L’attualità di Berlinguer. Senza riforma del rapporto tra partiti e istituzioni la questione morale resterà insoluta

L’attualità di Berlinguer. Senza riforma del rapporto tra partiti e istituzioni la questione morale resterà insoluta

Ancora una volta mi sono commosso. Ho pianto. Rivedere il volto di Enrico Berlinguer, sentire le sue parole  mi  riporta a un tempo che non c’è più, storia finita. Finita con lui. Il film documento di Walter Veltroni suscita emozioni fortissime in chi ha avuto la fortuna, da giornalista de L’unità, di seguire congressi, dibattiti, manifestazioni, riunioni del Comitato Centrale del Pci, ascoltare gli interventi del segretario, preparare resoconti, scrivere gli articoli.  Avevo già visto il film in sala, in molti con gli  occhi rossi, ma ora a casa, davanti al piccolo schermo, potevo lasciarmi andare. Lo guardavo mentre rispondeva ai giornalisti, domande vere, non accomodate, risposte dure, ma pacate.

Non alzava mai  la voce. Altra persona dai mediocri che frequentano i talk show

Non alzava mai la voce. Pensavo fra me e me alle grida che risuonano nelle sale che ospitano i talk show, mediocri personaggi frutto delle “rottamazioni” alla Renzi, incolti per non dire ignoranti. La prima volta che ebbi occasione di andare a casa sua, dove attendeva che gli portassi il testo dell’intervento che aveva fatto al Comitato Centrale, mi sentivo piccolo piccolo. Ma ti metteva subito a tuo agio.  Mi “rimproverò” una mezz’ora di ritardo. Era domenica, sai che c’è il festivo, se aggiungi lo straordinario, magari  il  notturno, sai quanto ci costa pubblicare il mio intervento. E mi ricordò, sorridendo, che erano i soldi dei lavoratori che consentivano di pagare i nostri stipendi. So che sono pochi, ma questo ci possiamo permettere. Poi si mise a leggere. Prima di cambiare qualche frase chiedeva a me e a Tonino Tatò, che non lo lasciava mai, se eravamo d’accordo.

I leader di oggi, si fa per dire, piccoli uomini al comando che pensano di essere divinità

Vedendo quel volto sofferente che, comunque, voleva concludere il suo comizio e l’appello a tutti i compagni ad andare nelle strade, nelle piazze a parlare con i cittadini, mi venivano a mente i leader di oggi, piccoli uomini al comando, che credono di essere divinità. Berlinguer aveva portato il Pci a più del trenta per cento. Certo lo gridò da quel balcone delle Botteghe Oscure, sventolando l’Unità, fresca di stampa, con il nostro Ufficio elettorale più veloce del ministero degli interni. Ma quel voto, quel grande risultato per un partito comunista, non lo sfruttò mai ad uso e consumo di  polemiche interne. Che c’erano state e continuarono ad esserci, tante e diverse erano le storie politiche, le convinzioni. Basta pensare a Ingrao e Amendola. Oppure al rapporto fra i dirigenti del Pci e quelli della Cgil, rapporto  anche aspro, ma sempre  fra compagni, nel rispetto e nella reciproca autonomia, lontani i tempi della “cinghia di trasmissione”.

Lacrime di commozione ma anche di rabbia vedendo cosa è diventato il Pd

Lacrime di commozione, ripeto, ma anche di rabbia, guardando all’oggi, a cosa è diventato, o a come forse lo è sempre stato, il Pd. La “questione morale”, la bella intervista di Eugenio  Scalfari sembra scritta oggi. Invece  è datata 28 luglio 1981. Ma la grandezza di un leader si distingue da due cose: la prima è la capacità di assicurare una direzione collegiale, di unire e non dividere, o peggio asservire, il gruppo dirigente. E La strada di Berlinguer non era certo lastricata di oro e argento. La seconda è quella di guardare al futuro, non  chiudersi nell’ orticello di casa, portandoti dietro, magari, qualche zappatore, ma i germogli non crescono. In una parola, il leader, in un sistema democratico, quale ordina la nostra Costituzione, deve essere lui stesso un democratico. Perché la democrazia è fatta di partiti, se questi cedono, può accadere di tutto. Berlinguer quando pone come centrale la questione morale e parla anche di “diversità” del Pci segna, ad un tempo, una profonda differenza nei confronti di altri partiti, leggi tangentopoli, Psi e Democrazia cristiana, ma anche un invito ai comunisti di tener alta la guardia.

Quando le lotte politiche si trasformano in lotte di potere

Quell’ invito, quella indicazione non à stata seguita. Con quella tragica giornata, il mortale comizio di Padova del giugno 1984, con Berlinguer scompare il partito che lui aveva costruito. Certo non ci fu uno “strappo” ma pian piano se ne cominciano a perdere le tracce. Le lotte politiche che pure non erano mancate nel Pci si trasformano in battaglie  per il potere. Il partito, inteso come comunità di donne e uomini che scelgono di stare insieme perché condividono alcuni ideali, l’uguaglianza, la libertà, i diritti individuali e collettivi, come diceva Berlinguer quando “spiegava” a oceaniche assemblee congressuali del Pcus, che democrazia e socialismo erano un unico volto di una medaglia. Era un partito che si fondava sulle idee. Ideologia allora? In molti allora storcevano il naso. E venne il partito liquido, non strutturato e poi un campo aperto dove tutti potevano entrare, poi una unificazione, non sulla base di idealità, idee, ideologie, diciamolo, che si confrontavano, trovavano un minimo comun denominatore, ma con un obiettivo pur legittimo, la conquista del potere, democratico quanto volete, ma pur sempre potere.

Nei diversi passaggi, da Pds a Pd, i notabili crescono come i funghi

Nei diversi passaggi, da Pds, Margherita, Ulivo, Pd, crescono come i funghi i notabili. Non c’è un Pd, ci sono diversi Pd, o meglio ci sono gruppi che si autorganizzano al di fuori delle sedi politiche, cercano finanziamenti non per il partito ma per se stessi, per la candidatura. Non  è un caso che nello statuto del Pd si parli di “iscritti ed elettori”, una scelta fortemente voluta da Renzi e i suoi discepoli, accettata, di fatto, da Bersani quando era alla guida del Pd, con Nico Stumpo responsabile di organizzazione. Le primarie sono stata la ciliegina sulla torta. Il primo che passava per strada poteva votare. Le cene da mille euro sono state all’ordine del giorno. Non potevano certo sganciare mille euro un precario, un disoccupato, un pensionato, a prescindere da quelli d’oro, un metalmeccanico, un insegnante, tanto per citare due categorie. Insomma  il “partito della nazione”, notabili come nella vecchia Dc, dentro tutti, come dice Renzi. Destra, sinistra, storie del passato, da rottamare.

La periferia del PD: tante piccole camarille aprono scenari inquietanti

Avanti tutta, benvenuto Verdini. Si affannano a dire editorialisti, commentatori,  Renzi Matteo non controlla il partito alla luce di quanto è avvenuto nelle recenti elezioni regionali e per i comuni, vedi candidature indecenti. No, un uomo solo al comando non ha bisogno di “controllare” la periferia. Altrimenti non sarebbe “solo al comando”. Ci si meraviglia di “mafia capitale”, della corruzione che vive e prospera negli appalti pubblici, che sporca il volto pulito del mondo della cooperazione, che alligna  in alti burocrati dello stato ad ogni livello. Certo, fa notizia  il fatto che il tesoriere del Pd di Roma chieda a Buzzi settemila euro per pagare gli stipendi ai dipendenti. Non poteva bussare alla porta di deputati, senatori, assessori, consiglieri che (non) versano al partito, perché loro sono il partito e un Buzzi è sempre pronta cassa. E come si rimedia a questa situazione, come si rinnova la politica, la partecipazione dei cittadini alla “res publica”? Ci si rivolge ai magistrati che diventano assessori come accade al Comune di Roma, per combattere la corruzione, e a livello nazionale si sceglie un  magistrato per gestire il Giubileo. Renzi Matteo ha pensato di affidarne la gestione ad un commissario, al prefetto di Roma, esautorando il sindaco, un suicidio politico del Pd a parer nostro. Forse ci ripensa. Lo scoop è stato affidato a Repubblica, magari per vedere l’effetto che faceva. Pare non sia stato molto gradito in quel poco che resta del Pd romano. Già la nomina di  Orfini Matteo, presidente del Pd, a commissario del Pd romano ha creato un grande sconquasso. Ora si pensa a mettere una pezza, si parla di una “partecipazione” del prefetto. Se non è zuppa è pan bagnato.

Avanti tutta, benvenuto Verdini se porti quindici trasformisti

Forse sarebbe il caso di pensare a ricostruire il Pd, a dargli una identità, a far contare gli iscritti, a ristabilire un rapporto di partecipazione con i cittadini, le forze sociali, ci sono consiglieri comunali, assessori, non solo a Roma che non hanno mai messo piede in un Circolo, nessuno li conosce. Magari chiedere loro cosa ne pensano di un possibile nuovo Patto del Nazareno siglato da Renzi e Verdini, l’ala dialogante di Forza Italia, noto anche in  talune banche toscane, per una quindicina  di voti di trasformisti necessari per far passare al Senato una legge sulla scuola che il mondo della scuola non  vuole. Già, sarebbe il caso. Ma crediamo sia impossibile. I trasformisti, circa duecento, servono al potere. Il “verso“ del Pd si muove in direzione opposta di quella “questione morale”,  prima di tutto politica, che vive ancora  nella storia del nostro Paese e nei ricordi di tanti che non si possono rottamare. Berlinguer poneva due problemi ancora attuali benché  siano passati più di trenta anni da quella intervista.

Superare il capitalismo che crea disoccupati, sfruttati, sfiducia, disperazione

Diceva che si poteva e si doveva  “discutere in qual modo superare il capitalismo inteso come meccanismo, come sistema, giacché esso, oggi, sta creando masse crescenti di disoccupati, di emarginati, di sfruttati. Sta qui, al fondo, la causa non solo dell’attuale crisi economica, ma di fenomeni di barbarie, del diffondersi della droga, del rifiuto del lavoro, della sfiducia, della noia, della disperazione. È un delitto avere queste idee?”.  E, insieme, poneva il problema  della “riforma del rapporto tra partiti e istituzioni – che poi non è altro che un corretto ripristino del dettato costituzionale – senza la quale non può cominciare alcun rinnovamento e senza la quale la questione morale resterà del tutto insoluta”.

 

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