“Lost in Europe”, il live di Danilo Rea

“Lost in Europe”, il live di Danilo Rea
“La mia vera passione è stata sempre quella
di poter improvvisare dall’inizio alla fine”
(Danilo Rea)
 
L’Italia è custode di una grande tradizione per il pianoforte jazz. Durante il ventennio fascista (il regime aveva proibito la musica afroamericana), uno dei figli del Duce, Romano Mussolini, fu tra i primi a suonare e diffondere il jazz. Poi ci furono personaggi come Renato Carosone e Sante Palumbo che nel secondo dopoguerra furono tra i primi ad intuire le potenzialità del jazz. Nei decenni successivi si imposero grandi musicisti come Giorgio Gaslini, Franco D’Andrea, Claudio Fasoli, Luca Flores, Enrico Pieranunzi, Patrizio Fariselli, Stefano Sabatini, Joe Amoroso, Ernesto Vitolo, Stefano Bollani e Danilo Rea.
Il 57enne vicentino Danilo Rea è uno dei musicisti che in questi ultimi anni ha sviluppato con grande maestria e profonda sensibilità il contesto del pianoforte solo sulla scia della strada intrapresa dal maestro Keith Jarrett.
Dopo aver conseguito il diploma al Conservatorio di Santa Cecilia a Roma, debuttò giovanissimo nel 1975 con un trio insieme al batterista Roberto Gatto e al contrabbassista Enzo Pietropaoli. Suonò anche con il New Perigeo e iniziò una serie di collaborazioni con jazzisti statunitensi del calibro di Chet Baker, Lee Konitz, John Scofield, Joe Lovano e Art Farmer.
Negli anni ’80 entrò nel supergruppo jazz italiano dei Lingomania mentre nel decennio successivo fondò i Doctor 3 con il batterista Fabrizio Sferra e l’amico Pietropaoli. Collaborò anche con musicisti pop come Domenico Modugno, Mina, Gino Paoli, Claudio Baglioni, Riccardo Cocciante, Fiorella Mannoia, Gianni Morandi e Adriano Celentano. Danilo Rea, nonostante abbia una formazione accademica tipicamente ‘classica’, ha sviluppato una grande capacità di fondere le diverse culture, le molteplici sonorità e i più disparati linguaggi musicali. Il suo tocco e il suo profondo senso dell’improvvisazione jazzistica fanno di lui uno dei più grandi interpreti del pianoforte contemporaneo. All’inizio del nuovo Secolo Danilo Rea intraprese un lungo tour di concerti in Europa accompagno dal suo pianoforte. L’idea centrale era quella di esporre in musica tutto il bagaglio teorico e umano che il musicista veneto aveva accumulato e assimilato nel corso della sua lunga e prestigiosa carriera. La scaletta dei concerti, poi riprodotta nel cd, prevedeva sue composizioni originali e gli ‘omaggi’ a John Coltrane (Mr Pc), Leonard Bernstein (America), Claude Debussy (Pour le piano), Luigi Tengo (Un giorno dopo l’altro), Young-Washington (Stella by starlight), Mercer (Autumn lives), il brasiliano Chico Buarque (Oh che sarà”) e il venezuelano Josè Antonio Abreu (Tico Tico).
Da questi nomi si può intuire la vastità e la profondità del patrimonio musicale e culturale in cui si è formato il pianismo di Danilo Rea: musica classica, jazz, bossanova e, la tradizione della canzone d’autore italiana.
Il tour europeo si svolse nel luglio del 2000 e nell’album ci sono i concerti a Vienna, Montreaux, Lione, Istanbul, Amsterdam, Perugia, Pori in Finlandia, Vitoria in Spagna e Molde in Norvegia.
Negli otto brani dell’album Danilo Rea mette ben in luce la sua capacità, che era già stata delineata nei progetti di Doctor 3, di fusion tra jazz e “pop”, intrecciando in totale, ispirata libertà, le emozioni delle melodie note e meno note della musica “leggera”, con il supporto della sua virtuosistica tecnica strumentale che in questo album emerge con veemenza senza mai compiacersi di se stessa, ma attentamente a servizio della comunicazione e dell’emozione con l’ascoltatore. I brani scorrono agevolmente ascoltando il tocco delicato del pianista, inseguendo i suoi pensieri tradotti in note e lasciandosi condurre dai flussi di emozione che l’artista trasmette. In conclusione, è questo un album che “parla” direttamente al cuore di tutti gli appassionati della musica, non solo jazz.
“Lost in Europe” fu pubblicato nell’ottobre del 2000 ed ebbe una grande accoglianza da parte della critica e del pubblico. E’ considerato uno dei migliori esempi di pianoforte solo italiano di sempre.

 

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