Pannella, il digiuno, la spes contra spem

Pannella, il digiuno, la spes contra spem

Con Marco Pannella è così, non c’è nulla da fare. Il direttore di “Jobsnews” mi chiede di scrivere qualcosa su Pannella che sa essere impegnato in uno sciopero della fame e della sete ad oltranza, e pensa (e sono d’accordo con lui) che la cosa sia comunque una notizia; e che la causa per cui si fa questo sciopero può essere giusta o sbagliata, la si può condividere o avversare; ma che ha il diritto di essere conosciuta, discussa, magari criticata; ma perché sia conosciuta, discussa, criticata non ci dovrebbe essere bisogno di fare ricorso a questi “mezzi” estremi; e dunque, va bene, cerchiamo di dare una mano a Pannella, parliamo di quello che fa, e soprattutto ragioniamo di quello che propone. Ecco, non fai in tempo a cercare di mettere insieme qualche cosa di sensato, raccogliere un qualche pensiero, che ti arriva l’annuncio che ha interrotto l’iniziativa; e magari prima che questo articolo sia finito e pubblicato, lo avrà ripreso…Insomma, cos’è questo tira e molla?

Ottobre 2013. Il messaggio di Giorgio Napolitano alle Camere

Il messaggio di Napolitano alle Camere    Per capirci qualcosa, bisogna fare un passo indietro, all’8 ottobre 2013: Giorgio Napolitano, allora presidente della Repubblica, avvalendosi delle prerogative previste dalla Costituzione, invia un formale messaggio alle Camere. E’ il primo da che è presidente (e sarà anche l’unico); riguarda la questione della giustizia e delle carceri. E’ un messaggio articolato, “pesante”, senz’altro frutto di meditate e riflessioni, di un percorso di consapevolezza sofferto e riconosciuto, che vince legittime e comprensibili perplessità, e (forse) giustificabili esitazioni; un messaggio che pochi, a giudicare dalle reazioni con cui è stato accolto, conoscono (hanno voluto conoscere) nella sua integrità e colgono nella sua importanza.

Per cogliere il senso profondo e il valore di questo documento occorre leggerlo nella sua interezza, ed è questo che si invita esplicitamente a fare, è un testo di quella civica educazione che dovrebbe essere inserito nei testi di scuola. Il Presidente, primo magistrato italiano, ricorda nel modo più solenne che gli viene consentito, che l’Italia è condannata più volte dalle giurisdizioni nazionali ed europee per violazione dei diritti dell’uomo; ed “…è fatto obbligo per i poteri dello Stato, ciascuno nel rigoroso rispetto delle proprie attribuzioni, di adoperarsi affinché gli effetti normativi lesivi della Convenzione cessino”.

“Riconsiderare le perplessità relative all’adozione di atti di clemenza”

“Fatto obbligo”. Due parole che non possono essere più “pesanti” e definitive nella loro secca chiarezza. Il messaggio di Napolitano poi contiene sei punti concreti di cose da fare. Un vero e proprio programma politico; i radicali decidono di adottare quel testo come loro documento fondativo delle future iniziative politiche; un messaggio che si conclude con una affermazione impegnativa: “…Ritengo che ora, di fronte a precisi obblighi di natura costituzionale e all’imperativo – morale e giuridico – di assicurare un “civile stato di governo della realtà carceraria”, sia giunto il momento di riconsiderare le perplessità relative all’adozione di atti di clemenza generale”.

Pannella, ascoltatelo con un minimo di attenzione, non vi dirà mai che le sue sono proteste; piuttosto sono proposte. Non è un giochino semantico, è il suo modo di far politica: non vuole tanto vincere, quanto con/vincere, nel senso di vincere “con”; anche con l’avversario politico, vuole strapparlo dal campo in cui si trova e portarlo nel suo: “…ci sono troppe splendide cose che potremmo/potremo fare anche con il “nemico” per pensare ad eliminarlo”.

Satyagraha, ricerca della verità con la non violenza e il dialogo

Lo scriveva quarant’anni fa, in una celebre prefazione a un libro di Andrea Valcarenghi, “Underground a pugno chiuso”; prefazione che, scrive Pier Paolo Pasolini, costituisce il manifesto del radicalismo moderno. Pannella riassume le sue iniziative con il termine “Satyagraha”, ricerca della verità con la nonviolenza e il dialogo; la capitiniana persuasione: l’operare affinché il Potere, chi lo incarna, rispetti la sua stessa legge, primo fondamentale passo per superarle, dopo aver dimostrato come sono sbagliate, contrarie al comune sentire. Se si vuole, la stessa teoria della prassi che accomuna David H. Thoreau, Gandhi, Martin Luther King, César Chavez, Nelson Mandela, gli altri campioni della nonviolenza. Chiarito questo aspetto di fondo, Pannella e i radicali dicono che la situazione crudele in cui versano le carceri in Italia, e lo stato comatoso della Giustizia non sono invenzioni radicali: ci sono le condanne delle giurisdizioni europee, le delegazioni ONU inorridite dopo aver ispezionato i nostri istituti di pena; i pronunciamenti della Corte Costituzionale, gli appelli del Pontefice; e allora occorre uscire subito da questa situazione di illegalità, che a parte i suoi risvolti etico-morali è anche un danno per il paese intero. L’incertezza del diritto, il non sapere quando verrà emessa una sentenza, allontana dal nostro paese investitori stranieri, fa sì che quelli italiani cerchino altri luoghi…Insomma tutto il cahier de doleances che ben sappiamo.

Migliaia di detenuti in attesa di giudizio

Lo sappiamo, come sappiamo che ogni anno, indiscriminatamente, vanno in prescrizione centinaia di migliaia di procedimenti penali; che nelle nostre carceri languono migliaia di detenuti in attesa di giudizio che verranno in buona parte dichiarati innocenti ed estranei ai fatti; che dobbiamo pagare milioni euro sotto forma di risarcimenti per ingiuste detenzioni…Lo sappiamo, e che facciamo? Ecco, Pannella con la sua iniziativa nonviolenta vuole aiutare chi governa a rispettare la legge che ci siamo dati e che violiamo ogni giorno. Chiede dibattiti nei luoghi dove si forma l’opinione su questi temi, che si possano confrontare posizioni e soluzioni; chiede che questa diventi la priorità di una azione di governo riformatrice; chiede a tutti, Papa compreso “spes contra spem”: di “essere” speranza contro “l’avere” speranza; e in particolare chiede alla comunità penitenziaria (i detenuti, ma anche gli agenti della polizia penitenziaria, i volontari e tutti coloro che nelle istituzioni carcerarie vivono, operano) di darsi fiducia, di non tradire chi vuol loro bene cedendo alla disperazione e alla tentazione di farla finita togliendosi la vita o attuare comportamenti violenti. Un visionario? Un sognatore? Forse. Sognava Cristoforo Colombo. Sognava Galileo. Sognava Garibaldi. Perché no Pannella?

Il ministro Orlando incontrerà il leader radicale.  È giusto ascoltarlo

Ecco, ho cercato di spiegare, di dare voce al suo “fare”, al suo astenersi da cibo e acqua: perché tutti noi cittadini si abbia il diritto di conoscere cosa lui e altri (magari di opinione opposta) propongono su questi temi, e si possa giudicare; ci si possa fare un’opinione. Perché ha smesso, chiederà qualcuno. Ecco la sua risposta: “Il ministro della Giustizia Antonio Orlando ci ha comunicato che ritiene giusto ascoltarci, proponendoci una data vicina e io ho ritenuto utile che questa cosa vada salutata con la sospensione della mia iniziativa nonviolenta”. Quando, “data vicina”? Mercoledì mattina, a quanto è dato sapere. Una delegazione radicale verrà ricevuta da Orlando al ministero di Giustizia.

Pannella ha anche un pensiero per il presidente della Repubblica emerito Napolitano: “All’amico Giorgio dico questo: hai stabilito che abbiamo l’obbligo di operare affinché si esca dalla condizione criminale, e questo tuo messaggio è diventato ufficialmente una mozione radicale, un nostro programma politico. Il nostro compito ora è di far si che quel testo venga eseguito, e ti chiediamo di continuare a lottare con noi, per questo obiettivo”.

Quando Marco  con l’Ugi dava filo da torcere agli universitari comunisti e a quelli cattolici

Ecco: altro si potrebbe aggiungere, ma l’essenziale, per ora credo sia stato detto. Ha 86 Pannella; uno stato di salute che consiglierebbe qualche riguardo, due tumori non sono esattamente uno scherzo; eppure non è domo, vive con l’intensità dei vent’anni, quando con l’UGI dava filo da torcere sia ai giovani comunisti che ai giovani cattolici, all’università. Non c’è bisogno di essere d’accordo con lui, chiede solo di poter essere ascoltato, che quello che ha da proporre possa essere valutato e giudicato da tutti noi. È un “minimo sindacale”, verrebbe da dire. Sono almeno quarant’anni che questo “minimo” negato.

Una cortina impenetrabile del silenzio e della censura

“…È doloroso che su principi di tale natura debbia verificarsi uno scontro drammatico piuttosto che una generale unità…Per questo ci appelliamo pubblicamente al presidente della Repubblica, ai presidenti delle Camere, al Parlamento…perché sia subito scongiurato il grave rischio esistente di irresponsabili sottovalutazioni o elusioni di fronte al problema che i radicali propongono…”. Era il 1976, quell’appello si apriva con le firme di Ferruccio Parri, Pietro Nenni, Giuseppe Saragat, Umberto Terracini, Alberto Moravia, Ignazio Silone, Elena Croce, Leonardo Sciascia, Arrigo Benedetti, Riccardo Lombardi, Loris Fortuna, Vittorio Gorresio, Dacia Maraini, Franco Fortini, Jean Paul Sartre, Simone De Beauvoir, decine e decine di altri.

Oggi non è diverso da ieri; anzi, la cortina del silenzio e della censura è più spessa, impenetrabile. E c’è il silenzio di molti che potrebbero levare la loro voce, e ancora non lo fanno.

 

 

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