Youth – La Giovinezza: un Sorrentino caleidoscòpico!

Youth – La Giovinezza: un Sorrentino caleidoscòpico!

Quando nel 2013 usciva La Grande Bellezza, parte della critica si era soffermata, in maniera anche abbastanza effimera, sulle presunte analogie dissacranti che accomunavano quel film con La Dolce Vita (1960), capolavoro di Federico Fellini. Probabilmente poi, la conquista del Premio Oscar contribuì notevolmente a riabilitare il giudizio sulla pellicola, spingendo un po’ tutti a saltare sul carro dei vincitori, come da prassi nel nostro Paese. Effettivamente i retaggi felliniani che suggestionano Paolo Sorrentino erano indubbi in quel lavoro, così come lo sono nella sua ultima fatica. Ciò che va precisato è però il fatto che tali influenze non rappresentano la volontà del regista napoletano di ripercorrere le orme di uno dei più grandi cineasti di sempre, ma piuttosto sono la dimostrazione che, a partire dagli insegnamenti del passato, Sorrentino stia maturando una poetica filmica sempre più raffinata e personale, che si esplica sempre più, di opera in opera. A voler esser banali, anche la sinossi di Youth – La Giovinezza ricorda vagamente quella di un altro film di Fellini, ovvero 8 e ½. Ciò però non basta a liquidare un lungometraggio che, con ogni probabilità, è addirittura più elegante e ricercato de La Grande Bellezza. Un titolo apparentemente ossimorico, che vede protagonisti due uomini sul viale del tramonto (interpretati da Michael Caine e Harvey Keitel), alle prese con le angosce tipiche della terza età.  Nella stupenda cornice dell’ hotel Shatzalp, in Svizzera, questi anziani signori vivono la loro vecchiaia in maniera molto differente, riflettendo sul valore della parola futuro, in un’età in cui il passato sembra pesare come un macigno.  E’ questo un film epidermico, contraddistinto al tempo stesso sia da una rappresentazione caravaggesca della senilità, sia da un onirismo di fondo che sembra voler legare l’ermetismo sorrentiniano ad un certo cinema di Tarantino (oltre al già citato Fellini).  Non mancano poi gli accenti comici, egregiamente utilizzati per stemperare il ritmo di un lavoro davvero particolare, il cui unico limite è forse l’ostentata carica profetizzante di alcuni personaggi secondari. In sintesi, dunque, Sorrentino ci ha stupito ancora una volta. Probabilmente Youth dividerà il suo pubblico a metà, come sempre. Del resto, per usare proprio un aforisma del film, anche le persone o sono belle o sono brutte, in mezzo ci sono solo i carini. 

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