EXPO: che forte l’Italia che non si rassegna, #lavoltabuona

EXPO: che forte l’Italia che non si rassegna, #lavoltabuona

E vai! Roba di ore, a Milano si apre Expo 2015. E vai! Matteo è contento, sprizza gioia da tutti pori, su twitter giulivo gorgheggia che “siamo a quota dieci milioni di biglietti venduti”. Poi ri-twitta che “i padiglioni sono molto belli”; e, ragazzi!, “che forte l’Italia che non si rassegna#la volta buona”. Quello che non dice Renzi lo aggiunge il commissario unico di Expo Giuseppe Sala: “Il nostro lavoro è stato oggetto di scetticismo, ma la fiducia si è sviluppata nel mondo… Si tratta di un record nella storia delle Esposizioni universali così come il fatto che a Milano 54 Paesi hanno realizzato il loro padiglione. Non è mai accaduto nella storia di Expo”.

Il “gran Milàn”

Tutto ok, dunque? “Ormai siamo tutti alle finiture e tutti i padiglioni apriranno. Anche Padiglione Italia sarà aperto, le eccezioni sono un po’ gli uffici e l’auditorium che ha qualche giorno di ritardo, ma per i visitatori sarà pronto”.  Vuoi vedere, che questa volta ce la facciamo veramente a fare le cose per bene, come vanno fatte? Perché ve lo ricordate, vero, il 31 marzo del 2008, quando Milano viene designata sede ufficiale di Expo 2015, e tutti a dire che Milano tornava a essere il “gran Milàn”, la “capitale morale”; che avevamo conquistato l’opportunità di realizzare i sogni che sogna una metropoli; e tutti a dirci che finalmente avremmo avuto una rete di trasporti degna di questo nome; che tutta Milano sarebbe stata il tripudio dei grandi spazi verdi; e che sarebbero germogliati posti di lavoro a migliaia e migliaia; e che tutto il mondo non aspettava altro che venire a fare investimenti da noi… il “gran Milàn!”.

Al dunque, perché al dunque ci si arriva sempre, ecco una girandola di piani immobiliari da ridere e da piangere; e nomine a tappeto per tutti; e progetti a gogò, chi ha un’idea venga pure, e anche chi non ce l’ha, c’è posto per tutti…  Oggi nessuno sembra più ricordarsela la signora Letizia Moratti che in quegli anni, tutta impettita era la “prima cittadina” del “gran Milàn”; c’era lei a palazzo Marino; è lei che va ringraziata per tante cose di Expo 2015; Giuliano Pisapia è venuto dopo, tanti dei nodi venuti al pettine oggi, se li è trovati sul groppone in eredità… E anche Renzi raccoglie quel che hanno seminato altri prima di lui, anche se con quel suo “che forte l’Italia che non si rassegna#la volta buona” cerca di prendersi gli onori, e allora che si prenda anche gli oneri.

EXPO: lavoro sottopagato e stage gratuiti

Uno di questi “oneri” si chiama  Giorgio Cremaschi: è un sindacalista, uno di quelli tosti, che dice pane a quello che crede sia pane, e cretino a quello che crede sia cretino. Cremaschi, ex presidente del Comitato Centrale della Fiom, solleva una questione che non fa dire “che forte l’Italia che non si rassegna#la volta buona”. Chiede, il Cremaschi: “Per quale ragione in una Expo appaltata alle grandi multinazionali del cibo, nella quale affari edilizi, speculazione e corruzione hanno prosperato e che viene ancora presentata come un possibile volano per l’economia del paese, perché in un evento ove tutto è misurato in termini di profitti a breve o differiti, gli unici gratis devono essere i lavoratori?”.

Un vero guastafeste, il Crermaschi, che sul più bello, quando siamo tutti contenti e pieni di gioia, ci viene a ricordare che “con un accordo del luglio 2013, un mese che dovrebbe essere abolito dal calendario sindacale visti i disastri che in esso si son concepiti, l’ente EXPO, le imprese e tutte le istituzioni hanno concordato con CGIL CISL UIL che gran parte di coloro che faranno funzionare la Fiera lo faranno gratuitamente. Per l’esattezza circa 800 persone lavoreranno con contratti a termine, di apprendistato, da stagista, che garantiranno un lauta retribuzione dai 400 ai 500 euro mensili. Siccome i contratti e la stessa legge Fornero sul mercato del lavoro avrebbero previsto condizioni più favorevoli per i lavoratori, si è applicato quel principio della deroga normativa”. Bella roba, eh? Proprio “che forte l’Italia che non si rassegna#la volta buona”.

Non finisce qui: sempre il Cremaschi ci dice che quegli 800 lavoratori sottopagati “sono comunque una élite rispetto a tutti gli altri”. Perché tutti gli altri avranno un orario giornaliero obbligatorio e turni, pare bisettimanali, di lavoro, ma lo faranno senza alcuna retribuzione:  saranno considerati volontari e come tali riceveranno solamente dei buoni pasto quotidiani, per non smentire il significato alimentare dell’evento. Nelle previsioni iniziali questi fortunati avrebbero dovuto essere 18.500, da qui il peana subito scattato sui 20.000 posti di lavoro creati dalla magia dell’EXPO. Ora invece pare che siano meno della metà, perché lavorare all’EXPO non solo non paga, ma costa”.

Perché non applicare i contratti di lavoro?

Il Cremaschi ci chiede di immaginare un pendolare che debba accollarsi i costi quotidiani del sistema ferroviario lombardo, o addirittura un giovane di un’altra regione che vuole fare questa esperienza a Milano: “Per lavorare gratis bisogna godere di un buon reddito e non tutti ce l’hanno. Eppure a tutto questo ci sarebbe stata una alternativa semplice: visto che Expo per sua natura è un evento a termine, coloro che la faranno funzionare avrebbero potuto essere assunti con il tradizionale contratto a termine. Lavori sei mesi? Sei pagato per quelli, sono solo due settimane? Riceverai la tua quindicina. Perché non si è fatto così? Semplice, perché in questo modo si sarebbe dovuto spendere molto di più in salari e questo non era compatibile con gli alti costi della fiera. C’era da pagare una montagna di mazzette, non si potevano retribuire anche gli addetti agli stand”. No, dico: avete letto bene? Il Cremaschi dice: “C’era da pagare una montagna di mazzette, non si potevano retribuire anche gli addetti agli stand…”. Mazzette: da pagare; da incassare, da spartire. Non si ferma mica, il Cremaschi: “Quando l’accordo sul lavoro gratis è stato sottoscritto, l’allora presidente del Consiglio Enrico Letta disse, facendo eco al presidente della Confindustria Squinzi, che era un modello per il paese. La rottamazione renziana sempre rivolta alle nuove generazioni ha lasciato quella intesa intatta, così come hanno fatto CGIL CISL UIL. Tutte le forze politiche rappresentate in Parlamento, escluso il Movimento 5 Stelle, sono consenzienti”.  “Che forte l’Italia che non si rassegna#la volta buona”.

Le opere incompiute, le mazzette, l’occasione sprecata: anche queste sono EXPO

Segniamocela, questa frase, detta dal Renzi il 13 marzo scorso: “A Expo è in ballo l’idea stessa dell’Italia”. Arresti, ritardi, criminalità organizzata che visto il piatto ricco ha cercato in tutti i modi di ficcarcisi dentro, opacità, provvedimenti presi in emergenza, tutto questo “è l’idea stessa dell’Italia”? Ve lo ricordate, cosa ci avevano promesso? La “Biblioteca Europea”, la Città dello Sport, la Città della Giustizia, il Polo per la ricerca e la cura, la Città del Gusto e della Salute, tutto il progetto delle Vie d’Acqua e delle Vie di Terra… ci avevano promesso grandi opere infrastrutturali: metropolitana, prolungamenti di autostrade, tangenziali, l’Orto planetario, la città lanciata nel futuro… ohi, ragazzi, tutta roba che “forte l’Italia che non si rassegna#la volta buona”.

La “Biblioteca Europea”, roba da sturbo, pensate: un qualcosa per sette milioni di cittadini. Sette milioni, e tutti che possono leggere, insieme. Pensate che boato sette milioni di persone che sfogliano insieme una pagina… Beh, forse sette milioni è un po’ troppo. Infatti già nel 2012 l’ex ministro Tomaso Padoa Schioppa, uno dei promotori del progetto, ammette che il progetto è ridimensionato rispetto al progetto iniziale; e ora ancora di più: rimane l’ambito digitale, per 88 milioni di euro; e “non finirà in tempo per Expo”. Pazienza. Tanto a Expo non si va mica a leggere… E la città dello sport sui terreni di Rho-Pero? E la Città della Giustizia a Porto di Mare, il promesso “grande polo per creare condizioni di maggiore efficienza ed efficacia per l’operato di magistrati e avvocati”? E il Centro Europeo di Ricerca Biomedica Avanzata, voluto, e sostenuto, dall’oncologo Umberto Veronesi? E il  progetto di “polo culturale/operativo allo scopo di affrontare, approfondire, divulgare, comunicare e coordinare attività scientifiche e di ricerca legate alla sicurezza e alla qualità alimentare”? Progetti. Bei progetti. Mica li vogliamo sciupare che poi ce li portano via i cinesi… E le Vie di Terra che dovevano essere “il contrappunto urbano al progetto delle Vie d’Acqua, attraversano i tessuti edilizi della Città unendo, tra loro, le parti storiche della Città con i grandi progetti di trasformazione urbana in corso n una logica di mobilità dolce, lenta e sostenibile, per chi ama spostarsi a piedi e in bicicletta”? Con calma, che tanto non ci corre dietro nessuno. Non si vuole andare a piedi o in bicicletta? E le Vie d’Acqua, quella serie di canali che avrebbero dovuto attraversare mezza Milano, seguendo un percorso ad anello? Ah, questa sì, una bella idea, un qualcosa di molto ecologico, ambientale, tanto verde, aulici sentieri, giochi di fontane, lampioni per la notte. Peccato solo che è tutta una collina, un su e giù, l’acqua va giù ma non vuole saperne di andare su, e come si fa allora? Ripensiamoci, come per tutti gli altri progetti. Facciamone una sola di via d’acqua; e che non sia navigabile, così non ci pensiamo più. Semmai ci mettiamo ai lati piste ciclabili, che è meglio: si risparmiano anche più di cento milioni, va bene, no? Ah! I cittadini protestano? Uffa! Va bene, facciamo una modifica all’impianto, facciamolo passare sottoterra. Porca miseria, che dite? La ditta che si occupa dei lavori è sotto inchiesta? Pazienza, procediamo lo stesso… è in ballo l’idea stessa dell’Italia…

C’è un bel libro che racconta fatti e misfatti di Expo 2015, lo ha scritto Alessia Gallione, una collega di “Repubblica”; il libro si chiama “Dossier Expo”, lo ha pubblicato la Rizzoli, nel 2012. È ancora di fresca, sconcertante, attualità: “Saranno anni lunghi, quelli per disegnare il futuro di Expo e della città che lo ospiterà. Perché la sua storia non finirà nel 2015”. Insomma: “Forte l’Italia che non si rassegna#la volta buona”.

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