Legge elettorale. Il Parlamento tagliato fuori. Decidono i “messaggeri” di Renzi e Berlusconi

Legge elettorale. Il Parlamento tagliato fuori. Decidono i “messaggeri” di Renzi e Berlusconi

Tutto si tiene, o meglio non si tiene.  In un paese normale l’elezione del Capo dello Stato sarebbe un avvenimento  normale. Anche se Giorgio Napolitano è stato richiamato in servizio, un nobile servizio, dalle forze politiche incapaci di eleggere il Presidente. Questo povero Paese è come avvolto in una matassa, trovare il bandolo non è facile perché i partiti  hanno perso il lume dell’intelletto. L’unica cosa che sanno fare, quelli che governano e i para-alleati guidati da Berlusconi, è umiliare il Parlamento. In un paese normale sarebbe Il Parlamento, come da Costituzione, a trattare la delicata materia rappresentata dalla legge elettorale, l’Italicum, visto che il Pd ha abbandonato il Mattarellum, lanciato solo come esca per gli alleati un po’ rissosi e soprattutto per il partner del Patto del Nazareno. Certo non si può negare che vi siano colloqui, incontri, meglio alla luce del sole, dibattito fra le forze politiche. Ma tanto, più in là, come sta avvenendo non si può andare.

Lotti e Verdini: subito la legge elettorale ma andrà in vigore il 20 settembre del 2016

In effetti di storture ce ne sono già molte. La prima: tanta fretta, accelerazioni, per approvare una legge che non andrà in vigore. Non solo, la data se la sono giocata Luca Lotti e Denis Verdini, quello che ha qualche problema con la giustizia, il quale nel buio della sera, con il cappotto che quasi  gli copriva il volto, si è recato a Palazzo Chigi. Dice LottI: si può ipotizzare che la legge vada a regime il 1 settembre del 2016. Ma no, risponde Verdini, troppo presto, facciamo il 30 settembre. Alla fine si sceglie il 20 settembre, raccontano i bene informati. Accordo trovato, ora si può andare avanti a tappe forzate come vuole Renzi che, a tutti i costi, intende  mettere in sicurezza una legge che fa acqua da tutte le parti ed avere mani libere per l’elezione del Capo dello Stato. Per questo percorso il premier ha bisogno che Napolitano tenga tutti col fiato sospeso, non annunci la data delle sue dimissioni.

Grillo attacca a testa bassa il Capo dello Stato: si costituisca

C’è da dire che, salvo qualche presa di posizione delle minoranze del Pd, senatori e deputati sembra ci abbiano preso gusto. Anche coloro che strillano, come Beppe Grillo, mentre i suoi lo stanno abbandonando uno dopo l’altro, non sono credibili. Le dice talmente grosse che non è credibile. Fantasiose farneticazioni, quando attacca  a testa bassa Napolitano e lo invita non a dimettersi ma a costituirsi, accusandolo di un nuovo reato, quello di aver firmato troppe leggi. Già che c’era, per la proprietà transitiva visto che Grillo accusa il Pd di essere al soldo di Carminati e Buzzi, anche il Capo dello Stato sarebbe coinvolto. Non  basta. Alla stampa estera presenta il referendum per l’abolizione dell’euro che, come Costituzione detta, non si può fare e annuncia che lui non è di destra. Però aspetta di incontrare Salvini per programmare insieme il referendum, quel Salvini che ha come stella polare l’ultradestra che si chiama Marine Le Pen.

Perché Napolitano non indica la data delle sue dimissioni

Veniamo così a questioni  più serie  Una cosa è chiara:  il Parlamento non sta svolgendo alcun ruolo e mette in difficoltà lo stesso Presidente della  Repubblica, il quale annuncerà le dimissioni solo quando avrà la certezza che la riforma elettorale sia andata in porto. Nei discorsi fatti in questi giorni, ultimo quello rivolto al corpo diplomatico, si è fermato sulla porta di casa, senza aprirla: “La prossima fine di questo anno e l’imminente conclusione del mio mandato presidenziale- ha detto- inevitabilmente ci portano a svolgere alcune considerazioni sul periodo complesso e travagliato che stanno attraversando l’Italia, l’Europa e il mondo” . Ed ha aggiunto, ancora una volta, gli elogi per  “l’opera portata avanti dal presidente Renzi e dal governo, un coraggioso sforzo per eliminare alcuni nodi e correggere mali antichi che hanno frenato lo sviluppo del Paese e sbilanciato la struttura della società italiana e del suo sistema politico”.

Il capo dello Stato: il governo non ha alternative

“Un’opera  difficile e non priva di incognite”, ma senza “alternative per chi, come noi, crede nelle potenzialità di questo Paese, nel ruolo che deve rivestire in Europa, negli ideali che vuole portare e nella missione di pace nel mondo”. Questo è il problema, il cruccio di Napolitano. Vuole la certezza , come aveva affermato qualche giorno fa, che “ nessuno attenti alla continuità del governo”. La riforma della legge elettorale  prima della elezione del  nuovo Capo dello Stato, garantirebbe la “continuità”. Non si spiega altrimenti la partita che si sta giocando fra  Renzi e Berlusconi e il fatto che Napolitano non dica, come ormai sono in molti a chiederlo, quale è la data in cui intende dimettersi ed aprire il percorso alla elezione, a Camere riunite. C’è anche chi dice che nei colloqui riservati  con il premier, prima che partisse per partecipare al Consiglio europeo, un nome per il nuovo Capo dello Stato sia emerso.  Un minuto dopo l’approvazione della  nuova legge elettorale arriverebbe l’annuncio delle dimissioni e prenderebbe corpo  il possibile nuovo  inquilino del Quirinale. Il calendario, annuncia la ministra Boschi, prevede per l’8 gennaio la discussione in aula alla Camera della riforma costituzionale e al Senato la legge elettorale.

Insieme agli elogi anche un avvertimento al premier

Renzi, da Bruxelles, per quanto riguarda l’elezione del capo dello Stato, crede che “il Parlamento abbia imparato la lezione dell’aprile 2013 e riuscirà a fare quello che deve nei tempi stabiliti”. E, non lo dice ma lo pensa , c’è sempre la spada di Damocle sui parlamentari: le elezioni anticipate con il Consultellum.  Ma, si dirà, Napolitano, nel suo “testamento politico” ha detto a chiare lettere che  nessuno deve attentare alla continuità del governo. Niente elezioni anticipate. Già, ma se l’attentatore è lo stesso premier è un’altra cosa. Il capo dello Stato, certamente, ne è consapevole. Insieme agli elogi, le sue parole suonano anche come un avvertimento a Matteo Renzi. Non tiri troppo la corda perché può strapparsi.

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