Ma quale Italia vuole la minoranza dem?

Ma quale Italia vuole la minoranza dem?

“L’Italia che vogliamo, il PD che vogliamo”: è questo il titolo scelto dalla minoranza dem che fa capo a Roberto Speranza per ripartire dopo la battuta d’arresto delle Regionali e delle Amministrative e le frizioni interne seguite alla burrascosa Direzione dell’8 giugno scorso, in cui Renzi aveva lasciato intendere di essere disposto a compiere qualche piccola apertura sulla riforma della scuola, subito smentita dall’apposizione della fiducia in Senato.

Una minoranza dem divisa, dopo che dal corpaccione bersaniano si sono staccati, di recente, il ministro Martina e il presidente della Commissione Lavoro, Cesare Damiano, i quali hanno annunciato che loro costituiscono quella minoranza (riunitasi nel gruppo “Sinistra è cambiamento”) che non voterà mai contro il governo guidato dal segretario del PD, rivelandosi, di fatto, l’ala più dialogante, in contrasto con quella critica riaggregatasi oggi grazie al riavvicinamento fra Speranza, cioè Bersani, e Gianni Cuperlo.

Fra gli argomenti più discussi, presso il Centro Congressi Roma Eventi, i dolorosi addii degli ultimi mesi: Pippo Civati e Luca Pastorino, certo, ma soprattutto Stefano Fassina e Monica Gregori, due parlamentari un tempo vicini, se non addirittura membri, di SinistraDem che qualche giorno fa hanno annunciato il proprio addio a un partito del quale, da tempo, non condividevano più nulla: dallo Sblocca-Italia al Jobs Act, passando per le riforme istituzionali e costituzionali e, da ultimo, la cosiddetta “Buona scuola” che è stata la cosiddetta goccia che ha fatto traboccare il vaso. In mezzo, un anno di polemiche e avvertimenti, a cominciare da quelli inviati da una base democratica sempre più in sofferenza, sempre più restia a recarsi alle urne e capace, con la propria astensione o il proprio voto di protesta, di far perdere a Renzi una regione importante come la Liguria e ballottaggi impensabili alla vigilia come quelli di Venezia e Arezzo.

Non a caso, Speranza, dimessosi qualche mese fa da capogruppo per via di un dissenso non più ricomponibile sull’Italicum, nella sua relazione iniziale è andato giù durissimo: non solo si è fatto carico delle ragioni dei dissidenti, di quelli rimasti nel PD e, soprattutto, di quelli fuoriusciti, ma ha messo in campo un programma e un progetto di partito e di governo radicalmente alternativo a quello proposto finora da Renzi e dalla maggioranza del PD, parlando espressamente di diritti civili, revisione delle primarie e della legge elettorale ma anche di maggior coinvolgimento del mondo della scuola e dei corpi intermedi, di ascolto dai malesseri popolari, del dramma dell’astensione crescente (definito a novembre dal Premier una “questione secondaria”) e di molti altri argomenti che hanno toccato rapidamente le corde della platea riunitasi oggi dalle parti di piazza di Spagna e visibilmente in difficoltà all’interno di un partito che sembra aver rinnegato definitivamente la propria storia e le proprie tradizioni.

Anche l’analisi elettorale di Federico Fornaro non è stata tenera nei confronti di Renzi e dell’attuale gruppo dirigente del PD, cui il senatore piemontese ha messo davanti, con una cruda analisi dei dati, che il partito attuale ha preso meno voti rispetto al 2013 e assai meno voti anche rispetto alle scorse Regionali, rischiando addirittura di perdere in regioni un tempo considerate fortezze come l’Umbria.

L’intervento più amaro, tuttavia, è stato quello di Alfredo Reichlin, il quale, oltre a spiegare a Renzi che la sua concezione di “Partito della Nazione” non prevedeva certo un’alleanza indistinta da sinistra a destra, con continui episodi di trasformismo e addirittura lo spettro di un possibile ingresso in maggioranza di Verdini, ha posto l’accento sulla mancanza di cultura politica, sulla pochezza del dibattito e sulla scarsa qualità dei rapporti umani e dell’attuale classe dirigente del PD. Non a caso, il vecchio dirigente ha parlato espressamente di “un vuoto politico” dietro a Renzi, sottolineando che “non c’è una cultura politica, non c’è un disegno del futuro, mentre invece occorre pensare cose nuove per l’Italia, oltre alle proteste e ai voti contrari e alle leggi sbagliate dobbiamo mettere in campo qualcosa di più. Mettere in campo un pensiero politico che non può essere un documento programmatico, bisogna rimettere in discussione il blocco sociale e politico che ci governa, ma che non è Renzi”. Infine, sempre Reichlin ha aggiunto: “L’Italia ha bisogno di una forza larga di popolo e di centrosinistra, mentre dove va Renzi con una forza indistinta? È un ignorante, non può asfaltare i valori del centrosinistra e se lo fa è uno stupido, perché ottiene solo che la gente non va più a votare”.

Parole durissime, al pari di quelle espresse poco dopo da Roberta Agostini e Gianni Cuperlo, i quali hanno dato voce ai patemi di un mondo che davvero sembra non accettare più il modo di governare del segretario-premier e che sta cercando da mesi di farsi interprete di un disagio diffuso e montante.

Leggermente più dialoganti Epifani e Zanonato, i quali hanno ribadito l’importanza di dare battaglia non fuori ma dentro il PD, onde evitare l’avanzata della destra e delle forze – a loro dire – “populiste”.

Si va, dunque, verso un rinsaldamento dell’alleanza congressuale del 2013: un precedente alquanto infausto ma, al tempo stesso, l’unica e, forse, ultima speranza per chi vuole battersi all’interno del PD di non soccombere definitivamente al renzismo arrembante.

Vedremo cosa accadrà nelle prossime settimane, quando arriveranno in Aula alcune riforme (scuola, RAI e Costituzione) che Renzi considera essenziali per il prosieguo della legislatura. Sarà ancora cedimento o assisteremo a una crisi di governo?

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