“Con infinite voci”, l’anima del jazz

“Con infinite voci”, l’anima del jazz
Nella variegata e vasta galassia del jazz italiano Enrico Pieranunzi occupa un posto di grande rilievo. Il suo pianismo così intenso, lirico e poetico rappresenta una sorta di ‘risposta europea’ a Bill Evans, il primo jazzista che rivoluzionò lo strumento rendendolo moderno, colto, aperto alle influenze e alle contaminazioni con la musica classica.
Nel corso della sua carriera quarantennale Enrico Pieranunzi ha suonato con i protagonisti della musica afroamericana come Chet Baker, Art Farmer, Lee Konitz, Marc Johnson, Phil Woods, Paul Motian e Charlie Haden, incidendo oltre settanta album di altissimo livello.
Enrico Pieranunzi ha sempre cercato di avere un approccio con il pianoforte fondendo mirabilmente le sue principali influenze: Claude Debussy e Bill Evans. Il suo tocco, il suo fraseggio e la sua poetica resta unica, originale e caratterizzata da una profondità musicalità.
 L’album è stato inciso al Teatro del Pavone di Perugia nel luglio del 1998. Nei quindici brani che compongono l’opera, tutti scritti da Enrico Pieranunzi, emerge prepotentemente tutto il bagaglio culturale, tecnico e umano del musicista romano. L’approccio accademico (si è diplomato al conservatorio nel 1973 a 24 anni), arricchisce di sfumature (Debussy, Satie e Chopin), ovvero i grandi compositori moderni del pianoforte con la tradizione dell’improvvisazione jazzistica che ha avuto in Bill Evans uno dei più grandi interpreti dello scorso secolo.
In questo straordinario album Enrico Pieranunzi conferma il suo grande talento compositivo, la sua profonda sensibilità e il tocco unico sulla tastiera. Il suo pianismo lirico e poetico ricorda molto lo stile di Lyle Mays (da quarant’anni ‘braccio destro’ di Pat Metheny”, anch’esso influenzato da Debussy e Bill Evans, i due massimi interpreti del pianoforte moderno), soprattutto nel fraseggio solistico con la mano destra in cui si può notare come Pieranunzi pone l’accento su ogni singola nota per sottolineare la drammaticità e il lirismo del passaggio musicale. Il brano di apertura che intitola anche l’album e la terza traccia, “Don’t forget the poet”, possono considerarsi come una sorta di ‘manifesto del pianismo’ di Enrico Pieranunzi: un flusso continuo di note e di emozioni profonde che incantano l’ascoltatore.
Ecco come il pianista 65enne ricorda il suo avvicinamento con il jazz e con l’improvvisazione: “Il mio incontro col jazz e con l’improvvisazione è stato molto precoce e anche particolare: avevo 5 anni e mezzo e mio padre, chitarrista di jazz, mi fece trovare a casa un… pianoforte. Così cominciai subito una doppia vita. Andavo a lezione di solfeggio e facevo i primi esercizi di piano classico con un’insegnante, e poi accanto a lui suonavo canzoni americane, il blues ecc. Fu lui che mi spinse a improvvisare… all’inizio mi era impossibile, poi cominciai a capire. E divenne un gioco bellissimo, che mi avrebbe appassionato per sempre. Negli anni il mio modo di improvvisare è cambiato tante volte, estendendosi molto anche al di fuori e al di là del jazz, ma l’esperienza dell’improvvisazione rimane ancora oggi per me decisiva. E’ una splendida compagna di viaggio e sicuramente se non avessi imparato a improvvisare non avrei neanche cominciato a comporre”.

 

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