Renzi, un’orgia televisiva, in preparazione del voto sull’Italicum. Fassina: il Pd non è più quello cui mi sono iscritto

Renzi, un’orgia televisiva, in preparazione del voto sull’Italicum.  Fassina: il Pd non è più quello cui mi sono iscritto

Ci fosse un giornalista che in questa orgia televisiva, Rai in particolare, di Renzi e di qualche suo ministro, non si limita a reggere un microfono, forse è chiedere troppo. Fare domande, non diciamo imbarazzanti, per carità, visto lo stato attuale di servilismo di gran parte del giornalismo italiano, ma domande vere, forse costituisce uno sforzo troppo grande. In questi giorni, dopo l’orgia mediatica sull’Italicum senza mai spiegare quale riflessi avrà sul rapporto fra esecutivo e Parlamento, il sale della nostra democrazia, perché qui sta il nodo, si è passati a quella sull’Expo. Renzi Matteo ha preso come merito del suo governo il fatto che  la grande esposizione mondiale abbia aperto i battenti. In realtà, non ha alcun merito particolare. Ha reso omaggio alla ex sindaco Moratti quando la vittoria dell’Italia su Smirne è dovuta al governo di cui era presidente Romano Prodi e poi qualche merito lo ha anche avuto Enrico Letta, quello cui  Renzi disse “stai sereno” e poi lo cacciò. E poi quei 200 mila cittadini che alla inaugurazione avrebbero visitato gli stand. Su quale base i media televisivi hanno diffuso quella cifra? Non si sa. Ancora: il premier e il ministro Padoan affermano che  si tratta di “un segno del cambiamento”.  E Renzi aggiunge che ormai “tutti i numeri, gli indicatori economici, sono positivi”. La giornalista che lo intervista si guarda bene dal dirgli che, solo uno ne citiamo, per quanto riguarda l’occupazione  la crisi si fa sempre più pesante. Cresce il numero dei senza lavoro, dei giovani in particolare. Se ne guarda bene. Insomma in questi giorni di orgia Expo si prepara il ritorno dell’Italicum alla Camera per il voto definitivo previsto per lunedì.

La legge elettorale altera il rapporto fra esecutivo e legislativo

Un passaggio, dice Stefano Fassina, sinistra Pd, molto importante, in cui va “respinto, combattuto, il tentativo di banalizzare l’oggetto di uno scontro, una rissa all’interno del Pd fra chi vuole cambiare, rinnovare e chi è attaccato alle poltrone. Non si tratta solo delle preferenze, dei nominati,  dell’uomo solo al comando”. Fassina parla ad una assemblea di un Circolo romano, quello dell’Esquilino, cui è iscritto. Ha chiesto lui di confrontarsi con la base del partito, in un percorso che coinvolge anche altri circoli romani. Fassina sottolinea che  “la posta in gioco è molto alta. L’Italicum è una legge di rango costituzionale, determinante per la qualità della democrazia, decisiva per gli assetti istituzionali, nel rapporto fra esecutivo e Parlamento, fra potere legislativo e potere esecutivo. Il voto di fiducia sulla legge elettorale – prosegue – in termini di principio è inaccettabile. Anche se fossi da solo non voterei mai questa legge. La fonte di legittimazione popolare non c’è più, non c’è più l’autonomia della legislatura, l’esecutivo domina il legislativo”.

Il premier ha bisogno di portare a casa l’Italicum, il segno dell’uomo solo al comando

Renzi  invece ha bisogno di questa legge, senza modifiche. Vuole presentarsi al paese come l’uomo del fare, con le carte in regola, contro i gufi e i professionisti del “non ce la farete”. L’uomo forte, insomma, che “dona” ai cittadini una legge elettorale come nessun altro ha saputo fare.  Che mette le cose a posto con le opposizioni, Forza Italia, in particolare, ormai ridotta a un colabrodo. Se se ne vanno, se abbandonano l’aula che problema c’è. La legge elettorale si può approvare a colpi di fiducia, con buona pace anche della presidente della Camera che non ci sembra abbia brillato nella conduzione della partita. Basta un voto in più. Renzi ha la memoria corta perché aveva detto che una legge di valenza costituzionale ha bisogno di una larga maggioranza. L’aveva detto anche Giorgio Napolitano e lo fa capire anche il presidente Mattarella, pur tra le righe.

 Matteo  non ama il partito di cui è segretario, guarda al centro e anche a destra

I veri problemi di  Renzi non sono questi. Riguardano il Pd, un partito che lui non ama, forse non ha mai amato. Quella unione fra  ex comunisti e ex democristiani, fra il mondo socialista e quello cattolico per lui è roba da rottamare. Il premier-segretario ha bisogno di quella legge elettorale per costruire il “suo” partito della nazione, un’accozzaglia di forze e persone trasversali, priva di identità, l’ideologia per carità lasciamola ai professori, agli intellettuali, ai gufi, da destra a sinistra. Il suo problema è tenere la sinistra o meglio  le sinistre dentro il partito. Da destra e dal centro gli arrivi sono assicurati non solo da parte di parlamentari, Bondi e consorte sono fra i primi, ma dallo spostamento di “ras” locali che offrono i loro voti e i loro servigi nelle elezioni regionali. Resta il problema delle minoranze, in parte risolto con il documento dei “cinquanta”  di “Area riformista” che faceva capo al presidente del gruppo Pd alla Camera, Roberto Speranza, con Bersani come padre nobile, se così si può  dire. Costoro dopo aver detto peste e corna dell’Italicum hanno votato la fiducia e ora si apprestano a esprimere il loro sì ad un Italicum che hanno tentato di modificare con firme su documenti, appelli al premier per apportare qualche modifica, anche una sola, sui nominati. Tutte respinte da Renzi Matteo e dal suo clan. Schiaffi in faccia, sberle ne hanno prese. Ma il  dolore  lo hanno dimenticato. Dice Speranza che i trentotto  che  non hanno votato la fiducia alla fine in fase di approvazione definitiva della legge elettorale saranno di più a dire no, nelle forme ancora non definite.

Il dibattito  un Circolo romano, renziano: critiche alle minoranze ma anche alle politiche del governo. Consensi a Fassina

Questo è il secondo problema per Renzi. Anzi, il primo, il partito. Torniamo a Fassina e all’incontro con gli iscritti. Una cinquantina di persone, un Circolo, si dice, renziano. La segretaria fa una rapida introduzione, riconosce che c’è una crisi del partito ma la definisce, con qualche ottimismo, di “crescita”. Fassina fa una rapida introduzione su quanto avvenuto alla Camera nella discussione dell’Italicum poi chiede ai presenti di dire che ne pensano. Si verifica una strana situazione: diversi interventi sono fortemente critici nei confronti della  legge,  dell’operato del Pd, delle minoranze. Un tema classico della sinistra, il “che fare”. Che arriva fino all’ipotesi caldeggiata in alcuni interventi della costituzione di un gruppo autonomo, una uscita dal Pd. Dai “renziani”, ma forse l’etichettatura così netta è sbagliata, arrivano critiche alle minoranze, il partito, le regole, il voto della maggioranza va rispettato.

Nel vocabolario dei  renziadi  chi la pensa diversamente è identitario e ideologizzato

Alcuni interventi sembrano sotto dettatura. Le minoranze sono accusate di essere “identitarie”, “ ideologizzate”, sembra di ascoltare dei  Renzi  in formato ridotto. Ma fanno proprie alcune critiche sollevate nel dibattito da parte di non renziani che parlano di battaglia mancata. Non ci sono solo la legge elettorale, la riforma costituzionale. Dovevate battervi di più, con più forza, contro il Jobs act, il Def, la riforma della Pubblica amministrazione, la scuola, le pensioni. Una accusa che viene anche da interventi di alcuni renziani dichiarati. Allora non è tutto oro quel che riluce. Forse se il Pd fosse un partito dove davvero si discute, la base conta, gli iscritti hanno un peso e non solo i parlamentari, i sindaci, i segretari regionali al più, le cose andrebbero diversamente. È proprio questo dibattito che mette in luce le difficoltà vere dello stare insieme.  Concludendo, Fassina non dà indicazioni su come i parlamentari del “no Italicum” si muoveranno. Si riserva una valutazione tenendo conto di come  si articolerà il dibattito  in Aula. Le opposizioni sono orientate ad abbandonare l’aula.

In gioco è l’idea di democrazia che ha il Pd. Non servono tatticismi elettorali

Rispondendo agli interrogativi, alle critiche, ai consensi, venuti dal dibattito, ribadisce che i problemi non si risolvono con “tatticismi elettorali”. “È in gioco l’idea di democrazia che ha il Pd, un partito che diventa plebiscitario, non entra in contatto con i corpi intermedi, i sindacati. Non è l’idea di Pd cui mi sono iscritto.  Non mi si può chiedere di rispettare la disciplina. Il Pd, ripete, non è più quello cui mi sono iscritto. È altra cosa. Altra cosa è il programma sulla base del quale sono stato eletto. Io ho fatto un altro patto con gli elettori e quello devo rispettare. Così dice la Costituzione quando afferma che il parlamentare opera senza vincolo di mandato.  Ancora: c’è la possibilità di una efficace battaglia all’interno del Pd? Si è dimesso il capogruppo Speranza e non si è neppure ritenuto di doverne discutere, subito”. La  risposta alla domanda è eloquente. Risponde a chi ha posto una domanda sulla possibilità di scissioni: “La scissione è molecolare, sono tanti, proprio tanti che non riprendono la tessera, se ne vanno in silenzio, non votano.  Siamo a un passaggio straordinario.” Si ferma qui. Ha già detto molto e non in politichese.

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