Jeff Buckley: una vita al massimo

Jeff Buckley: una vita al massimo
Jeff Buckley è apparso e scomparso con una velocità impressionante nell’universo della musica rock. E’ stato come una luminosissima stella che ha brillato troppo in fretta. In appena sei anni di attività professionale e con soli due album in studio si è creato una sorta di paradiso musicale, poetico ed esistenziale come pochi altri, almeno nel decennio degli anni ’90. La sua voce unica, straziante ed evocativa di mondi poetici ha narrato e accompagnato la sua musica che ancora brilla di una luce e di una energia straordinaria. La sua morte avvenuta improvvisamente il 29 maggio del 1997 ha interrotto un percorso appena abbozzato di un artista unico nel panorama del rock internazionale. Ecco il comunicato ufficiale scritto dalla madre, Mary Guilbert, sul suo decesso:
“La morte di Jeff Buckley non ha nulla di ‘misterioso’, legato a droghe, alcool o suicidio. Abbiamo un referto della polizia, un altro stilato dal medico legale e un testimone oculare, che ci confermano che si è trattato di un annegamento accidentale e che il signor Buckley era in un ottimo stato mentale prima dell’incidente”.
Eppure la vita di questo ragazzo è stata inevitabilmente segnata dal problematico e complesso rapporto con il padre Tim Buckley, geniale e innovativo compositore morto per overdose il 29 giugno del 1975 a soli 28 anni. Il padre è stato un talento incompreso, la sua musica era troppo complessa, troppo creativa e distante anni luce dai rigidi canoni del music business. Il giovane compositore non riuscì a reggere lo sconforto e la delusione per lo scarso successo dei suoi dischi. Preferì lasciarsi morire abusando di eroina e alcool. La musica perse un altro geniale innovatore dopo Jimi Hendrix, Janis Joplin e Jim Morrison. Il figlio Jeff che all’epoca aveva appena nove anni non fu presente al funerale del padre. Una ferita che lo accompagnò per tutta la sua breve vita. Il suo primo album, “Grace” è senza ombra di dubbio uno dei vertici musicali degli anni ’90. Questo disco rappresenta al meglio l’uomo, il musicista, il cantante; una rara commistione di talento, creatività in un magma di forti emozioni.
Il giovane Jeff Buckley aveva una qualità che influenzò profondamente il suo modo di intendere la musica e la sua carriera. Amava con eguale intensità la musica colta come il jazz (Duke Ellington), la classica (Ravel e Bartok) e apprezzava il blues (Robert Johnson e Jimi Hendrix) e il rock (Led Zeppelin, Genesis, Queen, The Who, Rush e Pink Floyd). Con questo variegato bagaglio musicale e dopo aver studiato chitarra al prestigioso Guitar Institute of Technology iniziò la sua carriera professionale. Gli anni che vanno da 1986 al 1992, sono il periodo della ‘gavetta’ in cui Jeff Buckley suona in diversi contesti in California e a New York. Il 26 aprile del 1991 suonò “I never asked to be your mountain”, un brano scritto dal padre. Con questa performance Jeff  ‘chiuse i conti’ con la memoria del padre: “Non era il mio lavoro, non era la mia vita. Ma mi infastidiva non esser stato presente al suo funerale, non sarei mai più stato in grado di dirgli qualcosa. Usai quello show per dargli il mio ultimo saluto”.
Ora Jeff Buckley era consapevole del proprio talento e si concentrò nel comporre i brani per il suo album di debutto, affinando il suo stile chitarristico, il suo modo di cantare e scegliendo accuratamente i musicisti con cui registrare il suo primo disco. Come produttore scelse Andy Wallace, un uomo di vasta esperienza (aveva collaborato con i Nirvana, i Cult , Slayer, Alice Cooper e altri) mentre chiamò a suonare Mick Grondahl al basso, Matt Johnson alla batteria e al vibrafono, Michael Tighe e Gary Lucas alle chitarre, Loris Holland all’organo e Misha Masud alle tabla. Gli arrangiamenti degli archi furono scritti da Karl Berger.
Le registrazioni iniziarono nel settembre del 1993 presso gli studi Bearsville di Woodstock e furono lunghe e complesse. Anche il costo della produzione arrivò alla considerevole cifra di oltre un milione di dollari. Gli stessi musicisti coinvolti da Jeff non si conoscevano bene e Buckley ebbe difficoltà nel comporre i brani per la morte del padre della sua compagna, l’attrice e musicista Rebecca Moore. L’uscita del disco, annunciata per il gennaio del 1994 fu posticipata definitivamente al mese di agosto. I problemi e gli sforzi artistico-compositivi furono ampiamente ripagati. Quando “Grace” fu finalmente pubblicato il 23 agosto del 1994 il successo della critica specializzata e del pubblico fu enorme, ben oltre le più rosee previsioni.
In Australia si aggiudicò ben sei dischi di platino, in Francia due dischi d’oro, in Italia uno di platino, in Gran Bretagna due di platino e negli Stati Uniti uno d’oro.
Le vendite complessive hanno superato i due milioni di copie in tutto il mondo.
L’album mostra un artista maturo che presenta senza incertezze il suo universo musicale. La sua voce angelica è impressionante, coinvolgente, evocativa di una personalità non comune. Il registro usato spazia con disinvoltura dal baritono al soprano e ‘colora’ le sue composizioni di un sentimento tragico e speranzoso. La musica di Jeff Buckley anche se originale e innovativa prende spunto dalle influenze e dagli amori dell’artista californiano (su tutti i Led Zeppelin, Van Morrison e Leonard Cohen) ma un ascolto più attento fa emergere l’esistenzialismo di Nick Drake e alcune sensazioni angosciose tipiche dei Radiohead. Ovviamente è presente anche l’inevitabile influsso del padre Tim soprattutto per l’approccio vocale, spesso slegato dalla melodia dei brani.
L’album risulta davvero un’opera carica di grazia, eseguita da un gruppo di tutto rispetto, con pezzi che esaltano le doti vocali di Jeff (in particolare le altre due cover, “Liliac Wine”, “Corpus Christi Carol”) tali da raggiungere una struggente intensità.
I due brani che aprono il disco “Mojo Pin” e “Grace” sono lo sconvolgente biglietto di presentazione di un musicista e di compositore che ha il totale controllo della sua arte sin dal primo album. La straordinaria versione di “Hallelujah” scritta da Leonard Cohen fa gridare al miracolo la critica specializzata e lo stesso autore, stupito dalla performance vocale del giovane cantante.
I motivi per cui “Grace” è un vero e proprio capolavoro del rock sono molteplici. Innanzitutto le capacità compositive e il suo status di cantate straordinario, poi la qualità tecnica ed esecutiva dei musicisti coinvolti nelle registrazioni. “Grace” rappresenta al 100 per cento Jeff Buckley; si percepisce sin dal primo ascolto la profonda partecipazione emotiva, lo sforzo artistico e l’enorme impegno compositivo. Tutto questo fa di “Grace” uno dei migliori esempi dell’evoluzione del rock degli ultimi vent’anni. Una pietra miliare da custodire insieme alle opere dei Beatles, Rolling Stone, Who, Cream, Pink Floyd, King Crimson e Led Zeppelin.
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