Renzi, 4 teppistelli figli di papà. Giovani sfigati rifiutano il lavoro. Una campagna dai toni reazionari

Renzi, 4 teppistelli figli di papà. Giovani sfigati rifiutano il lavoro. Una campagna dai toni reazionari

Figli di papà. È stato Renzi a rilanciare questa immagine usata negli anni passati per sbeffeggiare studenti, giovani che manifestavano per il diritto allo studio, al lavoro. Dai figli di papà si passò ai “bamboccioni”. Usarono questa parola ministri, viceministri, sottosegretari. Si distinsero in particolare non solo esponenti di destra, forzaitalioti o giù di lì ma anche  personalità come il ministro Padoa Schioppa, lo stesso Monti, la ministra Fornero poi pentita, un viceministro, Michel Martone, scomparso rapidamente dal panorama politico così come rapidamente era arrivato, anche da quello accademico, una specie di  enfant prodige, ne aveva fatto  un suo personale terreno di battaglia. Per molti anni non si era più parlato dei figli di papà, visto anche che i giovani in numero sempre crescente battevano ogni record di disoccupazione con una asticella che si colloca ormai verso il 45%. Ci  voleva uno come Renzi a tirar fuori da un vecchio armadio queste parole. Lo ha fatto nel tentativo di sminuire la gravità dei fatti avvenuti a Milano proprio nella giornata della inaugurazione dell’Expo, l’Italia abbraccia il mondo, diceva il premier, ma nelle strade si muovevano persone incappucciate, tute nere, caschi in testa, ovunque portavano devastazione, auto incendiate, scene da guerriglia, con la polizia nella sola funzione di contenimento, immagini che hanno fatto il giro del mondo.

I milanesi hanno ben capito che  gli autori delle  devastazioni non erano i “ figli di papà

“Quattro teppistelli -aveva detto Renzi – figli di papà non rovineranno la festa”.  Solo lui poteva fare queste affermazioni, il problema infatti non era la festa rovinata ma una città devastata, perché, da chi, quale organizzazione ha tirato le fila, chi  guidava le mosse delle tute nere, quelli che Renzi ha definito “figli di papà”. Hanno ben capito i milanesi, il sindaco Pisapia, che non si trattava di quattro teppistelli.  Si sono subito dati da fare per ripulire per quanto possibile, la città, il giorno dopo hanno raccolto l’appello  dello stesso sindaco e sono scesi in piazza. Milano democratica non ha ridotto questa gravissimo episodio a “quattro teppistelli”. Molti cittadini che hanno filmato le tute nere mentre devastavano consegnano le immagini alla polizia. C’è da sperare che anche le forze dell’ordine, in genere molto puntuali a girare immagini di manifestazioni pacifiche, ne abbiano a sufficienza per individuare questi delinquenti. Non può non destare perplessità che solo cinque persone, al momento in cui scriviamo, siano state arrestate. SI dà il caso comunque che non risultino essere figli di papà, come dice Renzi, il quale per fare un po’ di demagogia, anche in un momento così grave, non trova di meglio che rispolverare parole vuote. Coma a dire, vedete, contro di me, perché lui tutto personalizza, anche l’Expo, sono i ricchi. Così come ce l’ha contro gli intellettuali, i professori.

La Gruber a “Otto e mezzo”: e se impedissimo le manifestazioni quando ci sono avvenimenti importanti?

La cosa grave è che sulla scia del presidente e segretario del Pd, come ormai avviene sempre e comunque, sono arrivati i media. Hanno rilanciato i “figli di papà”, si sono abbandonati ad analisi da quattro soldi sulla attuale gioventù.  Si è avvertito in questi giorni un vento reazionario aleggiare sul nostro Paese. Se sono quattro teppistelli, per evitare che facciano devastazioni, basta impedire cortei e manifestazioni quando si è in presenza di particolari avvenimenti. Una tesi che è risuonata in “Otto e mezzo”, proposta incredibile, a dirsi da Lilli Gruber. Ha risposto un alto funzionario di polizia, ricordando che l’Italia è un paese democratico e le manifestazioni non possono essere impedite. La stessa Gruber, quasi a mordersi  la lingua, ha riconosciuto che forse aveva detto “una cosa reazionaria”. Ma altri giornalisti l’hanno fatta propria.

Perché c’è stato chi ha rifiutato di lavorare alla esposizione milanese. Rispunta l’ex viceministro Martone

E questa storia dei figli di papà, dei bamboccioni  è tornata alla ribalta sempre a “Otto e mezzo”. Così sono stati definiti coloro che  hanno rifiutato il posto di lavoro proprio all’Expo. C’era in prima fila il ripescato Michel Martone, di cui si erano perse le tracce. Con Vittorio Feltri ha tratteggiato l’immagine di coloro che hanno  detto no a un contratto lacrime e sangue. Non hanno bisogno di lavorare, nella vita si deve fare di tutto, è comodo stare in casa, non far niente. Una di coloro che ha  detto no ha spiegato, in studio, perché non era proprio il caso, alla fine non avrebbe portato a casa neppure un euro. Ha detto quasi irritata che non era una mantenuta dai genitori, che le piaceva lavorare, avendo però delle prospettive e non sei mesi e poi a casa. C’era anche un  sindacalista del Nidil Cgil di Milano, cercava di spiegare che i giovani che avevano rifiutato non erano figli di papà, bamboccioni, il loro rifiuto era motivato dalle condizioni di lavoro e da quelle salariali. Feltri e Martone facevano  finta di non capire. Alcuni media ne hanno fatto un caso. Ne è nata una sorta di “caccia” a chi rifiuta un lavoro, giovani sfigati, una immagine reazionaria per contrabbandare  una crisi economica che colpisce i giovani, appunto, in primo luogo. Meraviglia che anche Lilli Gruber più volte  abbia detto al segretario del Nidil Cgil: “Non vi capisco proprio”.

Share

Leave a Reply

Your email address will not be published.