Viaggio nelle Regionali. Liguria e Veneto: i destini di Renzi e Salvini, la strana coppia (Seconda tappa)

Viaggio nelle Regionali. Liguria e Veneto: i destini di Renzi e Salvini, la strana coppia (Seconda tappa)

Seconda tappa del nostro viaggio nelle elezioni Regionali del prossimo 31 maggio. Stavolta andiamo al Nord, nelle due regioni cruciali per i destini politici di Renzi e Salvini: la Liguria, col suo milione e mezzo di abitanti, e il Veneto, con i suoi quasi cinque milioni di abitanti, l’una un tempo roccaforte rossa e patria di alcuni fra i più grandi intellettuali italiani, l’altra un tempo roccaforte bianca, da vent’anni convintamente leghista e destinata, a quanto pare, a restarlo anche in questa tornata elettorale.

Liguria. Il premier si gioca il “suo” partito della nazione

Matteo Renzi, qui, si gioca il “suo”  partito della nazione. La Liguria, infatti, è una regione storicamente di sinistra, con un patrimonio politico, letterario e musicale di cui poche terre dispongono; inoltre, è la patria di De André e del presidente Pertini nonché la regione simbolo della Resistenza e della rivolta del ’60 contro il governo Tambroni, il quale voleva concedere la città di Genova, medaglia d’Oro della Resistenza, al MSI per celebrare il suo congresso. Città di musica e di camalli, con un’accesa rivalità sportiva fra il Genoa e la Samp, Genova è anche la località che più di tutte ha sostenuto Sergio Cofferati nel corso delle primarie dello scorso gennaio, conclusesi con la discussa e criticatissima vittoria della Paita e con l’abbandono del PD da parte di Cofferati, ex segretario della CGIL, candidato della sinistra del PD e sconfitto anche a causa degli acclarati brogli in tredici seggi della regione: un episodio molto grave cui Renzi non volle dare alcun peso, scatenando una reazione indignata da parte di Cofferati e di una parte importante dei suoi sostenitori che in quell’occasione decisero, a loro volta, di lasciare il partito.

Cofferati: il Pd ha già fatto le larghe intese con il centrodestra

Non a caso, in un’intervista rilasciata qualche giorno fa a “il manifesto”, Cofferati, commentando la prospettiva di un accordo post-elettorale fra il PD e Forza Italia nel caso in cui né la Paita né Toti dovessero raggiungere la soglia del 35 per cento, necessaria, in base alla legge elettorale ligure, per accedere al premio di maggioranza, ha dichiarato: il PD le larghe intese “le ha già fatte. Alle primarie l’accordo con la destra è stato esplicito. I capi del centrodestra, con dichiarazioni pubbliche, sono andati alle primarie per scegliere il candidato del centrosinistra”. E ancora: “È difficile prendere sul serio chi è candidato grazie ai voti del centrodestra. D’altro canto che la Liguria dovesse essere un luogo di sperimentazione per un’alleanza con il centrodestra l’ha detto, anzi teorizzato, la ministra Pinotti prima delle primarie. L’accordo con il centrodestra è più che possibile. Oppure c’è la subordinata del passaggio in maggioranza dei singoli consiglieri. Cosa già avvenuta in Liguria”.

Un “bloccone” trasversale che, con Burlando, controlla Genova e la Regione

A tal proposito, è opportuno segnalare un bel reportage realizzato da Marco Damilano per “l’Espresso”, in cui l’inviato del settimanale scrive: “Ha battuto Cofferati alle primarie, ma oggi si trova a fronteggiare nemici più potenti dell’oggetto misterioso Pastorino contro cui invoca il voto utile (‘chi sceglie lui fa un regalo alla destra’) e del simpaticone Toti, uno che in Liguria viene solo per prendere il sole a Bocca di Magra”. Il primo nemico si chiama continuità. E ha un nome: Claudio Burlando, il presidente uscente, da oltre vent’anni padre padrone del PDS-DS-PD ligure, rinchiuso nel bunker della regione dopo essere stato ministro a 42 anni, nel 1996, con Romano Prodi. Il capo del “Bloccone”: la coalizione trasversale di partito, sindacato, Finmeccanica, Fincantieri, autorità portuale, Camera di commercio, Curia, Banca Carige che da due decenni comandava in città e regione e impediva ogni cambiamento. Il Bloccone controllava, nominava, gestiva il credito e le carriere. Ed è arrivato al capolinea, con la rovinosa caduta del presidente della Carige Giovanni Berneschi e i guai dei due Claudii: giudiziari quelli di Claudio Scajola sul lato Forza Italia, politici quelli di Claudio Burlando a sinistra, lo sciogliete le righe del vecchio partito tra inimicizie e odi intramontabili. Sulla Paita si abbatte la doppia accusa degli avversari, di essere una renziana convertita che vuole svendere la storia della sinistra e al tempo stesso di aver svolto tutta la sua carriera all’ombra di Burlando”. Lella Paita, infatti, è una quarantenne spezzina, già assessore comunale, già capogruppo in regione delle ultime giunte Burlando nonché moglie di Luigi Merlo, ex assessore della Margherita ed ex presidente dell’autorità portuale di Genova, dimessosi per evitare eventuali conflitti di interessi familiari.

Il nemico si chiama  torrente Bisagno. Paita indagata per concorso in omicidio

Poi c’è il secondo nemico invisibile sottolineato da Damilano e si chiama Bisagno: “Il torrente appare come un pigro serpente d’acqua adagiato nel ventre dei quartieri popolari, Marassi, San Fruttuoso, nella notte tra il 9 e il 10 ottobre 2014 è tornato a devastare e a uccidere, tra polemiche infinite sul mancato allarme e sui soldi per i lavori di messa in sicurezza mai spesi. Assessore alla protezione civile, in carica da tre mesi, era la Paita, da poco indagata per concorso in omicidio colposo e disastro colposo”.

Infine, l’ultimo nemico, il più insidioso: il rancore misto a rabbia, “pronto a manifestarsi negli scontri tra candidati. Nella disillusione dell’elettorato più tradizionale: le piazze dei comizi sono semi-deserte, perfino quello della Paita al centro della sua città, La Spezia, non è stato affollatissimo, le assemblee del PD si concludono in un rosario di rivendicazioni e a volte di lacrime. Nel disimpegno della società civile: venti anni di burlandismo e di scajolismo hanno raso al suolo quel poco di buona borghesia disposta a impegnarsi per il pubblico”.

Le speranze di Toti (Forza Italia) e, a sinistra, quelle di  Pastorino, ex Pd

Uno scenario che, ovviamente, fa sperare l’ex giornalista Giovanni Toti: candidato da Berlusconi e accettato di buon grado da Alfano e Salvini (il quale inizialmente pensava che fosse meglio far bruciare un esponente di punta di Forza Italia piuttosto che il “suo” Edoardo Rixi, ritiratosi per lasciar spazio a Toti), ha oggi serie possibilità di vincere o, comunque, di costringere la Paita a un Patto del Nazareno in salsa ligure, dato che difficilmente la candidata renziana riuscirà a superare la soglia del 35 per cento. Il tutto a causa del terzo incomodo: Luca Pastorino, sindaco di Bogliasco e parlamentare, uscito da diversi mesi dal PD per provare a costruire un altro embrione del partito che verrà, sostenuto da SEL, dai civatiani in fuga dal PD e da moltissimi elettori democratici che, nel segreto dell’urna, al pari del dichiarato Claudio Montaldo, vicepresidente della Regione Liguria, potrebbero scegliere di inviare il famoso “segnale” a Renzi e al PD, affidandosi a un voto disgiunto a vantaggio di Pastorino.

I possibili riflessi del voto ligure sulla politica nazionale

Completano l’elenco dei candidati la grillina Alice Salvatore, Antonio Bruno per Progetto Altra Liguria, Matteo Piccardi del Partito Comunista dei Lavoratori, Mirella Batini per Fratellanza Donne e, infine, Enrico Musso, il quale, con Liguria Libera (lista civica che i maligni sospettano sia stata creata apposta per agevolare la Paita e favorire la nascita del Partito della Nazione), potrebbe togliere più di un voto al candidato ufficiale della destra, Toti.

Da questa regione, piccola ma significativa, per una volta passa il futuro della politica nazionale: in caso di vittoria netta della Paita, Renzi potrebbe correre libero verso il Partito della Nazione, con i voti di Verdini a sostegno; in caso di vittoria “mutilata” della Paita, magari con un calo della affluenza degli elettori e dei voti al Pda, un risultato positivo per Pastorino per Renzi si aprirebbero seri problemi interni. Una vittoria netta di Toti o, addirittura, di Pastorino o della Salvatore, magari con il Movimento 5 Stelle primo partito, equivarrebbe all’apocalisse.

Veneto. Una sfida tutta nel centrodestra. Moretti (Pd) nei sondaggi non avrebbe scampo

Stando ai sondaggi, la Moretti non avrebbe alcuna possibilità di vincere. Qui, infatti, la sfida è tutta nel centrodestra, fra il governatore uscente Luca Zaia (trevigiano di Conegliano Veneto, classe ’68, ex presidente della provincia nonché ministro dell’Agricoltura nel quarto governo Berlusconi) e il sindaco di Verona, Flavio Tosi, accompagnato alla porta da Salvini nel momento in cui il nostro si è messo in proprio e ha cominciato a parlare di alleanze con Alfano e Passera che, ad oggi, salvo qualche realtà locale, per il segretario del Carroccio, che guarda con interesse alla Meloni, a CasaPound e al movimento Sovranità, suonano quasi come bestemmie.

Tuttavia, a parte qualche scivolone e qualche oggettiva gaffe da parte della candidata piddina, un esempio del clima che si respira da quelle parti ci proviene da una cronaca locale. La Moretti, infatti, stando a quanto scrive “Il Gazzettino”, avrebbe prenotato “un intero locale per una cena elettorale” a Mestre, concordato “prezzo e menu per almeno 100 persone e disdetto il tutto via telefono perché “le dinamiche della politica mutano ad una velocità impressionante” e pare, stando a ciò che riporta sempre “Il Gazzettino”, che volesse organizzare qualcosa nel centro storico di Venezia. A farne le spese il signor Ceolin, visibilmente infastidito per essere stato informato della disdetta con appena quarantotto ore di anticipo, dopo aver concordato ogni dettaglio.

Per Renzi andrebbe il Salvini vincente. Potrebbe essere suo sfidante, invotabile, alle politiche

Un evento irrilevante sul piano politico, per carità, ma indicativo del fatto che ormai la candidata democratica si sia praticamente rassegnata alla sconfitta, considerando anche che – stando ad alcune ricostruzioni maligne – pare che a Renzi un’eventuale affermazione di Zaia, cioè di Salvini, in ottica nazionale non dispiacerebbe affatto.

Completano l’elenco dei candidati: il grillino Jacopo Berti, Alessio Morosin di Indipendenza Veneta, Laura Di Lucia Colletti per la lista L’Altro Veneto e Sebastiano Sartori per Forza Nuova.

Renzi pare che abbia detto: “Vinciamo 6 a 1”, dove l’unica sconfitta dovrebbe essere proprio la Moretti, la quale, per candidarsi, si era persino dimessa da europarlamentare. Un trattamento brutale, se non fosse che al Matteo di Palazzo Chigi interessa, più che mai, che a sfidarlo alle Politiche sia il Matteo in felpa, invotabile agli occhi di tutto l’elettorato moderato.

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