A vent’anni da Srebrenica. Il ricordo delle vittime, gli interessi internazionali e l’eredità della guerra civile

A vent’anni da Srebrenica. Il ricordo delle vittime, gli interessi internazionali e l’eredità della guerra civile

Le commemorazioni per i vent’anni dalla strage di Srebrenica sono servite a dimostrare che le tensioni nella penisola balcanica – e, dunque, all’interno dell’Europa – non sono del tutto sopite. La cerimonia, tutto sommato sobria e solenne, ha visto la partecipazione dei rappresentati, anche di primissimo piano, di tutti i paesi europei e di molti Stati mondiali, con i prima linea quelli coinvolti nei tragici eventi degli anni Novanta. L’evento ha avuto di per sé una forte carica emotiva e morale, e ciò non soltanto per l’efferatezza del massacro compiuto nel luglio del 1995 di migliaia di musulmani bosniaci uccisi a sangue freddo dalle truppe di Ratko Mladić, ma anche per la forte immagine simbolica che il nome stesso di Srebrenica è capace di evocare.

L’emblema della ferocia della guerra civile jugoslava

Srebrenica, in quattro lustri, è divenuta l’emblema della ferocia della guerra civile jugoslava e, soprattutto, un monito contro le atrocità ancora possibili alla vigilia del XXI secolo e sul suolo del Vecchio Continente. Inoltre, si trattò di un evento agghiacciante non soltanto per i metodi di pulizia etnica delle milizie serbe, ma anche per la sconcertante impotenza della comunità internazionale – ovvero delle Nazioni Unite – di opporsi a operazioni di pulizia etnica, anche effettuate sotto gli occhi dei “caschi blu”. In altri termini, tutti siamo un po’ colpevoli di quel massacro.

Eppure proprio il nome di Srebrenica non è stato immune da un certa retorica. Nella sua forma più nobile questa si è manifestata sull’opportunità o meno di applicare il termine “genocidio”. Gli Stati Uniti hanno sollevato la questione all’Onu, proponendo una risoluzione – che ha incontrato l’opposizione della Russia e l’astensione della Cina – appunto durante la ricorrenza del ventennale. Più in generale, si è spesso tentato di equiparare Srebrenica allo sterminio degli ebrei durante la guerra mondiale, servendo da un lato la causa della demonizzazione della Serbia quale “paese canaglia” dei Balcani, dall’altro quella del più basso e politicante revisionismo, teso a ridimensionare i crimini del nazionalsocialismo nel più grande calderone dei mali del XX secolo.

Offuscate le “piccole” Srebrenica avvenute  nella ex Jugoslavia e non soltanto

Tale paragone, tanto infondato (per numeri, ampiezza e dinamiche)  quanto infelice  (trattandosi di un sempre riprovevole computo dei morti per fini politici), è servito principalmente ad attirare su Srebrenica l’attenzione e lo sdegno dell’opinione pubblica mondiale, offuscando al contempo le altre “piccole” Srebrenica avvenute nella ex-Jugoslavia, e non soltanto. Rendendo quindi quel nome un simbolo, e tentando di elevarlo a paragone con il genocidio per eccellenza, lo si è reso avulso dal proprio contesto e si è inibita ogni possibilità di confronto con casi o drammi più simili, o quantomeno più paragonabili della Shoah.

Il bilancio, inoltre, è reso più negativo dal perdurare di un’interpretazione manichea degli eventi di Srebrenica – e, più in generale, della guerra civile jugoslava – pronta a indicare da una parte i buoni, senza macchia, e dall’altra i cattivi, colpevoli di tutti i drammi. Che poi i primi siano indicati con i musulmani bosniaci, “protetti” dagli Stati Uniti, e i secondi con i serbi, tradizionalmente filo-russi, aggiunge soltanto un po’ di pepe geopolitico alla questione.

Il perdurare e l’acuirsi di tensioni etniche, confessionali o politiche

 Ciò che importa, però, non sono tanto i grandi giochi strategici, che oggi come ieri (e come un secolo fa) vedono i Balcani trasformati in una scacchiera di pedoni per le grandi potenze, quanto piuttosto il perdurare e l’acuirsi delle tensioni etniche, confessionali o politiche alimentate sia da tali strategie internazionali, sia da una propria inerzia interna, fatta di recriminazioni, torti subiti e desideri di vendetta. I territori della ex-Jugoslavia non sono però di per sé una polveriera pronta a esplodere o naturalmente impossibilitati a una vita unitaria e pacifica. Questa è la tesi portata avanti da coloro che, in diversi periodi, hanno avuto mire egemoniche sulla regione. Al contrario, la conformazione orografica e idrografica del territorio, soprattutto bosniaco, favorirebbe – come in effetti ha favorito – lo sviluppo e la convivenza autonoma di comunità limitrofe, differenti per cultura, lingua e religione, senza che necessariamente si trovino in contrasto di interessi tra loro. La regione pare invece piuttosto allergica allo sviluppo di stati nazionali omogenei, che per forza di cose arrivano a scontrarsi con una realtà geografica frammentata e con conseguenti frammischiamenti di popolazioni-

Balcani: le ideologie delle “grandi” nazioni. Un cieco fanatismo risolleva la testa

 Tale caratteristica, precipua dei Balcani, produce necessariamente le ideologie delle “grandi” nazioni – Grande Serbia, Grande Ungheria, Grande Albania, etc – dove quasi nessuno degli Stati attuali racchiude nei propri confini la totalità della popolazione che, etnicamente, pretenderebbe di rappresentare, mentre, se lo facesse, immancabilmente si troverebbe a includere anche gruppi etnici eterogenei.

Il problema balcanico è un problema di nazioni, e il massacro stesso di Srebrenica avvenne nel tentativo – per forza di cose violento e brutale – di far corrispondere la realtà multiculturale della regione alla visione etnico-nazionale di una Bosnia serba. A vent’anni di distanza, mentre i rappresentanti dei popoli del pianeta si trovano riuniti a commemorare quella strage, il cieco fanatismo nazionale balcanico risolleva la testa e, forte del mito decontestualizzante del “genocidio” e della narrazione manichea degli eventi del ’95, può permettersi di scagliare pietre contro Aleksandar Vučić, il primo ministro serbo, venuto anch’egli a porgere il proprio omaggio alle vittime e a unirsi nel coro di condanna contro i carnefici.

Che ciò sia avvenuto è un fatto di singolare gravità, e dimostra quanto le tensioni nella ex-Jugoslavia siano lontane dal venir meno. Il ricordo strumentale delle vittime è dunque adoperato come arma politica che, invece di risanare freschi rancori mediante una celebrazione unica per tutti i perseguitati e contro tutti i carnefici, mira a riaprire le ferite e tenere accese le braci di un conflitto latente, pronto a esplodere in qualsiasi momento. In tal modo, i morti di Srebrenica sono stati uccisi due volte.

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