La marcia dei repubblicani a Parigi: l’audacia di vivere insieme

La marcia dei repubblicani a Parigi: l’audacia di vivere insieme

“Osons vivre ensemble” (“Osiamo vivere insieme”): cosi recitava uno dei tanti cartelli che sfilavano in corteo per le vie di Parigi.
C’era Hollande, accanto al quale sfilava il presidente della Nigeria, Mahamadou Issoufou, di quella Nigeria così gravemente colpita dalla follia di Boko Haram. C’era Valls, il premier francese, e c’erano Juncker e la Mogherini in rappresentanza della Commissione europea, insieme a tutti i capi di stato o di governo dell’intera Europa. La presenza del premier israeliano uscente Netanyahu e del presidente palestinese Abu Mazen, del ministro degli esteri russo Lavrov e del presidente ucraino Poroshenko; la presenza delle massime autorità religiose dell’ebraismo francese e dell’islam, del cattolicesimo e del cristianesimo protestante e ortodosso; la presenza del re e della regina di Giordania, insieme con i massimi dignitari degli stati arabi, hanno convinto il presidente Hollande a giudicare Parigi come “capitale del mondo”.

Soprattutto, c’era la Francia aperta, multiculturale e multietnica, con le sue storie e le sue speranze, in una città che d’improvviso, dopo le tensioni, dopo la paura, dopo le divisioni, si è riscoperta unita e pronta a camminare insieme.
Non una bandiera di partito, naturalmente: solo tricolori e matite. I partiti c’erano, erano anche organizzati, ma si sono tenuti in disparte. Mancava il Front National che ha preferito non “confondersi” con gli altri e manifestare in altre città della Francia: forse è meglio così.
C’erano i francesi “puri” e i francesi “acquisiti”, moltissimi musulmani che rivendicavano l’estraneità dell’islam a quest’abisso di orrore e di morte e anche qualche italiano, soprattutto giovani: ragazzi maturi, consapevoli, coscienti delle responsabilità che gravano sulle nuove generazioni e pronti ad assumersele. Loro, d’altra parte, la società multietnica la vivono ogni giorno: a scuola, nei pub, ovunque, a dimostrazione che il mondo globale è fra noi e indietro non si può tornare.
Tante matite, dicevamo: grandi, piccole, tricolori; un omaggio a “Charlie Hebdo” e alla sua notoria irriverenza e un simbolo della volontà collettiva di ricominciare.
Una manifestazione spontanea: non c’è stato bisogno di alcuna particolare organizzazione, tutto si è svolto sull’onda dell’emozione, ognuno ha portato uno striscione, un cartello, una storia, un racconto, una riflessione, uno sguardo, una speranza.
No all’oscurantismo, sì alla vita e una bambina di sette anni che ha scritto su un cartello: “I cattivi non ci fanno paura”. Immagini, certo, ma anche testimonianze: nessun eroe, soltanto cittadini, per un evento di proporzioni che mai si erano viste in passato,  a conferma che sì, possiamo vivere insieme, dobbiamo vivere insieme e dobbiamo imparare a rispettarci reciprocamente, come questa folla che ha saputo superare diffidenze, preoccupazioni e anche le predicazioni, queste sì davvero pericolose, di chi inneggia alla jihad da una parte e alle chiusure pseudo-identitarie dall’altra.
Abbiamo rivisto lo spirito della Francia del ’98: all’epoca per celebrare un trionfo sportivo, oggi per respingere una minaccia terroristica e ribadire ciò che ha asserito Marcelle Padovani qualche giorno fa in un’intervista: alla fine, lo Stato vince sempre.
Presto verrà il tempo dei bilanci e dell’attribuzione delle colpe: oggi era il tempo del ricordo e della coesione e bisogna dire che sia la Francia che l’Europa hanno risposto nel modo migliore.

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