Teatro: la bella storia del Quartetto d’archi italiano rivive sulla scena

Teatro: la bella storia del Quartetto d’archi italiano rivive sulla scena

La bella storia del Quartetto Italiano d’archi, che per più di quarant’anni ha solcato con successo i grandi palcoscenici di tutto il mondo, rivive oggi grazie ad una importante operazione di teatro e musica dal vivo, elaborata, ideata e scritta da Laura Pazzaglia e Alessandro Di Nuzzo, insieme col giovane e assai talentuoso quartetto d’archi Fauves.

Il Quartetto Italiano fu una splendida invenzione del violinista Paolo Borciani, nato nel 1922, e del quale si celebra quest’anno il trentennale della morte. A poco meno di vent’anni, e in piena guerra mondiale, Borciani, non esitò a costruire un quartetto d’archi “che è come un matrimonio, ti lega per la vita”, sfidando la grande tradizione tedesca, e l’assenza nei Conservatori italiani e nelle Accademie musicali dell’epoca di una pratica del quartetto d’archi. Composto da quattro archi, che rinviano alla organicità del corpo umano, “il primo violino ha la funzione dell’emisfero logico del cervello, mentre il secondo violino” è la necessaria contaminazione con la parte creativa. A sua volta, la viola d’amore è “il terzo elemento, l’emozione del cuore”, mentre il violoncello regge il peso del corpo e come le gambe consente di camminare.

L’operazione teatrale elaborata da Laura Pazzaglia e Alessandro Di Nuzzo, andata in scena a Torino, Mantova, Parma e Reggio Emilia, è un monologo della stessa Pazzaglia, nel quale il racconto di Paolo Borciani, la sua storia individuale, si intreccia con quella degli altri componenti del quartetto, in particolare di Elisa Pedreffi, secondo violino – che diventerà sua moglie –, e di Franco Rossi, violoncello, che rimarrà al loro fianco fino allo scioglimento, nei primi anni Ottanta. Ma queste storie sono anche segnate dalla Storia: Paolo Borciani, nell’autunno del 1943, ad appena 21 anni, sceglie di andarsene sulle montagne dell’Appennino Emiliano, nel Genio guastatori della Resistenza antifascista. Nel passaggio teatrale, viene giustamente esaltato il rischio di una scelta che non è solo dolorosa per gli effetti stessi della guerra e per le lacerazioni profonde che lascia, ma anche per le mani di un violinista, qualora restasse ferito gravemente. Eppure, Borciani sente che la Resistenza viene prima di tutto, perfino della sua passione musicale, e affronta gelidi inverni e terribili scontri coi nazifascisti. La stessa Lisa Pedreffi, anche lei giovanissima, fa la staffetta partigiana, insieme a tante donne emiliane.

Con la fine della guerra, il quartetto di Borciani finalmente si ricompone. Sono giovanissimi ventenni e possiedono la speranza nel futuro, condivisa attraverso il duro lavoro della musica da Camera, anche se non si trovano le partiture, né la carta da musica e nemmeno le matite per poterla scrivere, la musica. Pochi anni dopo, il successo trionfale e mondiale. Una tournè dietro l’altra, ovunque. A New York vengono riconosciuti per strada e come divi del cinema firmano autografi. Grandi case discografiche fanno a gara ad accaparrarsi i diritti di riproduzione delle loro esibizioni, ineccepibili, sia dal punto di vista interpretativo che nella disciplina musicale. Celebri compositori scrivono solo per loro. Insomma, Paolo Borciani, Elisa Pedreffi, Franco Rossi, e le viole che si alternarono  nel quartetto nel corso del tempo, Lionello Forzanti, Piero Farulli e Dino Asciolla, aprirono anche in Italia, e con un successo mondiale che nessun altro quartetto aveva mai ottenuto, la strada straordinaria del quartetto d’archi, uno dei pilastri della musica da Camera. Essi attraversano il Novecento (a cominciare dal coraggio di eseguire Debussy), la cultura musicale del Novecento, la interpretano con disciplina, la eseguono con rigore e passione, e in qualche modo segnano una sorta di rivoluzione nella tradizione italica della musica da Camera. Il Quartetto italiano diventa dunque metafora della stessa umanità, e la Nasa lo sa bene, perché sceglie una loro esecuzione da portare in giro per l’Universo, in un disco d’oro sulla Voyager 2, che rappresenti la cultura della Terra.

Ad accompagnare la preziosa performance di Laura Pazzaglia, sul testo letterario ben scritto con Alessandro Di Nuzzo, il quartetto d’archi Fauves, quattro giovani e talentuosi musicisti (Leonardo Cella e Pietro Fabris, primo e  secondo violino; Elisa Floridia, viola; Giacomo Gaudenzi, violoncello) che hanno eseguito musiche dal vivo di Haydn, Schostakovich, Schubert, Beethoven, Debussy (ma anche uno splendido Yellow Submarine dei Beatles).

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