La Cgil boccia, di nuovo, il jobs act

La Cgil boccia, di nuovo, il jobs act
“La prima grande urgenza è creare lavoro, usare tutte le risorse disponibili. E invece il Jobs Act si fa un preciso scambio tra Stato e imprese che faciliterà i licenziamenti”. Così il segretario generale della Cgil, Susanna Camusso, ha concluso il seminario che si è svolto a Roma nella sede della confederazione per parlare di politiche del lavoro e discutere del “Job Italia”, l’alternativa elaborata dall’economista Luca Ridolfi in risposta al Jobs Act del governo. Un progetto per certi versi affine al Piano del lavoro Cgil, almeno nella misura in cui punta i fari sulla creazione di nuovi posti anziché concentrarsi sulle tipologie contrattuali e distribuire risorse a pioggia, oltretutto senza alcun vincolo sulla nuova occupazione, come fa la riforma del governo. Sul banco degli imputati resta comunque il Jobs Act. “Gli incentivi – ha sottolineato il Segretario Generale della Cgil – dureranno solo 8-9 mesi , un periodo che consentirà alle imprese di coprire i costi del licenziamento per poi assumere una persona che costa molto meno, oltretutto conteggiata come nuova occupazione. Quale interesse abbia un paese a finanziare un licenziamento, mi resta oscuro. Non si capisce perché le imprese possono licenziare liberamente, e gratis, non si capisce quali colpe debbano espiare i lavoratori”.
Audizione della Cgil al Senato, bocciate le misure varate dal Governo:
“Provvedimenti assolutamente inemendabili”
Ma quella di mercoledì, per la Cgil è stata una giornata campale, visto che il Sindacato è stato protagonista anche di una significativa alla Commissione Lavoro del Senato dove ha precisato, se ce ne fosse ancora bisogno, la sua posizione critica, riguardo alle misure varate dal Governo in materia di politiche del lavoro. Secca la valutazione sull’ultimo provvedimento varato dal Governo Renzi. La Cgil, giudica il testo sul jobs act, contenuto nel Decreto del Governo Renzi, assolutamente inemendabile. Chiara e netta la posizione del Sindacato di Corso Italia che entra nel merito dei provvedimenti che ridefiniscono le regolamentazioni dei licenziamenti, ma non la “introduzione di una fattispecie contrattuale definita ‘a tutele crescenti’ ancorché a tempo indeterminato”. Per questa ragione preliminare, “che traduce in una secca monetizzazione il diritto alla tutela in caso di licenziamento senza giusta causa, oggettivo o soggettivo, individuale e collettivo”, la Cgil valuta “sbagliato ed inemendabile il testo di decreto presentato dal Consiglio dei Ministri”. Critica anche la posizione del Sindacato sul contenuto relativo al riordino degli ammortizzatori sociali. Sul punto la Cgil è chiara: “abbiamo sempre sostenuto la necessità di una riforma universale degli ammortizzatori sociali, ritiene che il decreto complessivamente comunque non assolva alla funzione di rendere le misure veramente universali, così come da tempo pronunciato e sostenuto da parte del Governo. In particolare per i lavoratori parasubordinati si rimarcano notevoli differenze, sia per requisiti che per durata, rispetto ai lavoratori subordinati”. Tornando alla parte di decreto sulle tutele crescenti il sindacato guidato da Susanna Camusso, evidenzia come “oltre che generalizzare la pratica della precarizzazione dei rapporti di lavoro, divide i lavoratori tra chi un lavoro ce l’ha e i nuovi assunti. Esattamente il contrario di ciò di cui ha bisogno il mondo del lavoro, e cioè di superare le divisioni e le contrapposizioni introdotte da una vasta e diffusa legislazione sui rapporti e sulle tipologie di lavoro che hanno indebolito ed impoverito il lavoro”. Accanto a tutto questo la Cgil puntualizza come “tale provvedimento, ancorché combinato con la decontribuzione prevista nella legge di Stabilità, non pare sufficiente a determinare quella crescita occupazionale di cui avremmo bisogno, in ragione di un’assenza sostanziale di politiche di sostegno agli investimenti, alla domanda aggregata e ad una ripresa dell’intervento pubblico in economia volto a stimolare l’innovazione diffusa dei processi produttivi, oltre che di politica industriale”. Nella sua memoria sul contratto a tutele crescenti, inoltre, il sindacato sostiene che “se la necessità di una liberalizzazione de facto dei licenziamenti era giustificata nelle intenzioni dalla volontà di determinare un aumento dell’occupazione, il provvedimento in esame interviene al massimo incentivando il turn over e non già la stabilità dei rapporti di lavoro e se non corroborato da una ripresa economica moltiplicherà la quantità di esclusi”. Così come, sempre per quanto riguarda lo stesso decreto, “risulta sbagliata e incomprensibile la limitazione del ruolo del giudice nella ponderazione della sproporzione in caso di verifica nei licenziamenti disciplinari di insussistenza del fatto materiale, la cancellazione del cd “rito Fornero” introdotto dalla legge 92/12, e l’assimilazione di trattamento tra licenziamenti legittimi e illegittimi a prescindere che siano oggettivi o soggettivi, nella nuova accezione disciplinari o economici”. Infine, nel caso dei licenziamenti collettivi, “il divieto di intimare il reintegro in caso di violazione dei criteri di scelta ai sensi della legge 223/91, mina la portata stessa della funzione di tutela  su parametri che non determinino discrezionalità e discriminazioni, coerentemente con gli orientamenti comunitari”.
Malgrado le risorse a disposizione fallimento quasi completo per il cosiddetto ‘Progetto Giovani’
Sulle materie trattate dalla Cgil, va detto che malgrado i tentativi messi in campo dal Governo e dagli Enti Locali (Regioni in particolare ndr), si deve registrare un clamoroso fallimento, almeno per quanto attiene alle politiche occupazionali giovanili. Nulla, almeno secondo le ultime rilevazioni Istat, ha portato il cosiddetto progetto combinato per altro con risorse comunitarie e enfatizzato con due parole accattivanti: “Progetto Giovani”. Le intenzioni, o meglio gli annunci, sembravano portarci, in Italia, alla risoluzione del problema legato alla disoccupazione giovanile. Le pianificazioni economiche parlavano di almeno 21 miliardi di risorse disponibili ogni anno e destinate a ciascun Stato membro e l’Italia, con il Governo Letta prima e con quello Renzi poi, aveva messo in cantiere interventi finalizzati ad attività di orientamento, informazione e supporto che, nelle intenzioni, dovevano combattere la disoccupazione giovanile e facilitare l’inserimento lavorativo dei ragazzi con meno di 25 anni.
E la disoccupazione giovanile, secondo le rilevazioni dell’Istat, resta oltre il 44%
Un primo finanziamento aveva in cassa risorse per oltre un miliardo di euro e gli interventi erano finalizzati ad interventi rivolti 
 principalmente a ragazzi tra i 15 e i 24 anni: Era stata addirittura creata, ad hoc, una struttura di Missione presso il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, composta dai rappresentanti del Ministero e delle sue agenzie tecniche (ISFOL e Italia Lavoro), e di MIUR, MISE, MEF, Dipartimento della Gioventù, INPS, Regioni e Province Autonome, Province e Unioncamere e chi più ne ha più ne metta, il risultato, ad oggi, è davanti agli occhi di tutti. In attesa dei formidabili risultati che dovrebbero arrivare dalle nuove politiche del jobs act e, perché no, dalle politiche strafinanziate di ‘Progetto Giovani’, i numeri freddi ma certi dell’Istat ci dicono che la realtà è purtroppo altra: i giovani senza lavoro in Italia toccano quota44,2%.

 

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