Le dimissioni di Napolitano: lo scenario e le strategie di Renzi

Le dimissioni di Napolitano: lo scenario e le strategie di Renzi

Le dimissioni di Giorgio Napolitano da presidente della Repubblica, almeno nei tempi, erano state concordate con i partiti politici fin dall’atto del suo insediamento, nella primavera del 2013. Poche settimane dopo, lo stesso Napolitano aveva annunciato la scadenza del suo mandato nell’ambito del durissimo discorso che tenne a Camere unite. Passato il tempo e avvicinandosi il termine, fin dall’autunno Napolitano, con la discrezione istituzionale che gli è sempre stata congeniale, ha avvertito nuovamente il sistema dei partiti, invitati a quel punto ad escogitare presto una soluzione. Nel discorso di fine anno ha finalmente perfino annunciato la data. Il 14 gennaio 2015, data delle dimissioni, all’indomani esatto della fine del semestre europeo a guida italiana, Giorgio Napolitano, con estrema correttezza istituzionale, forse inusuale nel nostro Paese, ha proceduto alla loro formalizzazione, come prevede il rigido Protocollo del Quirinale. Come lo stesso Capo dello Stato ha saggiamente detto nel discorso di fine anno, saranno “gli storici e i critici” a fornire la valutazione del suo operato nei nove anni di storia italiana, complessi e difficili, nei quali è stato inquilino del Quirinale.

L’analisi dello scenario

Concordiamo con lui e proponiamo una lettura dell’attualità stretta, perchè ciò che accadrà in Italia a partire da oggi è un destino avvolto nella nebbia, che impedisce di vedere l’orizzonte. Come abbiamo visto nell’aprile del 2013, quando a condurre i giochi politici era stato Pierluigi Bersani, il modo in cui le forze politiche si rapportano tra loro, e al loro interno, per definire l’elezione del nuovo Capo dello Stato, non è indifferente per lo sviluppo storico dell’Italia democratica. Lo sapevano bene quei 101 o più “grandi elettori” che impedirono l’elezione di Romano Prodi, e che mai hanno avuto il coraggio di venire allo scoperto per rivendicare una scelta, una decisione, non condivisibile, ma se motivata, forse rispettabile. È come la teoria delle “sliding doors” (o per usare una citazione colta, la storia raccontata da Borges nel Giardino dei sentieri che si biforcano): se scegli di andare a destra, ti aspetta un certo destino, e se scegli di andare a sinistra te ne aspetta un altro (nel caso del racconto di Borges, si trattava di un assassino). Quei 101 e più “grandi elettori” fecero una scelta che impresse alla storia d’Italia un percorso: l’elezione di Napolitano, la nomina di Enrico Letta a premier, il golpe nel Pd e la nomina di Renzi, allora emergente sindaco di Firenze e segretario dello stesso Pd. A margine di questo percorso, come una sorta di strada laterale, c’era un’altra storia, un altro racconto, quello del patto siglato con Silvio Berlusconi dallo stesso Renzi, e la formazione di una doppia maggioranza, una di governo e una istituzionale, con un protagonista fisso, il segretario del Pd.

Il patto del Nazareno guida la scelta

Del patto siglato con Berlusconi sappiamo che ha clausole pubblicamente enunciate, relative a riforme costituzionali ed elettorale, e clausole rimaste segrete, molto probabilmente relative al nome concordato del futuro capo dello Stato. E già qui possiamo chiederci dove sia l’inganno, perché poco dopo le dimissioni è cominciata la danza del totonomi per il Qurinale (Repubblica ne presenta addirittura 40!) e degli identikit, più o meno lanciati nella mischia per confondere le acque. Nella prima Repubblica, decenni or sono, si faceva lo stesso, forse con più dignità, alla faccia dei vecchi e nuovi rottamatori. Invece, mettete in fila le briciole di pane, come nella storia di Pollicino, che a partire da quei 101 e più grandi elettori sono state cosparse sul sentiero, e avrete il nome del futuro Capo dello Stato. In che modo? Osserviamo la chiave politica del messaggio che quei 101 e più lanciarono: ci dissero, in sostanza, che per inaugurare una nuova stagione politica occorreva sbarazzarsi del compromesso culturale che aveva dato vita alla Costituzione (le 4 grandi tradizioni: cattolico democratica, comunista, socialista e laica), per giungere all’affermazione di una sola tradizione culturale, quella cattolica e neppure tanto liberale e democratica. L’omicidio politico, in un colpo solo, di Bersani e Prodi ha spazzato via dai giochi ex comunisti e i cattolici democratici “adulti”. Di ex comunisti era rimasto solo Napolitano, che dal 14 gennaio però avrà altre “funzioni istituzionali”. Perciò, l’identikit del nuovo Capo dello Stato non può prevedere, per ovvie ragioni, né un altro ex comunista né un cattolico autentico, di tradizione liberale e democratica.

Il vero profilo del candidato

Diciamola meglio: può avere una storia democristiana, essere molto vicino al Vaticano (anche se grandissimo peccatore, ma questo, si sa, non conta), capace di essere attento alla Costituzione formale, ma più incline alla Costituzione materiale, con esperienza pregressa in incarichi istituzionali e/o di governo, e dunque sufficientemente elastico, nel pensiero ovviamente, da “perdonare” o “graziare” le marachelle, i peccatucci fiscali, le ipocrisie di chi ha deciso di votarlo. Se ci si pensa, è grazie a questo preciso identikit, che il premier Renzi si è lasciato sfuggire “dal seno” che la fumata bianca avverrà alla quarta votazione, cioè quando conterà la maggioranza semplice. Se così sarà, l’intero vertice piramidale dello Stato (ad eccezione di Laura Boldrini, la cui elezione però fu un capolavoro di Bersani) sarà un “monocolore culturale”. Non è difficile indovinarlo. E con la nuova legge elettorale per una Camera sola, non è difficile immaginare che la strategia di spazzare via la Sinistra in Italia, a partire dalla mutazione culturale del Pd, avrà avuto successo pieno. E se così sarà, avremo un Capo dello stato che, come giustamente sostiene Michele Ainis, non sarà affatto arbitro, ma “figlio del suo tempo politico”.

Un presidente arbitro? L’idea fu bocciata già nel dibattito alla Costituente

Quando il premier Renzi identifica nell’identikit anche le funzioni di arbitro del Presidente della Repubblica, finisce proprio per intorbidire le acque, con lo scopo preciso di intimidire, assoggettare, rendere subalterno il prossimo inquilino del Quirinale ai bisogni dell’esecutivo e del suo capo. Intanto, vorremmo sommessamente rammentare a Renzi che nel dibattito alla Costituente vi fu anche chi propose che il Presidente della Repubblica fosse “arbitro supremo”. Era Meuccio Ruini, bella storia di politico laico, coraggioso, repubblicano. Nel dibattito alla Costituente (ma erano altri tempo, i dibattiti politici avevano altra levatura, e gli uomini politici altra classe e intelligenza), una maggioranza schiacciante oppose al termine “arbitro” la qualità delle funzioni presidenziali previste dall’articolo 87 (custode dell’unità nazionale, capo delle Forze Armate, e del CSM, concede grazie e commuta pene). In sostanza, si replicò a Ruini, molto saggiamente che il presidente della Repubblica italiana non poteva essere arbitro, proprio perchè custode del dettato costituzionale, che gli impone di assumere posizioni nette (nella firma delle leggi, ad esempio, può assumere posizioni contrarie al governo; se l’esecutivo o il Parlamento non segue alla lettera il principio dell’autonomia e dell’indipendenza della Magistratura deve intervenire a tutela della funzione giurisdizionale). E neppure può “arbitrare” partite tra gruppi politici, perché altrimenti correrebbe il rischio di entrare a gamba tesa nella libera espressione del dibattito parlamentare. Come si vede, la questione della funzione “arbitrale” fu liquidata da quei saggi “professoroni” che sedevano nell’Assemblea Costituente. Ha senso riproporla oggi? Sì, ma solo se essa s’inquadra in quella strategia di asservimento del Quirinale a palazzo Chigi alla quale Renzi sta lavorando da aprile del 2013.

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