Renzi perde, ma l’alternativa non è dietro l’angolo

Renzi perde, ma l’alternativa non è dietro l’angolo

Il dato incontestabile e più rilevante delle elezioni regionali, ben al di là delle percentuali, è indubbiamente la sconfitta politica di Renzi, resa peraltro ancora più evidente, dentro una perdurante crisi di fondo del sistema della rappresentanza democratica, dalle immagini del guerriero in tuta mimetica combattente in Afghanistan e del giovane senza pensieri, del tutto irresponsabile, che si applica alla play station. Una sconfitta negata come se il voto fosse una partita di calcio, mentre si consolida la crescita dell’astensionismo, che ormai coinvolge metà del corpo elettorale ponendo un problema cruciale di democrazia. Il voto anche in questo caso parla chiaro. La maggioranza relativa, se non assoluta, degli elettori italiani non si riconosce nell’attuale sistema politico, compreso il partito di Renzi. E questo fa sì che le elezioni si vincono al ribasso: con un decremento costante di voti assoluti molto lontani dalla maggioranza, i governi ad ogni livello diventano espressione di minoranze che perlopiù si aggregano intorno a determinati interessi economici. Problema che lungi dal risolversi si aggrava con leggi ipermaggioritarie come l’Italicum.

Il sogno del 41% andato in frantumi

A onor del vero già nelle elezioni europee del 2014, pur guadagnando 2,5 milioni di voti di fronte ai 2,9 persi da Grillo e ai 2,7 da Berlusconi, Renzi rimase sotto il risultato di Veltroni e non riuscì a ricavare granché dalla miniera dei 20 milioni di astenuti. È passato un anno e il sogno del 41 per cento, brandito come una mazza per dare in testa alle opposizioni interne e usato come un grimaldello per scardinare l’impianto costituzionale, è andato in frantumi. La situazione di allora appare oggi a grandi linee rovesciata. Il Pd è andato sotto. I 5 stelle non sono morti, al contrario sono vivi e vegeti. Berlusconi è stato rianimato con una prolungata respirazione bocca a bocca, e la destra, con l’apporto determinante della Lega di Salvini in grande ripresa, appare in grado a certe condizioni di mettere nel sacco l’astuto trasformista di Rignano.

Un partituccio alle dipendenze di chi comanda

Se questa è una vittoria, cercate un’altra parola per descrivere una sconfitta. La verità è che il partito della nazione per ora ha partorito una formazione dai connotati incerti, permeabile al malcostume e alla corruzione con al centro un gruppo dirigente (si fa per dire) di replicanti e opportunisti al servizio del (grande) leader ma lontani dalla realtà dei territori, che non può fare a meno di sperimentate e consumate figure della vecchia politica. Un partituccio alle dipendenze di chi comanda, che perde a sinistra e non guadagna a destra, per dirla con una formula antica che non coglie tutti gli aspetti della realtà. Più esattamente il Pd di Renzi, in una condizione di liquefazione dei partiti che soprattutto nelle elezioni locali tendono a trasformarsi in camarille senza identità, non è la soluzione della crisi, bensì un fattore di instabilità costitutivo della crisi.

Non si tratta solo della legge elettorale e della “riforma” del Senato, che di fatto riducono la capacità del corpo elettorale di influire sulle scelte di governo. Addirittura capovolgendo l’elementare principio secondo cui è il Parlamento che elegge il governo e non viceversa. Sulla frantumazione della società e sull’aggravamento delle condizioni di vita di una parte crescente degli italiani, e quindi sul loro comportamento di cittadini e di elettori, pesano in modo determinante le scelte del governo e del Pd in materia di scuola e di lavoro, di sanità e di pensioni, di sicurezza e di immigrazione, di tutela del territorio, di certezza nel diritto e di lotta alla criminalità. Ma al di là delle diverse scelte, spesso improvvisate e incongrue oltre che sbagliate, da contestare in radice è il principio liberista che le guida: ossia la presunzione infondata che incentivando l’impresa tutto il resto segue, a cominciare dalla cosiddetta ripresa.

Una medaglia liberista appesa al collo dello  statista di Rignano

Il versante istituzionale e il versante sociale sono in realtà due facce di una appariscente medaglia liberista che lo statista di Rignano si è appeso al collo. La stessa richiesta di allentare l’austerità della Merkel e delle istituzioni europee nella interpretazione di Renzi significa massima libertà dell’impresa, accompagnata da ulteriori privatizzazioni. E quindi adeguamento del lavoro a questo fine, riducendo diritti e tutele, smantellando il sindacato e il suo potere contrattuale. Insomma, alla centralità del lavoro su cui si dovrebbe edificare la Repubblica democratica si sostituisce la centralità dell’impresa, ossia del capitale, nelle sue forme postindustriali e massimamente speculative. È questo il nucleo forte della politica “riformista” di Renzi, che esaspera la crisi. Una scelta di fondo che i commentatori ignorano, incitando lo statista di Rignano ad accelerare le “riforme”. Con il coinvolgimento però di tutto il Pd per evitare rotture che possono mettere a rischio l’intero disegno.

 Il conflitto capitale-lavoro annullato sul terreno politico

Il conflitto capitale-lavoro, che pure nella quotidianità coinvolge milioni di persone in forme del tutto diverse dal passato, progettualmente viene annullato sul terreno politico. Nella pratica si dissolve in una miriade di microconflitti che non spostano i rapporti di forza. La complessità e la drammaticità della situazione è data dal fatto che la parte di gran lunga maggioritaria della società che vive del proprio lavoro, le lavoratrici e i lavoratori del XXI secolo, in buona sostanza la totalità delle generazioni nuove, non riescono ad emergere politicamente come soggetto libero e autonomo, protagonista di un cambiamento reale. Su fronti diversi lo sfruttamento e il malessere sempre più diffusi hanno preso la strada di Grillo e di Salvini in forma di protesta. Ma non danno corpo – a livello centrale e periferico – a un disegno alternativo di società, a quella civiltà più avanzata che la Costituzione ha tratteggiato.

È la sinistra che manca all’appello

È la sinistra che manca all’appello e su questo fronte i cambiamenti debbono essere radicali, nei comportamenti e nello stile, oltre che nei contenuti della politica. Certo, dalla Liguria con la candidatura unitaria di Pastorino è venuto un segnale positivo. Non sembra però dalla Puglia, dove i 10 anni del governo Vendola non hanno lasciato traccia di una formazione politica in grado di competere con il Pd, e alla fine Sel ha finito per appoggiare il candidato del partito di Renzi. In conclusione, il voto ci consegna una situazione critica e una prospettiva incerta, aperta a diversi imprevedibili sbocchi. Ma al momento non sono molte le ragioni per essere ottimisti.

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