Renzi un due e tre: un narcisista a Palazzo Chigi

Renzi un due e tre: un narcisista a Palazzo Chigi

La campagna mediatica di Matteo Renzi ha avuto in questi giorni una ripresa forsennata, un’impennata clamorosa, con un’inedita dose di cinismo, e di narcisismo. Lasciamo perdere per il momento le apparizioni televisive, soprattutto nei telegiornali, e concentriamoci sulle interviste ai quotidiani. Ne ha rilasciate due significative, una a Teresa Meli del Corriere della Sera, e l’altra a Massimo Gramellini, de La Stampa, non a caso i due quotidiani della borghesia nordica (con molte partecipazioni azionarie della ex Fiat). Se le compariamo, ci accorgiamo che di Matteo Renzi non ve ne sono due, come pure goliardicamente, ma non tanto, scrive Gramellini, ce ne sono tre. Uno è il Renzi statista, l’uomo di governo, impegnato a cambiare l’Italia, a qualunque costo. Il secondo è il Renzi patriottico, colui che dice di amare l’Italia (ama un po’ meno gli italiani, però, viste le sue scelte in materia di scuola, lavoro ed economia). Il terzo è quello che emerge dall’intervista a Gramellini, il Renzi cinico e narcisista. Vale la pena ricordare che le due interviste sono comparse sui rispettivi quotidiani a distanza di due giorni l’una dall’altra, e quella sul Corriere della sera è stata pubblicata, forse non a caso, proprio il giorno dei ballottaggi in 78 comuni.

Renzi uno, lo statista

Quello che viene intervistato dalla Meli sul Corriere della Sera vuole apparire lo statista italiano che sfida l’Europa su un tema delicatissimo, sensibilissimo, quale è quello della gestione continentale degli immigrati e dei rifugiati. Con piglio cavourriano, Renzi dice alla Meli: “ci giochiamo molto dell’identità europea e la nostra voce si farà sentire forte perché è la voce di un Paese fondatore… Vedrò Hollande e Cameron, e riparlerò con Juncker e Merkel”. Perbacco, non sembra di sentire il grande Camillo Benso conte di Cavour al Congresso di Parigi del 1856? La guerra di Crimea era appena terminata, e lui, il grande piemontese riuscì a portare la questione italiana a livello europeo, un grande successo diplomatico. E come ora, la considerazione dell’Italia in Europa non era proprio lusinghiera.

Veniamo all’oggi. Dopo l’impasse col governo francese che rimanda i migranti al di qua dei nostri confini, ecco che Renzi replica con la fierezza dello statista di stampo cavourriano: “Se il Consiglio europeo sceglierà la solidarietà, bene. Se non lo farà abbiamo pronto il piano B”, dice ancora alla Meli, che però sceglie di non chiedere quale sia il piano B. Curiosamente, saranno i giornali esteri a scriverne, poche ore dopo, a commento della intemerata dello statista Renzi. Le Monde e Le Figaro, Il Guardian e il Times, il Washington Post, titolano alla quasi unanimità che il piano B sarà semplicemente la concessione dei passaporti a tutti i migranti, come previsto dal Trattato di Schengen, perché i migranti approdano sulle coste italiane, ma non vogliono mica rimanerci. Vogliono raggiungere la Germania e la Svezia. Così, mentre in Italia l’opinione pubblica non sa nulla del piano B, nelle cancellerie europee si ragiona sulle minacciose parole dello statista Renzi pronto a concedere qualche centinaio di passaporti.

Renzi due, il patriottico

Quando abbiamo letto questa parte delle due interviste, non potevamo non rammentare quell’inverno tra il 1993 e il 1994, quando Silvio Berlusconi diffuse il suo primo videomessaggio registrato, e che aveva come incipit: “l’Italia è il paese che amo…”, e non potevamo non rammentare la straordinaria parodia di Maurizio Crozza su Berlusconi-Renzi che ci trattiene davanti alla tv, spingendoci al riso. Il Renzi patriottico svela alla Meli che la crisi non c’è, è un’invenzione dei gufi, dei sindacalisti, dei profeti di sventura. “La crescita ha di nuovo un segno più”, afferma Renzi in un crescendo rossiniano che più ottimista non si potrebbe, “i consumi segnano un risveglio”. Ma è a questo punto che il Renzi patriota emerge con una sorta di grido liberatorio: “Veniamo da un G7 dove non eravamo più un problema ma parte della soluzione. La fame di Italia nel mondo tira l’export come non mai”. E non finisce qui: “Quando vado all’Expo”, svela Renzi alla Meli, “vedo cittadini di tutto il mondo arrivare entusiasti e felici di Milano, dell’Italia”. È a questo punto che ci viene da sorridere comparando queste frasi con il primo Berlusconi e con la parodia di Maurizio Crozza, uno che di Renzi aveva capito molto fin dagli esordi da sindaco di Firenze. Si badi alle dinamiche psichiche dell’intervista di Renzi: l’Expo è dedicato a nutrire il pianeta, ai miliardi di esseri umani che non hanno accesso a cibo regolare e ad acqua potabile, e lui che fa?, parla della “fame d’Italia nel mondo”! Un vero maestro del patriottismo.

Renzi tre, il cinico narcisista

Il passaggio da questi due Renzi al terzo è dettato dai risultati dei ballottaggi, dove il Pd ha perso nuovamente parte del suo elettorato, e in parte la sua credibilità di partito di governo. L’entusiasmo sbandierato perfino nella Direzione con quel 40.8% delle Europee, scritto a caratteri cubitali, si è trasformato in cupo cinismo, e in esibizione inedita di narcisismo. Tutta l’intervista concessa a Gramellini e pubblicata su La Stampa del 16 giugno è l’epifania del Renzi cinico narcisista. Perciò, le primarie sono delle schifezze, che vanno abolite, ora, nel 2015, dopo gli scandali emersi da Roma a Genova a Enna – e il cinismo risiede nel fatto che la sua corsa da candidato premier del Centrosinistra, nel 2012, fu agevolata da una eccezione allo Statuto del Pd, e fu proprio allora che s’innalzò l’astro renziano. Senza la partecipazione a quelle primarie, Renzi avrebbe avuto una diversa tempistica nella sua carriera politica. Gramellini non se n’è ricordato nell’intervista, e neppure Renzi. E per le prossime elezioni amministrative del 2016, di Milano e Napoli e Torino su tutte le altre città, si prevede una decisione collegiale del segretario uno e trino.

Ma il cinismo peggiore Renzi lo esercita quando, invece di ringraziare Felice Casson per una campagna elettorale tra le più difficili (restituire dignità politica ad un Pd veneziano in rotta), dice di aver incontrato “l’unico renziano della città”, ovvero il candidato del centrodestra, senza che questa battuta abbia suscitato un minimo senso del ridicolo. Ormai, il Renzi tre può dire davvero quello che vuole e quando vuole, con la complicità di noti, e pur valenti, professionisti dell’informazione.

E il narcisismo? Beh, quello traspare nelle battute sulla crisi del Pd romano e sul povero sindaco Ignazio Marino. A Teresa Meli aveva detto: “Ho rispetto per Ignazio Marino. Non possiamo però sottovalutare il messaggio che viene da Roma… Personalmente non vedo elementi per sciogliere il Comune per mafia”. Nell’intervista a Gramellini, invece, pare più diretto verso il sindaco della Capitale: “Se torna Renzi 1 (il rottamatore, ndr), se fossi in Marino non starei tranquillo”. Eccolo il narcisismo. Chi deve disarcionare Marino dalla sella di primo cittadino? Matteo Renzi, naturalmente.

L’inutile e ignorante sarcasmo su Giancarlo Pajetta. Qualcuno risponderà nel Pd?

Ultimo, ma non in fine, un retroscena raccontato da Goffredo De Marchis su Repubblica. Sembra che Renzi abbia detto ai suoi che vorrebbe un partito “più Obama, meno Mastella e Pajetta”. L’articolo di De Marchis riporta il virgolettato, e non ci sembrano giunte smentite. Dove risiede il narcisismo? Nel sottotesto: il Pd, secondo Renzi, è ancora un partito modellato su ex democristiani ed ex comunisti (il riferimento al grande Pajetta, lanciato accanto a Mastella, è un inutile esercizio di sarcasmo volgare e ignorante, e chi nel Pd proviene da quella storia dovrebbe stigmatizzarlo con forza). Ora si tratta di costruire il Pd “modello Renzi”. Ma non lo era già quando vinse le Europee?

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