La vicenda degli “impresentabili” si trasforma in processo e gogna mediatica contro Rosy Bindi. Una vergognosa pagina per il Pd renziano

La vicenda degli “impresentabili” si trasforma in processo e gogna mediatica contro Rosy Bindi. Una vergognosa pagina per il Pd renziano

Vogliamo esordire manifestando subito alla presidente della Commissione Parlamentare Antimafia, Rosy Bindi, la nostra solidarietà, contro le ingiurie e gli attacchi cui è stata sottoposta dalle ore 14 di venerdì 29 maggio da un “manipolo” di parlamentari renziani e dallo stesso segretario Pd. E l’espressione della solidarietà non vale soltanto per l’istituzione che ella rappresenta (in parte delegittimata dalla stoltezza politica degli attacchi), ma soprattutto perché crediamo che abbia agito nell’esercizio delle sue prerogative istituzionali, e con leale senso dello stato. E infine perché gli attacchi contro di lei hanno agito esattamente come qualche guru mediatico dello staff di Renzi aveva immaginato a tavolino: un’arma di distrazione di massa, spostando l’asse dell’opinione pubblica dalla presenza di personaggi contestabili nelle liste regionali di Puglia e Campania, al tentativo presunto di Rosy Bindi di “operare una vendetta” tutta interna al gioco tra fazioni nel Pd. Che il gioco di distrazione di massa sia perfettamente riuscito, lo dimostra ampiamente l’equilibrismo tattico con cui le maggiori testate giornalistiche hanno reso noto i fatti. Il Corriere della Sera ha un commento velenoso di Massimo Franco; la Repubblica non risparmia alla Bindi le critiche di una cannoniera come Roberto Saviano; la Stampa si gioca Massimo Gramellini: tutti concordi e fedeli alla linea, attaccare Rosy Bindi facendola passare per la pasionaria della vendetta antirenziana, e in parte dimenticando che i veri protagonisti sono i candidati che figurano nella lista. E dimenticando anche ruolo e funzione istituzionali che ricadono sulla Bindi nella sua qualità di presidente della Commissione.

Ora, la contestabilità dei 16 candidati alle elezioni regionali, indicati dalla Commissione Antimafia, non deriva da un atto arbitrario della presidente Bindi, sia nelle modalità di presentazione che nella tempistica della presentazione alla stampa. Risponde ad una precisa ed esplicita richiesta, scritta nelle funzioni istituzionali della Commissione. Quest’ultima non poteva dare inizio al suo controllo prima della presentazione formale delle liste, un mese fa. Questa verità risponde all’ovvio, ma per il “manipolo” di renziadi non è stato così. L’esercizio del controllo e del monitoraggio è stato effettuato su circa quattromila candidati nelle liste regionali, in virtù delle regole prescritte dalla legge e in base ad un codice di autoregolamentazione sottoscritto dalla maggior parte dei partiti. È evidente che data la natura istituzionale della Commissione, il controllo non poteva che avvenire su documentazione pubblica e già resa nota dalle rispettive Procure antimafia e dalle Prefetture. Per questo, la Commissione si è limitata a segnalare 16 nomi su quattromila. E infine, non poteva parlare all’opinione pubblica se non a poche ore dalla chiusura della campagna elettorale proprio per evitare l’accusa di ingerenza. Eppure su queste premesse la stessa Bindi ha aperto la sua Conferenza stampa di venerdì. Perché nei resoconti giornalistici delle maggiori testate e nei Tg non vengono rese note? Non vi è stata alcuna forzatura, né istituzionale né politica, e non vi è stata vendetta da parte della presidente Bindi, ma rispetto delle prerogative istituzionali.

Perché tanto clamore, dunque? Perché tra questi nomi vi è quel Vincenzo De Luca, vincitore delle Primarie Pd in Campania, che pone e porrà più di un problema istituzionale a Matteo Renzi.Di fatto, il sindaco di Salerno è l’unico candidato del Pd, tra i 16, a figurare nella lista resa nota dalla Commissione. Curioso, no? Il centrodestra presenta 12 personaggi discutibili, cinque di area Forza Italia, il resto diviso tra ex Dc e adepti di Fratelli d’Italia, e e il centrosinistra 4, 3 dei quali in liste civiche collegate ai due candidati presidenti, Emiliano e De Luca. Perciò, il Pd avrebbe dovuto esultare per la pubblicazione della lista. E invece spara a pallettoni contro Rosy Bindi. Perché?

Una tentativo di risposta l’ha fornito egregiamente il direttore del “manifesto”, Norma Rangeri: “Tanta viru­lenza in realtà sco­pre la lunga coda di paglia di chi mal sop­porta che le isti­tu­zioni fac­ciano il loro lavoro anche con­tro il potente di turno. A Bindi non si per­dona la grave colpa di non essersi alli­neata al nuovo gruppo diri­gente. Ma è innan­zi­tutto con se stessi e spe­cial­mente con Renzi che dovreb­bero pren­der­sela. Il caso De Luca lo ha creato chi lo ha can­di­dato. È stato pro­prio il presidente-segretario, che ora accusa Bindi di usare l’Antimafia per fini di bat­ta­glia interna, a sbi­lan­ciarsi fino a ‘scom­met­tere che nes­suno degli impre­sen­ta­bili sarà eletto, per­ché sono tutti espres­sione di pic­cole liste civi­che’. Quando si dice che il dia­volo fa le pen­tole ma a volte dimen­tica i coperchi”. Ecco, il caso De Luca è l’esplosione del fallimento politico di Matteo Renzi come segretario di un grande partito come il Pd. E questo è il sale sulla ferita, ancora aperta, di Primarie campane mai davvero digerite dal gruppo dirigente renziano.

Il “caso De Luca” pone un inedito sviluppo istituzionale per Palazzo Chigi, del quale ne prefigura gli orizzonti il giurista Gianluigi Pellegrino. In sostanza, se non vincesse, si porrebbe il problema della sua esclusione da semplice consigliere di minoranza, in base alle leggi vigenti. Se però dovesse vincere, si aprirebbe davvero uno scenario ingarbugliato: per effetto della legge Severino, il presidente De Luca verrebbe immediatamente sospeso e il Consiglio regionale non si potrebbe neppure convocare. E secondo Pellegrino, neppure l’ipotesi del vicepresidente vicario in carica per i 18 mesi di sospensione sarebbe legale, anzi, viene presentata “come ipotesi furbesca e impraticabile”. L’unica soluzione, per Pellegrino, potrebbe essere un decreto da firmare entro domenica 31 maggio, che consentirebbe al consigliere anziano della maggioranza di indire la prima riunione del Consiglio regionale e di effettuare di seguito tutti gli atti istituzionali dovuti, compresa l’elezione e la presidenza della Giunta. In assenza di questo provvedimento, esso stesso abbastanza discutibile, si apre un grave problema di tenuta democratica, in una regione già ampiamente devastata. Ecco perché il “manipolo” di renziani si è mosso “a testuggine” contro la Bindi, come un sol uomo, lasciando le manifestazioni di solidarietà a Fassina e Bersani, e a coloro che sanno distinguere la verità politica e il rispetto istituzionale dalla faziosità generata e costruita dal potere renziano. Il caso De Luca rappresenta per Matteo Renzi un enorme fallimento politico e la sua evoluzione, in caso di vittoria, doveva restare dossier riservato alla presidenza del Consiglio. Così, la pentola è stata scoperchiata, e ogni atto di Palazzo Chigi dovrà essere giustificato e legittimato. Non solo dinanzi all’opinione pubblica, ma anche al Capo dello Stato.

Share

Leave a Reply

Your email address will not be published.