Riforma della scuola: intervista a un docente indignato, precettato, ma che non rinuncia alla lotta

Riforma della scuola: intervista a un docente indignato, precettato, ma che non rinuncia alla lotta

Si chiama Alessandro Bonazzi ed è docente di Chimica in una scuola superiore, il Corso, a Correggio, grosso comune a pochi chilometri da Reggio Emilia. Lo abbiamo intervistato mentre erano in corso le votazioni per l’orrendo disegno di legge di controriforma della scuola, targato Renzi-Giannini, e mentre alcune centinaia di suoi colleghi, studenti e sindacati manifestavano a Roma, in piazza del Pantheon. Il professor Bonazzi non nasconde la sua indignazione per il tentativo di far arretrare la scuola di decenni, ma non molla la volontà di lottare contro il progetto di scuola che questo governo cerca di mettere in atto.

Professor Bonazzi, tra qualche giorno avranno luogo gli scrutini. Cosa farà? “Lo dico con molta chiarezza: andrò a fare lo scrutinio solo da precettato. Non rinuncio alla protesta, anche se mi precettano. Non sono affatto d’accordo sulla filosofia di questa legge. Il governo ha reso difficile, se non impossibile, discutere di scuola. E la filosofia, la nostra idea di scuola, è diversa. La legge andrebbe riscritta. Ci siamo trovati di fronte ad un muro. Mi dicono che se io vengo precettato è perchè si tratta di interruzione di pubblico servizio. E quindi commetterei un reato se non dovessi presentarmi. Sarò obbligato a farli, gli scrutini, ma solo se vi fosse una costrizione, un precetto, che trovo ingiusto”.

La riforma l’hanno chiamata “la buona scuola”. Ma qual è il suo giudizio sulla scuola italiana? “Mancano i fondi e gli investimenti veri, ma per il resto è già una buona scuola. Dal punto di vista della didattica, ad esempio, non siamo indietro, anzi, siamo messi meglio rispetto a tanti paesi europei, Germania, Francia o Inghilterra. È ovvio che anche nella classe docente, come in tutte le categorie ci sono persone che non sono capaci di fare il loro mestiere. C’è però una spiegazione. In realtà, una vera formazione non c’è mai stata, perchè si è sempre assunto per concorso. Invece, le SSIS introdotte dalla riforma di Luigi Berlinguer erano una buona cosa. Le dico che, al termine del mio corso di formazione didattica, i docenti che oggi si trovano a formare i miei colleghi sono stati tutti d’accordo sul fatto che il modello di Luigi Berlinguer era pressoché perfetto, ma aveva solo bisogno di tempo per funzionare bene. Coi concorsi si punta alle discipline, invece occorre puntare alla didattica delle discipline. Bisogna dare per acquisita la disciplina, con la laurea, non va riverificata tutte le volte”.

Cosa occorrerebbe fare per mettere riparo alle fragilità che comunque esistono nella scuola? A partire dalla sua esperienza di docente. “Ho un’idea abbastanza diversa. La scuola non è una società a parte, ne è un segmento decisivo. Parto da un ragionamento generale che riguarda il nostro Paese. Penso che esistano quattro settori fondamentali: gli aiuti alle aziende nuove, che l’abbiano fatte dei ragazzi o che l’abbiano realizzate degli ex dipendenti usciti da grandi aziende, devono essere concreti, non sconti fiscali. Facciamo partire le aziende con idee nuove e poi andranno avanti da sole. Maggiori investimenti nell’assistenza, nel welfare, nello stato sociale, per rendere le persone più serene, perché una persona più serena vive meglio, lavora meglio, ha certezze. In terzo luogo, va potenziata la ricerca, occorre mettere soldi veri nelle università, perchè possano vivere autonomamente senza chiedere migliaia di euro ai ragazzi tutti gli anni. E infine, la scuola. Investimenti concreti, denaro, soldi per conoscenza e strumentazione. Sono docente in una scuola in cui l’unico computer in classe non serve per la didattica, ma per il registro elettronico. Ed è arrivato in febbraio. Nella scuola in cui insegno, per citare un caso personale, sta accadendo una vicenda kafkiana: i ragazzi che fanno il corso di reception (il Corso è un Alberghiero) hanno avuto in dono un programma usato negli alberghi. Ma si riesce ad utilizzare al di sotto delle sue potenzialità, perché non ci sono i soldi per pagarsi l’assistenza e la manutenzione del programma. Alcuni genitori hanno proposto perfino di organizzare cene per cercare i fondi necessari. Ecco, questa è la metafora più calzante per definire limiti e pregi della scuola italiana”.

Un grande contributo alla lotta contro il ddl viene da studenti, docenti e personale, da sempre bacino di voti del centrosinistra. Perchè, secondo lei. proprio un governo di centrosinistra insiste su questa controriforma? “Bisognerebbe chiederlo a loro. Secondo me c’è superficialità, poco interesse verso la scuola, se non dal punto di vista economico, della trasformazione della scuola in azienda. Ma la scuola non è un’azienda. Bisogna gestirla in modo razionale, ma non è un’azienda. Al governo si sono comportati come dilettanti allo sbaraglio. Fanno le cose senza parlare con chi ci lavora. Ignorano i nostri suggerimenti. Per loro, in realtà, l’educazione non è una priorità. Perché proprio un governo di centrosinistra? Provo a spiegarmelo così. Si sono adagiati sul pensiero unico degli ultimi vent’anni, per cui tutto è economia, tutto è azienda, non c’è altro. Ciò denota mancanza anche di capacità di elaborazione, di programmi, di progetti, strategie e di ideologie. Il male delle ideologie era la loro cristallizazione. Tuttavia, dobbiamo convincerci che le idee sono l’asse portante del futuro. Quando mancano, si deraglia. Se devo giudicare i ministri di questi venticinque anni scopro che dopo Luigi Berlinguer, abbiamo avuto ministri sempre meno capaci. Berlinguer è stato l’ultimo ministro competente. L’unico punto su cui davvero è stato contestato si riferisce al sistema di valutazione di insegnanti e docenti. Ma le sue idee sulla scuola erano importanti. Dopo Berlinguer, la Moratti ne ha intelligentemente seguito le orme. Poi, tra Gelmini, Carrozza e Giannini è stata una bella lotta”.

E secondo lei, in questa ideologia di trasformazione aziendalista della scuola, qual è stato il punto più critico e pericoloso? “Si riempiono la bocca del termine ‘merito’, ma è sbagliato. Esiste una differenza tra merito e talento: una persona di sinistra e un cristiano condividono maggiormente un interesse verso il talento piuttosto che verso il merito. I talenti sono un termine felice, che implica questo ragionamento: tu hai delle cose da dare in quantità più o meno ampia. Il mio obiettivo è quello di farteli crescere e metterli a disposizione degli altri. Il merito ne seleziona uno e tutti gli altri li butta via. È un’idea che non mi appartiene, e giudico che questa ideologia del merito non è di sinistra. La società è complessa e ampia: non avremo bisogno dei migliori insegnanti ma di tanti insegnanti, e questi devono avere talenti sufficienti per insegnare bene. Dobbiamo formare tanta gente, non selezionare i più bravi. È questione di strategia, il merito non funziona, la formazione dei talenti sì”.

Come vede dunque la scuola dal suo osservatorio? “È necessario tornare indietro su alcuni punti fermi: basta con le classi pollaio introdotte dalla Gelmini e con quella scigurata idea delle classi da trenta alunni. Massimo venti studenti per classe, dove vengono formati e alimentati i talenti di ciascuno, sia dei docenti che degli studenti. La didattica speciale e di alto livello deve essere espressa per tutti, nessuno può trovarsi indietro. Per questo è realistica la cifra di portare nelle scuole 3 o 4cento mila docenti, questa è la strategia. Pensiamo alle strategie tedesche in didattica, da assumere: 24 periodi da 45 minuti, che significa non più 32 periodi a settimana, ma 50. Ciò porta a considerare 28 periodi comuni per tutte le scuole, ovvero discipline comuni e poi una ventina di periodi specifici per ciascuna categoria di scuola. Se ci avessero ascoltati, al governo, li avremmo costretti a ragionare su questa scuola, non sui poteri dei presidi”.

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