McDonald’s affama i suoi dipendenti. Giusto che sia sponsor importante dell’EXPO su “nutrire il pianeta”?

McDonald’s affama i suoi dipendenti. Giusto che sia sponsor importante dell’EXPO su “nutrire il pianeta”?

La notizia sta facendo il giro del globo, ma è in inglese e forse a qualche nostro governante e responsabile dell’EXPO milanese è sfuggita. I lavoratori americani di McDonald’s sono sul piede di guerra e tra qualche giorno saranno protagonisti della “protesta più grande” che si sia levata contro la multinazionale degli hamburger e delle patatine. Lo faranno in occasione dell’assemblea dei soci. Cosa vogliono i dipendenti dei Mc? “Mettere fine a salari da fame”, scrivono proprio così, “salari da fame”. E pensare che si tratta di uno sponsor di “Nutrire il pianeta”, che dà il titolo all’EXPO di Milano. Forse andrebbe avvertito il ministro dell’Agricoltura Maurizio Martina, che ne è il delegato per il governo. I dipendenti “con salari da fame” nei soli Stati Uniti sono 420.000. Si sono costituiti in un gruppo di protesta, sostenuto dal sindacato, che si chiama Fight for $15, lotta per i 15 dollari, all’ora, ovvero la richiesta di salario minimo garantito. Per questo, il prossimo 21 maggio a Chicago, presso la sede di McDonald’s, i lavoratori e le lavoratrici protesteranno contro i piani di ristrutturazione del gigante del fast food, che non prevedono investimenti per le cucine e le casse, “che rendono miliardi di profitti”. I 15 dollari orari sono considerati una sorta di minimo vitale negli Stati Uniti, con cui si riesce a mantenere una famiglia, mentre oggi i dipendenti lamentano stipendi “da fame, al punto che molti devono far ricorso alla pubblica assistenza per sostenere le famiglie”. La battaglia dei lavoratori dei McDonald’s negli Stati Uniti ha dato i suoi frutti: hanno raccolto più di un milione di firme su un documento che racconta non solo dello stipendio da fame ma anche delle condizioni servili di lavoro e della totale mancanza del diritto di riunirsi liberamente in un’associazione sindacale.

I giornali americani e inglesi raccontano di Adriana Alvarez, una delle 101 dipendenti di McDonald’s arrestate durante una protesta in atto lo scorso anno. Adriana lavorava per un Mc da cinque anni, ma il suo reddito era talmente basso che non riusciva a coprire i costi sanitari per le cure di suo figlio di tre anni, Manny. “Non riesco a pagare le bollette e a sostenere mio figlio col salario da fame che percepisco. È per questo che combatterò per i 15 dollari l’ora e per i diritti sindacali”, ha detto Adriana Alvarez lunedì 4 maggio in risposta al nuovo amministratore delegato di McDonald’s che aveva annunciato il piano di ristrutturazione in una azienda multinazionale, che in questi mesi ha già perduto molti clienti. Alvarez ha detto che con i suoi colleghi hanno deciso di protestare ai cancelli della McDonald’s a Chicago durante l’assemblea dei soci perché “è là che si decide cosa faranno dei loro soldi”. Adriana ha poi aggiunto: “abbiamo lavorato duro e abbiamo fatto un lungo percorso per essere qui ora. Ora è tempo che McDonald’s faccia la scelta giusta – che faccia la cosa giusta per i suoi dipendenti”.

Per tutta risposta, il nuovo amministratore delegato di McDonald’s, Steve Easterbrook, ha fatto sapere di avere un piano per aumentare il reddito minimo dei dipendenti americani a 9.90 dollari all’ora, dall’attuale reddito di 9.01 dollari. Un progresso di “ben 90 cents”. Naturalmente il movimento Fight for 15 ha già replicato che non basta affatto un tale “cospicuo aumento”.

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