Qurinale. Il pregiudicato ha pagato pegno e presenta il conto a Renzi. Il premier prende tempo. In campo Mattarella e Amato. E Casini?

Qurinale. Il pregiudicato ha pagato pegno e presenta il conto a Renzi. Il premier prende tempo. In campo Mattarella e Amato. E Casini?

Proviamo un senso di disgusto e di vergogna nel vedere il pregiudicato Berlusconi che ancora non ha scontato la condanna per frode fiscale entrare a Palazzo Chigi, pranzare, per due ore, con il presidente del Consiglio per decidere chi sarà il presidente della Repubblica, fondata sul lavoro e non sulle frodi. Dalle ore 15 di domani, giovedì, il via alle votazioni. Ci guardano da tutto il mondo, dalle istituzioni europee in particolare dove l’ex pregiudicato non ha lasciato una bella immagine. Ora capi di Stato e di governo che lui spesso sbeffeggiava se lo ritrovano come il grande elettore, ci verrebbe da dire “elettore massimo”, firmatario del  patto del Nazareno, un accordo scellerato che sta inguaiando Renzi Matteo. Il pregiudicato Berlusconi ha pagato pegno. Con i voti di Forza Italia ha consentito l’approvazione della legge elettorale, della riforma costituzionale. La legge di stabilità è passata perché in aula sono stati richiamati i forzaitalioti che sene erano andati. C’è sempre lo zampino del pregiudicato, sia nell’approvazione delle leggi sia nel buttarle a mare.  Fino a quell’emendamento che gli assicurava l’impunità in caso di evasione fiscale. All’ora del pasto, ha presentato il conto. Renzi sapeva che prima o poi sarebbe avvenuto, che l’ex cavaliere non avrebbe retto l’urto di coloro che nel suo partito non  avevano visto di buon occhio il patto del Nazareno. Li aveva quasi convinti che Forza Italia era tornata centrale, lui stesso  ormai si muoveva a tutto campo, l’anziano e il giovane, una coppia che  avrebbe fatto grandi cose.

Girandole di nomi fatti filtrare da qualche “manina”

Se così stanno le cose, e così stanno, si capisce perché Renzi, fino all’ultimo non ha voluto aprire il confronto con tutte le forze politiche, quelle che ci stanno, affrontando la questione del nome, tirandola per le lunghe sul profilo, il “modello” di candidato. Il nome, avevano detto i vicesegretari, lo faremo prima di venerdì, a votazioni iniziate. Nel frattempo una girandola di nomi fatti filtrare da qualche “manina” confidando nei giornalisti gonzi che in cambio di uno  scoop venderebbero anche la madre. Uno sale, l’altro scende, l’uno scende, l’altro sale, nel borsino dei candidati. Interviste, retroscena con tanto di “virgolettati” di conversazioni segretissime, pranzi e cene a rinforzare i guadagni delle trattorie nel perimetro  dei palazzi che contano.

 Ora Renzi rischia di rimanere prigioniero e con lui tutto il Pd di quel “last minute”, l’ultimo minuto, il suo soprannome, che doveva essere la carta vincente anche nei riguardi delle minoranze. Prendere o lasciare mentre Denis Verdini e Luca Lotti studiavano tattica e strategia per portare al Colle un nome condiviso, in coerenza con il patto del Nazareno. Ma quando  il gioco si fa duro la tela di ragno si sfalda. Renzi non può presentarsi alle assemblee dei deputati e dei senatori, partenza alle ore otto del mattino, all’incontro con Bersani, sempre rimandato, a mani vuote. Fra parentesi, se non sbagliamo, Renzi e Bersani fanno parte dello stesso partito. Non potevano discutere in una riunione del Pd, magari trasparente invece che a Palazzo Chigi?

A che titolo il premier ha convocato Casini? Che sia il jolly dell’ultimo minuto?

A proposito,a  che titolo Renzi ha convocato Pier Ferdi Casini visto che l’Udc, di fatto, non esiste più, è transitata nel carretto di Alfano? Questioni di forma, si dirà. No, di contenuto,  perché quel Casini lì è un  candidato che corrisponde al profilo indicato dal ministro e leader del Nuovo centro destra. Siccome, come vedremo, Renzi e Berlusconi hanno difficoltà a trovare un “candidato condiviso”, per cui sono in lizza Mattarella e Amato, potrebbe proprio venir fuori il terzo che gode fra i due litiganti.

Riassumere  questa lunga giornata che precede quella della prima votazione non è facile. Le “voci” si rincorrono, ma  questa volta c’è un fondo di verità, il marchio di fabbrica. Ai deputati che incontra prima dei senatori  liscia il pelo,  sa che se si divide il Pd,  se l’elezione del presidente  va incontro a incidenti, i 101 che affossarono  Prodi,  pagherà un prezzo molto alto lui stesso. Dice che il Pd deve avere un “ruolo massimo e centrale”.  E rivolto a Forza Italia rivendica il patto del Nazareno, “sono un contraente”, dice, e come poteva negarlo, “Il capo dello Stato lo abbiamo sempre fatto con Forza Italia. Ma questo non significa che prendiamo il loro nome. Con Fi abbiamo avuto un incontro civile, non vogliono qualcuno con una storia militante nel nostro partito. Non possiamo accettare veti. Non facciamo e non accettiamo diktat”.

Bersani: Abbiamo ragionato bene, anche di nomi, la strada è ancora lunga

E circolano i nomi. Bersani, dopo poco più di un quarto d’ora di “visita” a Renzi, dice ai  giornalisti: “Abbiamo cominciato a ragionare e abbiamo ragionato bene. Ma la strada è ancora lunga. Sì, certo che abbiamo parlato di nomi”, poi vede Gianni Cuperlo e il capogruppo Speranza. Il premier  partecipa alla assemblea dei senatori. La delegazione Pd che ha tenuto le consultazioni con gli altri partiti incontra Renzi a fine pasto con Berlusconi, accompagnato da Gianni Letta e Denis Verdini. Il segretario del Pd è ancora fermo, ufficialmente, al profilo del Capo dello Stato. Ai parlamentari, richiamando un vecchio programma televisivo condotto da Gerry Scotti, dice che “Il nome del candidato al Colle ancora non c’e” ma “il metodo non è  the winner is, piuttosto è quello dell’ascolto, massimo coinvolgimento e massima collaborazione”. Ma a Montecitorio e Palazzo Madama sanno che i nomi ci sono, Amato e Mattarella. Dai parlamentari del Pd verrebbero due indicazioni, Walter Veltroni e Mattarella. Ci sarebbe, però, anche Fassino. È noto che Renzi non vede di buon occhio Amato, e che Berlusconi, invece, vede Mattarella come il fumo negli occhi. Da ministro dell’istruzione del governo Andreotti si dimise perché la legge Mammi favoriva  l’ex cavaliere con il suo impero televisivo. Renzi dà anche un annuncio  in relazione al voto. Aveva detto che nelle prime tre votazioni la scheda sarebbe stata bianca, ora ci ripensa e dice: “Decideremo domani, per me resta la proposta migliore ma lo vedremo insieme”.

Premier e ex cavaliere in coro: “il candidato condiviso non c’è ancora”

Tiene a ribadire più volte che il “candidato non c’è ancora” e pure Berlusconi fa sapere ai suoi che “il candidato non c’è ancora” e che sono previsti altri incontri per votare un candidato “condiviso”. Ma non trattiene la sua rabbia. Lancia l’allarme, dissotterra l’ascia di guerra, chiama a raccolta la truppa dei grandi  elettori. “Saremo in consultazione permanente – dice – per arrivare a un nome per il capo dello Stato che possa darci garanzie. Nei prossimi giorni avremo altri incontri con Renzi per arrivare a una scelta condivisa”. Poi si fa minaccioso: “Il nome maturerà piano piano, a nessuno conviene far saltare l’accordo”.

Quirinarie. Nella “rosa” dei grillini anche Prodi e Bersani. Un segnale?

Passando al fronte dei grillini, senatori e deputati hanno votato per decidere i dieci candidati da far votare alla rete. O meglio nove più uno, Romano Prodi fisso. E c’è anche Bersani, di seguito Raffaele Cantone, Lorenza Carlassare, Nino Di Matteo, Ferdinando Imposimato, Elio Lannutti,  Paolo Maddalena, Romano Prodi, Salvatore Settis, Gustavo Zagrebelsky. Il candidato con più preferenze sarà votato dal gruppo parlamentare sin dal primo scrutinio. Se dal quarto scrutinio venisse fuori un altro nome condiviso tra più forze politiche in parlamento “decideremo con una consultazione sul blog”.  Una chiamata per il Pd? Dipende dall’umore di Grillo e Casaleggio. Intanto La Lega e Fratelli d’Italia hanno deciso di votare  per Feltri.

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