Mi chiamo Maya: road movie nella Roma dei punk e degli artisti di strada

Mi chiamo Maya: road movie nella Roma dei punk e degli artisti di strada

Se si volesse fare un’indagine sociologica molto spicciola, in riguardo alla evoluzione delle mode giovanili, il risultato che più balzerebbe all’occhio sarebbe che gli adolescenti risentono più di chiunque altro delle fenomenologie storiche che li circondano. Era così per gli hipster, nell’America del secondo dopoguerra, o per i sessantottini di tutto il mondo che manifestavano contro le campagne militari in Vietnam e non solo. E così, in un periodo politico-economico come il nostro, in cui la crisi sembra aver inglobato in sé ogni tipo di spinta culturale, infettando la nostra storia con un vero e proprio horror vacui che anestetizza le masse, sembra quasi normale ritrovarsi a parlare di una generazione di ragazzi che ormai non ha più nulla da dire.  Forse è stato questo vuoto cosmico ad aver messo in crisi Tommaso Agnese. Potrebbe essere che, abituatosi a riprendere la realtà con gli occhi del documentarista, il trucco della finzione cinematografica lo abbia spiazzato.

Ma il fatto che i giovani d’oggi siano diventati un po’ tutti il surrogato di questa finta società del benessere, non è certo una buona attenuante per il regista della minifiction televisiva Così è la vita.

Mi chiamo Maya ripropone infatti tutti gli stilemi tipici di una tematica arcinota ai cinefili di tutto il mondo, e lo fa senza portare in scena alcunché di innovativo. Niki e Alice, due ragazzine di sedici e nove anni, in seguito alla improvvisa morte della madre, pur di non essere divise, sfuggono agli assistenti sociali ed iniziano una specie di viaggio di formazione che le porterà a conoscere persone nuove e totalmente diverse da loro.

Ma in una Roma rappresentata dal Parco degli Acquedotti o dal Gazometro del quartiere Ostiense, i personaggi che si inseriscono in questo ipotetico road movie sono tutti figli dello stereotipo e del piattume. A partire dall’artista di strada che farà innamorare Niki, fino alla tatuatrice punk nichilista ed autodistruttiva. Niente di nuovo, niente di strano. La coppia Agnese-Bavastro (coautori della sceneggiatura) cerca la novità in sobborghi ormai ben esplorati e conosciuti.

E così, l’unica cosa veramente straordinaria di questa pellicola è la somiglianza tra la protagonista (interpretata da Laura Adriani) e la Natja Brunckhorst che interpretava Christiane F. in Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino (1981).

E quello sì che era un film che parlava di disagio giovanile!

 

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