Le 3 fiducie a Renzi passano. Ma i costi politici e sociali sono notevoli. Serve una nuova strategia a sinistra

Le 3 fiducie a Renzi passano. Ma i costi politici e sociali sono notevoli. Serve una nuova strategia a sinistra

Il secondo e il terzo voto di fiducia imposti da Renzi alla Camera dei deputati sulla riforma della legge elettorale sono passati rispettivamente con 350 e 342 voti a favore. Alla terza fiducia, tuttavia, non hanno partecipato né le opposizioni, né la minoranza interna del Partito democratico, ovviamente critici e contrari all’Italicum. Dopo la prima fiducia di mercoledì, che era passata con 352 voti a favore, la maggioranza, nonostante la sostanziale tenuta, ha visto comunque pericolosamente ridursi il suo numero. Ora si attende il voto finale sulla riforma previsto per lunedì 4 maggio. I lavori alla Camera inizieranno nella tarda mattinata con l’esame degli Ordini del giorno e la loro eventuale approvazione, mentre l’ultima votazione è prevista per la tardissima serata.

La fiducia alla vigilia di un primo maggio disastroso sul piano dei dati

I 3 voti di fiducia sull’Italicum sono entrati nel dibattito politico per paradosso proprio alla vigilia di una celebrazione, quella del primo maggio 2015, che ha visto campeggiare due notizie importanti per l’azione di governo: la sonora bocciatura della Corte Costituzionale sulla riforma pensionistica della ex ministra Fornero, che costringerà il governo a restituire entro i prossimi due anni qualcosa come 5 miliardi di euro a milioni di pensionati e la nuova rilevazione Istat sulla disoccupazione, ormai giunta al 13%, che smantella le certezze diffuse dall’attuale ministro del Lavoro sui presunti successi del Jobs Act. E non solo. Esse vengono al centro del dibattito politico poche settimane dopo la strage di migranti nel Mediterraneo e il sostanziale fallimento dei vertici europei per dare soluzione alla straordinaria crisi umanitaria che si sta vivendo sulle nostre coste. Da un lato, con la fiducia, Renzi mette in mostra “il petto” della protervia e della sfida al Parlamento, dall’altro, i fallimenti del suo governo svelano ampiamente e manifestano la sua reale debolezza.

Le riflessioni di Michele Ainis e l’invito di de Bortoli a Mattarella a non firmare l’Italicum

Il costituzionalista Michele Ainis ha scritto giustamente sul Corriere della sera, in un articolo dal titolo “Le regole come atto di fede”, dopo aver definito le fiducie renziane atti di fede privi di razionalità: “L’Italicum determina l’elezione diretta del premier, consegnandogli una maggioranza chiavi in mano. Introduce una grande riforma della Costituzione, più grandiosa e più riformatrice di quella avviata per correggere le attribuzioni del Senato. Ma lo fa con legge ordinaria, anziché con legge costituzionale”. Fermiamoci un istante a riflettere su questo giudizio: la legge elettorale modifica di fatto la Costituzione introducendo l’elezione diretta del premier, che in nessuna parte dell’Occidente è contemplata. E lo dota di poteri amplissimi, da muovere molti dubbi sulla reale democraticità dell’Italicum. La conclusione di Ainis, che non è un pericoloso bolscevico, è di quelle che non lasciano scampo: “L’Italicum stride con la Costituzione vecchia, ma pure con la nuova”. E se la giustificazione è quella della governabilità, da sempre lo scudo argomentativo di Renzi e dei renziani per difendere l’Italicum, occorre ragionare su di essa come fatto politico, piuttosto che come mero calcolo numerico di deputati trattati “come soldatini”. Ainis è chiaro ed efficace sul punto: l’Italicum si poteva modificare in meglio, escludendo le tante porcherie incostituzionali che lunedì saranno votate, ma il premier e segretario del Pd non ha voluto farlo. “La governabilità dei numeri”, scrive Ainis, “è una formula rozza, oltre che fallace”. E la governabilità dei numeri è quella che vuole il premier, date le dimostrazioni di consenso molto spesso acritico, e figlio di convenienze piuttosto che di riflessioni adeguate, che Renzi ottiene dalla maggioranza dei suoi parlamentari. La governabilità numerica trasforma i deputati in soldatini ed è una violenta trasformazione del ruolo del Parlamento. L’Italicum è tutto questo. Sulle stesse colonne del Corriere della Sera, nell’ultimo editoriale, lo stesso ex direttore Ferruccio de Bortoli ha auspicato che il presidente della Repubblica, Mattarella, non apponga la sua firma sulla riforma elettorale di matrice renziana. Detto tutto ciò, che pare molto ragionevole, per coloro che sono spinti dalla razionalità, torniamo a chiederci, con stupore aristotelico, cos’abbia spinto quel gruppo di cinquanta deputati della minoranza a votare la fiducia. Delle due l’una: o l’Italicum, come si vede, è una porcheria politica e strategica che muta il profilo costituzionale della nostra democrazia (come spesso hanno ripetuto alcuni leader, da Bersani e Epifani a Letta alla Bindi), e non è dunque, una semplice legge elettorale, oppure dobbiamo temere che il clima politico generale innescato dal renzismo sia talmente potente da convincere i più riottosi a sottovalutare quanto accade e accadrà in materia di cambiamenti istituzionali. Quale possente ricaduta avranno questi mutamenti istituzionali nella vita democratica, nella partecipazione dei cittadini alla politica, e nel più generale conflitto sociale, è facile prevederlo. Sarà la realizzazione concreta di quella ideologia “ordoliberale”, da sempre predicata dal premier, che assopisce i conflitti sociali, attribuisce generosi poteri al premier, e riduce il ruolo delle opposizioni e delle minoranze parlamentari “a poltiglia”, come scrive Michele Ainis. Una tale riforma elettorale, madre di tutti cambiamenti ordoliberali, non si poteva proprio votare, anche se è il parto “del governo del Pd”, come orgogliosamente scrivono in un documento i cinquanta deputati della minoranza, convertiti all’ultimo istante al renzismo.

E se dal conflitto col renzismo nascesse invece un nuovo coagulo di forze a sinistra?

Così stando le cose, è giusto che le opposizioni e la minoranza interna del Pd, che ancora evidenziano un uso positivo della razionalità in politica, mettano in pratica un altro gioco strategico per cercare di far saltare il banco lunedì sera, al momento del voto. Si tratterebbe innanzitutto di tattiche parlamentari: evitare il voto segreto, perché qualcuno ha anche ipotizzato una sorta di soccorso azzurro dei verdiniani, e nel contempo lasciare in Aula solo i deputati della maggioranza di governo, compresi quelli della minoranza del Pd che voterebbero contro. Gli altri deputati, quelli delle opposizioni? Fuori, nella piazza, a manifestare contro l’Italicum. La legge, pertanto, passerebbe solo con i voti dei renziani, della prima, seconda, terza e anche quarta ora, dell’NCD di Alfano e dei popolari di Casini. Numeri risicati, e politicamente pericolosi. La legge, naturalmente, passerà, ma contro di essa si solleverebbe uno schieramento referendario notevole, che andrebbe da Brunetta ai grillini a Bersani, e a moltissime realtà della società civile. Renzi vincerebbe nell’Aula, ma perderebbe fuori, nella società. L’arroccamento renziano nei palazzi del potere sarà così sempre più evidente.

Diverso è il discorso sul futuro della sinistra italiana. È un discorso ampio e complesso che qui accenniamo solamente, ma che davvero ci preme. Se il conflitto col renzismo si rivela così profondo, sulla filosofia politica portante, sui singoli provvedimenti, sulle strategie istituzionali, allora pare molto credibile anche la trasformazione del Partito democratico per effetto del renzismo. Quel Pd in cui tanti avevamo creduto e sperato, non esiste più, ha ceduto il passo ad un altro partito. E se invece dalla nascita di un gruppo antirenziano di fuoriusciti dal Pd nascesse il progetto di unificazione e di coagulo di forze di sinistra, sul modello di Syriza? Perchè non tentare? Un sogno? Può darsi.

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