Renzi: che bello il sindacato unico. Come nel fascismo. Draghi: flessibilità, contrattazione nazionale addio

Renzi: che bello il sindacato unico. Come nel fascismo. Draghi: flessibilità, contrattazione nazionale addio

Dio li fa e poi li appaia:il vecchio detto popolare non si smentisce mai. Renzi Matteo e Draghi Mario, il premier  segretario del Pd e il presidente della Banca centrale europea, a poche ore di distanza l’uno dall’altro portano un duro attacco ai sindacati e ai lavoratori italiani. Il primo, parlando a ruota libera a “Bersaglio mobile”, il programma di Mentana, ha affermato: “Mi piacerebbe un giorno arrivare a un sindacato unico, vorrei una legge sulla rappresentanza non più sigle su sigle su sigle”. Il secondo intervenendo al Forum della Bce, a Sintra in Portogallo ha affermato che la “flessibilità deve entrare nel Dna dell’Eurozona e della Unione europea”.

Il premier parla a ruota libera, più di un’ora, di fatto senza interlocutori. Mentana, il direttore de la7 e le due giornaliste, Alessandra Sardoni e Gaia Tortora, sembrano tre figurini. Di fatto, Renzi è un torrente di chiacchiere, fa un comiziaccio di campagna elettorale, ormai la “par condicio”, con la benedizione dell’Agcom che dovrebbe tutelarla, va a farsi benedire. È morta e seppellita. Il premier ne dice tante, offende persone come Sergio Cofferati, accarezza il De Luca, certo gli “impresentabili”, sostengono i nostri candidati, ma noi in lista non ne abbiamo, ma non è così anche se nessuno glielo fa notare. Poi arriva il botto, il “sindacato unico”.

Mussolini benedice la confederazione nazionale delle corporazioni sindacali fasciste  

Se Renzi conoscesse la storia saprebbe che già c’è stato in Italia il sindacato unico che comprendeva anche i padroni delle industrie e dell’agricoltura . Si chiamava Confederazione nazionale delle corporazioni sindacali fasciste. Il  21 aprile del 1930 Mussolini, parlando al Consiglio nazionale delle Corporazioni, affermava che “è solo nella corporazione che si realizza l’unità economica nei suoi diversi elementi: capitale, lavoro, tecnica; è solo attraverso la corporazione fascista, cioè attraverso la collaborazione di tutte le forze convergenti a un solo fine, che la vitalità del sindacalismo è assicurata”. Dai sindacati arriva una immediata risposta.

A fronte dei tanti che usano la parola, flessibilità, senza mai dirne il vero significato, l’uomo che orienta e gestisce la politica monetaria, foraggia la banche nazionali, decide di fatto gli investimenti dei singoli stati, ha usato espressioni molto chiare: “la contrattazione aziendale delle retribuzioni – ha detto – è da preferire a quella nazionale”. Poi il ricatto: “Trattare su riduzioni salariali – dice – è meglio che  negoziare licenziamenti”. Più chiaro di così non poteva essere: siano i lavoratori a pagare le crisi aziendali. E viene fatto l’esempio della Germania. Ormai è una specie di coro. Ma non si dice, e Draghi se ne guarda bene, sorvola, che il  “bengodi” tedesco per tantissimi lavoratori significa più contratti a tempo parziale dell’arco della giornata lavorativa.  Per dire, fai il cameriere per tre ore, poi diventi barista per altre tre ore. Insomma il regno del part time.

La  flessibilità deve diventare funzione economica permanente nell’Eurozona

Si capisce perché Draghi tanto insista sulla flessibilità  fino ad affermare che “la flessibilità deve diventare funzione economica permanente dell’Eurozona”.  Valori costitutivi  e criteri di unità europea sono “funzioni politiche dei membri della Ue”. In poche parole si tratta della linea Marchionne adottata nelle fabbriche Fca, ex Fiat dove i poteri di contrattazione dei sindacati sono praticamente nulli. Parole dolci quelle di Draghi, per le orecchie sensibili di Confindustria che Marchionne aveva abbandonato proprio  per farsi la contrattazione in casa con sindacati disponibili a rinunciare alla difesa dei diritti, lasciando le scelte salariali nelle sole mani dell’impresa, discriminando la Fiom. Il presidente di Confindustria giovedì prossimo alla assemblea della associazione degli imprenditori proporrà ai sindacati di cambiare le regole dei contratti, un anno di tempo, L’attuale sistema, dirà Squinzi, articolato su due livelli, nazionale e decentrato non è stato in grado di dare le risposte che le aziende attendevano sia in periodo di recessione che in quello di deflazione. Suona la grancassa il responsabile dell’economia del Pd, Filippo Taddei. Proprio il Jobs act – dice – spinge le aziende  a ricorrere alla contrattazione per ottenere flessibilità nelle prestazioni. Si fanno sentire il senatore del Pd, Ichino e Sacconi, Ncd, ideatore, allora ministro con Berlusconi, delle deroghe ai contratti nazionali. Le prime reazioni alle parole di Draghi arrivano dalla Uil il cui segretario generale, Barbagallo,che si è limitato ad esprimere “perplessità” in attesa di capire meglio quale sia il “verso” di questa uscita, forse quello che porta a una riduzione dei salari nel nome della adorata flessibilità.

Martini (Cgil). Draghi conosce solo l’industria manifatturiera. Un tentativo per ridurre i salari

Problema questo che solleva anche Franco Martini, segretario confederale della Cgil, che ha proprio la responsabilità della contrattazione. “Draghi – dice – propone una contrattazione di secondo livello, di azienda che prenda il posto della contrattazione nazionale. Mostra di non conoscere la struttura dei nostri settori. La sua visione è rimasta legata alla sola industria manifatturiera, la parte vecchia del mercato del lavoro che sempre più si orienta verso altri settori nei quali non è possibile la contrattazione di secondo livello”. E ne cita uno, indiscutibile, quello del lavoro domestico, con più di due milioni di  lavoratori. “La proposta di Draghi non è plausibile, penso che lui stesso conosca bene il nuovo mercato del lavoro – dice -, allora perché questa sortita? Il dubbio che si abbia in mente una riduzione dei salari è del tutto legittimo. In Italia esiste una tradizione, la contrattazione su due livelli. Quello nazionale per assicurare a tutti i lavoratori pari condizioni dal punto di vista salariale, il salario minimo che c’è già, delle condizioni di lavoro”.

La contrattazione di secondo livello è aggiuntiva, non sostituisce quella nazionale che vale per tutti

“Quello aziendale è aggiuntivo, legato alla produttività, all’andamento dell’azienda, rispetto a quello nazionale. Ma, ripeto, aggiuntivo, perché questo è e questo deve rimanere”. Ancora: “Le crisi non si affrontano diminuendo i salari come sembra indicare Draghi. Il governo – sottolinea Martini – dovrebbe affrontare, da subito, la riforma, una ‘buona riforma’ degli ammortizzatori sociali. Il sindacato non si sottrae al confronto,  è disponibile alla gestione di stati di crisi. I contratti di solidarietà fanno parte del nostro dna”. Conclude: “Quella di Draghi mi sembra una proposta senza capo né coda”. Ma ormai non c’è da meravigliarsi di niente visto che c’è un premier come Renzi cui piace il sindacato unico,lo indica come modello. Va a braccetto con la flessibilità. Ma che scherziamo?

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