di quel “lancio” risiede nella necessità di non far più coincidere il Pd “come il partito delle tasse”. Ora, vorremmo qui ed ora, rammentare ai nostri lettori, non certo a Renzi, che queste cose le sa bene, che il taglio dell’Imu sulla prima casa venne effettivamente realizzato dalla ineffabile coppia Berlusconi-Tremonti, ma non funzionò, perché vi fu una pesante ricaduta negativa sui comuni, che contemporaneamente si videro tagliare i flussi di finanziamento dallo Stato, con gravi ripercussioni sul welfare. L’Imu venne reintrodotta dal governo guidato allora da Monti, che tuttavia applicò la disposizione contenuta nella legge di bilancio che in precedenza era stata approvata proprio dal centrodestra.  E inoltre occorre anche ricordare che fu il governo dell’Ulivo, con Prodi, che invece provò, con l’Ici modulata, a introdurre una sorta di giustizia sociale costringendo a pagarla solo i proprietari di immobili con un valore catastale superiore a 300 milioni di vecchie lire. Ma così va il mondo, si tende a dimenticare presto ciò che è scomodo, politicamente. E a evitare di dire la verità, ad esempio sulla riforma del catasto, annunciata più volte dallo stesso Renzi, e mai realizzata. Ma queste sono quisquilie dinanzi al potente effetto mediatico di un annuncio del genere.

La costante renziana del “noi e loro”

C’è una costante nei discorsi di Matteo Renzi, in tutti i discorsi, e in qualunque circostanza: la costruzione retorica del “noi e loro”. Anche nel corso della sua relazione all’Assemblea nazionale di Milano non è sfuggito a questa costante. Per più di un’ora, e su qualunque tema abbia voluto affrontare, dalla crisi economica alla crisi greca, all’Europa e alle riforme, alla crisi del suo stesso partito, prevale il “noi”, che siamo stati e saremo bravi, belli e buoni, mentre “loro” sono gufi, sono “profeti del disfattismo”, hanno facce lugubri, mentre “noi” siamo anche esteticamente l’espressione della speranza e del coraggio. Il “noi” è ovviamente riferito ai membri del suo governo e alla sua maggioranza parlamentare, mentre il “loro” ha una composizione più variegata. Renzi mette assieme il leghismo razzista e xenofobo alla Salvini con le chiusure, non solo politiche, del grillismo, e soprattutto con la sinistra “massimalista”, perdente e tafazziana di Fassina, Civati e Landini. Diciamolo: è una vera e propria mistificazione, però funziona, se stiamo alla qualità dei renziani intervenuti nel dibattito. Inutile snocciolare anche qui il consueto elenco delle riforme e dei provvedimenti che il “noi” ha saputo concretizzare, non serve. Inutile parlare anche qui dell’esaltazione della figura di Sergio Marchionne, che Renzi non ha fatto mancare alla platea milanese. Inutile raccontare qui del passaggio in cui Renzi sostiene che l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori non era altro che un simbolo, e che la sua eliminazione ha invece portato migliaia di nuovi posti di lavoro. Inutile dire qui della evocazione del “noi” quando ha sostenuto l’efficacia della riforma della scuola.

Il ricorso costante al “noi” è dimostrazione, e la legittimazione renziana, del neoautoritarismo

Quel “noi” è la legittimazione teorica e politica di un nuovo autoritarismo, che usa la forza del consenso imposto a suon di voti di fiducia e di ricatti, per affermare un’agenda politica che non può avere avversari, né può permettersi conflitti, né accettare critiche. Quel “noi” renziano, passato ormai come un mantra ideologico in tante menti, è la manifestazione di un “ordine del discorso” foucaultiano, dove la parola “ordine” va intesa come disciplina, imposizione, ripetizione acritica del discorso di chi è a “capo di quel noi”. La retorica del “noi e loro” non può essere devastata dal dibattito, dal confronto, con chi ha posizioni diverse, anche se milita nel suo stesso partito. È l’annullamento del senso stesso del pluralismo, per questo segue un meccanismo neoautoritario, che non produce nulla di buono. Se questo è vero, e ci sembra che sia vero anche dal tipo di retorica politica usata da Renzi in Assemblea, se cioè il Partito democratico di matrice renziana, con il “noi e loro” elimina il senso stesso del pluralismo, che ne sarà delle cosiddette minoranze interne? Perché ormai la situazione è avanzata rispetto ad un anno fa, si è trasformata, e fu annunciata nel corso di un’intervista a La Stampa di Torino quando lo stesso segretario del Pd parlò di un ritorno al cosiddetto Renzi1, al rottamatore. Chi ha compreso questa deriva neoautoritaria è già fuori dal Pd, e non parliamo qui solo dei dirigenti, come Stefano Fassina o Pippo Civati, ma delle migliaia e migliaia di ex militanti che non partecipano più né votano più (l’Emilia Romagna il 23 novembre scorso toccò il minimo storico di partecipazione al voto con il 37%, ma anche questa vicenda è caduta nell’oblio). Renzi ha dimostrato che  ordine del discorso e ordine politico sono una cosa sola, e non può ammettere alcun tipo di deviazione. Per questo non può accettare il confronto autentico (la verità si ricerca solo confrontandosi con gli altri, diceva Edmund Husserl, un grande filosofo tedesco) con le minoranze critiche, e per questa ragione è costretto a ucciderne perfino il senso della loro esistenza, o della loro legittimità politica.

La sinistra critica del Pd stritolata dall’ordine politico e del discorso di Renzi

Nel corso del dibattito, dunque, sono intervenuti molti esponenti della minoranza critica, da Gianni Cuperlo a Roberto Speranza, a Barbara Pollastrini ad Alfredo D’Attorre, per citarne solo alcuni. Tuttavia, essi hanno recitato il loro mantra: “questo partito è la nostra casa, caro segretario, e se fai riforme che condividiamo, noi ci saremo”. Ma le riforme che si condividono “da sinistra” non esistono più, o forse non sono mai esistite, perché l’ordine politico cui Renzi appartiene e risponde non le vuole. Possibile che nessuno degli intervenuti della sinistra critica abbia sollevato la questione Marchionne, elevato a simbolo e metafora della “sua”, di Renzi, nuova Italia? E tra Marchionne e gli operai Fiom che vincono le elezioni in tutte le fabbriche ex Fiat, ora Fca, con chi si sta? Possibile che la questione della riforma della scuola sia passata in “cavalleria” anche nei discorsi della sinistra critica, mentre si annuncia un autunno caldissimo? Possibile che in tema di riforma costituzionale si sia ormai abdicato ad ogni forma di critica pubblica? Possibile che sul trattamento umiliante che la Grecia ha subito da Germania e da mezza Europa, Italia compresa, non vi sia stato che un timido accenno di D’Attorre? Cosa si teme? La verità è che, appunto, è Renzi che detta l’agenda politica, e nessuno pare avere la forza politica per contrastarla, almeno dall’interno. Forse è giunto il momento che la zona critica del Partito democratico discuta seriamente della perdita di senso e di legittimazione cui è stata sottoposta da quel “noi e loro”, che prelude alla instaurazione neoautoritaria di un nuovo ordine politico e di un nuovo ordine del discorso.

Share

Leave a Reply

Your email address will not be published.