“Apocalypse Now”, la magia visiva di Coppola

“Apocalypse Now”, la magia visiva di Coppola
“Il mio film non è sulla guerra del Vietnam, è il Vietnam…”
(Francis Ford Coppola)
 
“Ho visto degli orrori, orrori che ha visto anche lei, ma non avete il diritto di chiamarmi assassino,
avete il diritto di uccidermi, questo sì, avete il diritto di farlo ma non avete il diritto di giudicarmi”
(Colonnello Kurtz)
 
Le premesse storico-politiche
Pochi film nella storia del cinema hanno avuto una gestazione faticosa con enormi problemi finanziari, umani ed esistenziali. Ben poche pellicole hanno rivoluzionato e in parte ‘rifondato’ l’estetica del cinema. Infine sono rari i film che a distanza di decenni conservano intatto il fascino, i contenuti e il potere delle immagini. Uno di questi è senza ombra di dubbio “Apocalypse Now” di Francis Ford Coppola. Innazitutto le premesse storiche e politiche. La guerra del Vietnam era terminata da appena quattro anni con gravi conseguenze e contraccolpi sociali per gli Stati Uniti quando uscì in tutto il mondo il film di Coppola. Per oltre un decennio la più grande potenza globale si era impegnata e dissanguata in un conflitto tragico e feroce che aveva profondamente segnato e minato la sua incrollabile coesione. Per la prima volta nella loro storia gli Stati Uniti non erano usciti vincitori da un bagno di sangue che cambiò per sempre il Paese creatore “dell’american dream”.
Le conseguenze della “sporca guerra” furono pesanti e frustranti. Il governo di Washington in oltre dieci anni aveva speso una cifra enorme in miliardi di dollari per contenere l’espansionismo comunista nel Sud-Est Asiatico. Oltre due milioni e mezzo di soldati si erano avvicendati dal 1965 al 1973, anno del disimpegno Usa dal Vietnam. Più di mille aerei da combattimento furono abbattuti dall’esercito del Vietnam del Nord, centinaia di elicotteri e altro materiale militare andarono perduti. Il costo più elevato per gli Usa fu quello umano. In quel conflitto persero la vita 58mila soldati e circa 300mila rimasero feriti o mutilati. Nel gennaio del 1973 gli Stati Uniti e il governo comunista di Hanoi firmarono a Parigi gli accordi pace. I soldati americani poterono tornare in patria dopo sofferenze e dolori inauditi. Il rientro per i reduci fu durissimo. La gran parte della società americana non accettò che i proprio soldati non avessero sconfitto le armate comuniste vietnamite. Il movimento studentesco e pacifista invece esultò per la fine di un conflitto assurdo e insensato. Ben quattro presidenti americani avevano avuto a che fare con questa carneficina epocale. Da John Kennedy che inviò i primi consiglieri nel Vietnam del Sud tra il 1962 e il 1963, a Lyndon Johnson che fu il principale artefice dell’escalation militare americana nell’Indocina, alle nefandezze di Richard Nixon sino a Gerald Ford che accolse tra il 1974 e 1975 gli ultimi prigionieri liberati dal governo di Hanoi.
 
Hollywood e il Vietnam
La società americana fu profondamente scossa da questo trauma nazionale. In tutti i contesti sociali, politici ed economici furono organizzati dibatti per comprendere le ragioni di questa grande sconfitta della più grande potenza militare del mondo. Anche il cinema ovviamente si occupò di questo conflitto che lacerò il tessuto sociale americano come ai tempi della Guerra di Secessione. Il primo film che si occupò di tale conflitto fu “Taxi Driver” di Martin Scorsese, uscito nel 1976. Nella pellicola un giovane Robert De Niro impersonificava un reduce della guerra vietnamita che non riusciva a tornare alla normalità della vita quotidiana. Lo straordinario lungometraggio di Scorsese anticipò di tre anni “Tornando a casa” di Hal Ashby, che si occupò del problema dei reduci e del loro reinserimento nella società. Quest’ultimo fu un film che toccò profondamente gli americani grazie anche alle realistiche interpretazioni dei tre protagonisti: Jon Voight, Jane Fonda e Bruce Dern. Nello stesso periodo, un altro protagonista del “nuovo cinema americano”, Francis Ford Coppola stava ultimando con grandi difficoltà di ogni tipo il suo personale punto di vista sul conflitto in Indocina. Il film di Coppola, le cui lavorazioni erano iniziate nelle Filippine nel 1976, uscì nelle sale tre anni dopo e il dibattito assunse toni enfatici per capire e comprendere una delle pellicole più importanti e complesse della storia del cinema. Lo stesso regista, come le truppe americane, restò “impantanato” nella giungla ben oltre i tempi prestabiliti. Le lavorazioni del suo film diventarono per lui e la sua troupe una metafora della guerra del Vietnam stessa. Coppola rischiò il disastro economico e mise in serio pericolo il suo matrimonio. Martin Sheen ebbe un infarto durante le riprese per lo stress eccessivo. Un tifone distrusse le attrezzature e bloccò il film per diversi mesi. Molti critici dissero che “Apocalypse Now” non sarebbe mai uscito. Il suo creatore invece non si diede mai per vinto e lottò come un leone contro ogni difficoltà.
 
“La sporca guerra” secondo Coppola
Dopo l’enorme successo internazionale dei primi due capitoli della saga de “Il Padrino”, Coppola, diventato uno dei registi più influenti e ricchi di Hollywood decise di imbarcarsi in una nuova e ancora più impegnativa avventura. Le ambizioni come al solito erano enormi, smisurate. Partendo dal conflitto vietnamita Coppola voleva analizzare in profondità la natura del male insita nell’uomo. Un suo giovane collaboratore, il futuro regista John Milus aveva scritto sin dal 1969 un abbozzo di sceneggiatura su un gruppo di soldati americani cha aveva ricevuto l’ordine di ‘porre fine’ al ‘regno’ fuori controllo di un alto ufficiale statunitense in Cambogia. Il cineasta italoamericano suggerì di impiegare a livello narrativo “Cuore di tenebra”, straordinario romanzo di Joseph Conrad. Nel libro il personaggio di Kurtz era un commerciante di avorio nel Congo dell’Ottocento che improvvisamente entrò in contrapposizione con la Compagnia delle Indie inglese che controllava il Paese africano. Nel film Coppola trasforma Kurtz in un alto ufficiale americano che uscendo dai ranghi dell’esercito costituisce una sorta di regno degli orrori in Cambogia. Quando il Pentagono capisce che il colonnello è fuori controllo organizza una task force per “porre fine al suo comando”. La costruzione narrativa di “Apocalypse Now” è un crescendo psicologico e immaginifico con grandi trovate visive e scenografiche. La figura misteriosa e tenebrosa di Kurtz (Marlon Brando) viene pian piano raccontata dalla voce fuori campo di Willard (Martin Sheen) in una sorta di Odissea del XX secolo con i personaggi eccentrici come il capo elicotterista Kilgore (Robert Duvall), le tentazioni sessuali delle conigliette di Playboy come le sirene nel racconto omerico sino alla resa dei conti finale: il confronto tra Kurtz e Willard in una sorta di sinfonia visiva tra le luci e le ombre. Il monologo del colonnello Kurtz (uno dei vertici recitativi della carriera di Marlon Brando) è uno dei momenti più significativi del film. La scena, perfettamente illuminata da una luce caravaggesca del geniale direttore della fotografia Vittorio Storaro è entrata di diritto nella storia del cinema per la potenza evocativa delle immagini, per la drammaturgia eccelsa di Brando e per i significati antropologici e filosofici del testo scritto da Coppola e Milius.
 
“Ho visto degli orrori, orrori che ha visto anche lei, ma non avete il diritto di chiamarmi assassino, avete il diritto di uccidermi, questo sì, avete il diritto di farlo ma non avete il diritto di giudicarmi. Non esistono parole per descrivere lo stretto necessario, a coloro che non sanno cosa significhi l’orrore. L’orrore. L’orrore ha un volto e bisogna essere amici dell’orrore, l’orrore è il terrore morale ci sono amici in caso contrario, allora diventano nemici da temere. Sono i veri nemici.
Ricordo quando ero nelle forze speciali, sembra siano passati mille secoli. Siamo andati in un accampamento per vaccinare dei bambini; andati via dal campo, dopo averli vaccinati tutti contro la polio, un vecchio in lacrime ci raggiunge correndo, non riusciva a parlare. Allora tornammo al campo, quegli uomini erano tornati e avevano mutilato a tutti quei bambini il braccio vaccinato. Stavano lì ammucchiate un mucchio di piccole braccia, e mi ricordo, che io ho, io ho pianto come, come una povera nonna, avrei voluto cavarmi tutti i denti, non sapevo nemmeno io cosa volevo fare. Ma voglio ricordarmelo non voglio dimenticarlo mai, non voglio dimenticarlo mai. E a un certo punto ho capito, come se mi avessero sparato, mi avessero sparato un diamante, un diamante mi si fosse conficcato nella fronte e mi sono detto: Dio che genio c’è in quell’atto, che genio. La volontà di compiere quel gesto, perfetto, genuino, completo, cristallino, puro. Allora ho realizzato, che loro erano più forti di noi, perchè loro riuscivano a sopportarlo, non erano mostri, erano uomini. Squadre addestrate. Questi uomini avevano un cuore, avevano famiglia, avevano bambini, erano colmi d’amore, ma avevano avuto la forza. la forza…di farlo. Se avessi avuto dieci divisioni di uomini così, i nostri problemi sarebbero finiti da tempo.
C’è bisogno di uomini con un senso morale e allo stesso tempo capaci di utilizzare il loro primordiale istinto di uccidere, senza sentimenti, senza passione, senza giudizio, senza discernimento, perchè è il giudizio che ci indebolisce. Sono preoccupato che mio figlio non capisca quello che ho cercato di essere e se devo essere ammazzato, Willard, vorrei che qualcuno andasse a casa mia per dire tutto a mio figlio, per spiegare cosa sono stato, cosa ho fatto… perché non c’è nulla che detesti di più dell’odore marcio delle bugie. E se lei mi capisce, Willard, lei farà questo per me”.
(monologo del Colonnello Walter Kurtz, recitato da Marlon Brando)
 
Apocalypse Now uscì nelle sale il 15 agosto del 1979. Il film era costato 31,5 milioni di dollari (il più costoso della storia del cinema al momento della sua uscita nelle sale). I giudizi furono contrastanti, ma in generale le recensioni furono decisamente positive. Gli incassi al botteghino dal 1979 ad oggi hanno superato i 150 milioni di dollari in tutto il mondo. Alla cerimonia degli Oscar del 1980 si aggiudicò due statuette per la fotografia di Vittorio Storaro e per il suono di Richard Marks, Walter Murch, Gerald Greenberg e Lisa Fruchtman. Il 15 maggio del 1979 la pellicola di Coppola vinse la Palma d’Oro al Festival di Cannes.
Nel 1991 uscì il documentario “Viaggio all’inferno” di Eleonor Coppola mentre nell’agosto del 2001 fu la volta della versione integrale (tre ore e 16 minuti) intitolata “Apocalypse Redoux che incassò quasi 13 milioni di dollari.
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