Il si irlandese al matrimonio libero è un ceffone al Vaticano e un monito per l’Italia

Il si irlandese al matrimonio libero è un ceffone al Vaticano e un monito per l’Italia

Gli irlandesi hanno detto sì in modo schiacciante al referendum che proponeva un emendamento alla Costituzione per il quale si cambia la natura dei rapporti matrimoniali. Hanno votato più del 60% degli elettori aventi diritto, una enormità da queste parti, circa due milioni su tre. Di questi, il 62% ha scelto di votare sì alla proposta di cambiamento della Costituzione. È accaduto in maniera uniforme in 42 constituencies – circoscrizioni elettorali – su 43. Ci si attendeva un voto difforme tra realtà urbane e realtà rurali, dato il tema. Invece, in tutte le circoscrizioni meno una ha vinto il sì del cambiamento sui matrimoni liberi.

In sostanza, l’Irlanda riconosce in Costituzione che chiunque può sposare chiunque, a prescindere dal genere sessuale. È il primo stato a farlo attraverso un voto popolare, ed è il diciannovesimo stato europeo a riconoscere la libertà nel matrimonio come diritto costituzionale. Il risultato irlandese, anche per le dimensioni numeriche e sociali della partecipazione e del voto al sì, ha sorpreso molti commentatori, in Europa, e soprattutto in Vaticano. L’Irlanda è “uno dei paesi più cattolici al mondo”, e fino al 1993, considerava l’omosessualità non solo un peccato ma anche un reato, come spesso accade negli stati dove è schiacciante il peso della religione anche in ambito politico e civile.

Per il quotidiano londinese Guardian, un referendum di tale natura sarebbe stato impensabile, infatti, venticinque anni fa, quando l’omosessualità era un reato. Per dare conto della transizione rivoluzionaria che sta attraversando la società irlandese, il quotidiano descrive le nuove generazioni che hanno festeggiato sabato pomeriggio il risultato del referendum nel cortile del castello di Dublino, del XVIII secolo, decorandolo dei colori tipici del movimento Lgbt, senza timori, senza paure, con l’allegria, la fantasia, l’immaginazione tipica dell’età. “Sembra un nuovo 68”, scrive il Guardian.

Identico commento sullo Scotsman: “gli analisti politici che coprono i referendum in Irlanda da decenni concordano nel ritenere che la vittoria schiacciante del sì marca un importante cambio generazionale in rapporto agli anni Ottanta, quando gli elettori sostenevano in modo fermo le tradizioni cattoliche e votavano in massa contro l’aborto e il divorzio”. Si tratta dunque di una rivoluzione sociale sospinta dalle generazioni Erasmus. “L’Irlanda cattolica è morta e sepolta”, si spinge a dire un commentatore della BBC, per il quale il voto del referendum rappresenta “a più livelli, una tappa verso il ritiro dell’ottavo emendamento della Costituzione che conferisce gli stessi diritti alla vita alla madre e al suo embrione”. La questione dell’aborto come reato è materia incandescente in Irlanda, e forse sarà oggetto di un futuro referendum. The Express, tra gli altri, rileva che lo stesso arcivescovo di Dublino, Diarmuid Martin, uno dei membri più eminenti del clero irlandese, si è rivolto ai fedeli cattolici invitandoli a pensare che le cose stanno cambiando: “è una rivoluzione sociale che si è prodotta. È chiaro che se questo referendum afferma l’opinione dei giovani, la Chiesa ha tanto da fare”. In realtà, però, la Chiesa cattolica ha perso molta della sua credibilità in Irlanda per effetto di tante vicende legate a preti pedofili e a tante vittime che sono state in grado di rompere il muro del silenzio e di denunciarli, al Vaticano e pubblicamente. Contro la pedofilia nelle parrocchie, e contro i rischi ancora presenti, il Vaticano ha fatto poco. Ha pagato i danni per decine di milioni di sterline, ma non è intervenuto con forza per cambiare davvero le cose. Con questo referendum ha ricevuto un enorme ceffone, che certamente perfino papa Francesco avrà avvertito. Nel commento dell’Independent, un professore dell’Università di Chester scrive che la decisione dell’arcivescovo Martin di non aver fatto campagna per il no – rifiutando di “imporre la sua visione religiosa nella testa della gente” – come la prova della presa di coscienza del posto che occupa oggi l’istituzione religiosa. In un paese dove la maggioranza della popolazione è “funzionalmente atea”, la Chiesa “ha perduto la sua presa sugli irlandesi”.

Lo schiaffo irlandese si è fatto sentire anche nei palazzi della politica italiana a Roma. L’Italia è rimasta con Grecia, Lettonia, Lituania, Romania, Bulgaria, Repubblica Ceca, uno dei pochi paesi a non avere una legislazione in materia di matrimonio libero. Anzi, l’articolo 29 della Costituzione impone un solo genere di famiglia, e andrebbe emendato. Peccato che non si possa farlo per referendum. Strano però che il liberale e rivoluzionario Renzi abbia stravolto la Costituzione in tante sue parti e non abbia ritenuto di aprire il fronte del riconoscimento dei diritti civili.

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