Il caso dei marò tra retorica e giustizia. Le insidie del mare e del tribunale

Il caso dei marò tra retorica e giustizia. Le insidie del mare e del tribunale

Sono più di mille giorni che si protrae il contenzioso diplomatico tra Italia e India, riguardante l’arresto dei due fucilieri di marina, Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, accusati di aver ucciso due pescatori, Ajesh Binki e Valentine Jelastine, durante una missione di scorta a una petroliera a largo della costa occidentale indiana. La vicenda – altrimenti un caso giudiziario di diritto internazionale marittimo – ha attirato una grande attenzione e sollevato ondate polemiche, sia tra i media che nella politica. La più recente è stata scatenata da alcune decisioni della Corte Suprema di Nuova Delhi e dal conseguente scambio di note tra i due Ministeri degli Esteri. La richiesta di Girone per passare il Natale a casa è stata respinta, una proroga al rientro di Latorre non è stata concessa (anche se è facile ritenere come questo sia il punto “trattabile”) e, infine, il governo indiano si dice disposto a prendere in considerazione una proposta di risoluzione avanzata dall’Italia.

Le acque internazionali teatro di incidenti internazionali

Anche in questo caso, ovviamente, stampa e leaders politici non hanno mancato di far sentire la propria voce in quello che, a ben vedere, pare solo uno spettacolo di recriminazioni a uso e consumo puramente interno. Se Salvini è riuscito a invocare l’intervento dei reparti speciali – che il cielo salvi l’Italia da cotanta ingenuità! – e il Ministro della Difesa ha piccato i piedi in diretta televisiva, l’opinione pubblica del nostro paese non pare molto lontana dai propri rappresentanti. La questione da noi non è tanto se i due militari abbiano o meno ucciso due pescatori indiani, quanto se il sistema giudiziario di quel paese abbia il diritto di processarli, e la risposta che forniamo è chiara in maniera disarmante, dato che accogliamo i due sospettati di omicidio come fossero degli eroi.

I tribunali servono appunto per dirimere controversie e portare la luce in vicende oscure; quindi nessuno che non abbia davanti a sé le prove e ascoltato i testimoni può esprimere giudizi fondati. Ma certamente una simile impostazione del problema sortisce quantomeno l’effetto di irrigidire le posizioni della controparte – naturalmente e giustamente sensibile a pregiudizi degni di un paese coloniale – senza giovare in alcun modo a una serena e rapida risoluzione del caso.

Il mare, però, è noto come un luogo insidioso. Le acque internazionali sono state spesso teatro di incidenti tra le nazioni, e in genere sono stati proprio i pescatori a pagarne le conseguenze più care. Nel 1904, ad esempio, delle navi da guerra russe aprirono il fuoco contro dei pescherecci britannici nel Mare del Nord: i Russi erano convinti di essere sotto attacco di torpediniere giapponesi. Il risultato fu una barca affondata – il Crane – e tre marinai annegati. La Russia, ovviamente, fu reticente a processare i colpevoli (cioè gli ufficiali al comando) e la Gran Bretagna minacciò di far salpare la propria flotta: l’incidente rischiava di trasformarsi in una guerra. La disputa, allora, si risolse con un arbitrato internazionale – ovvero, più o meno la soluzione cui sta puntando il governo Renzi, almeno al di là delle levate di scudi patriottiche –, la guerra fu evitata e quelle navi russe furono libere di navigare fino all’Estremo Oriente, per farsi comodamente affondare dai Giapponesi – quelli veri.

 Le  reazioni dell’opinione pubblica e della politica

Ora, questa lontana vicenda ci dice molto poco su come risolvere la controversia attuale, ma potrebbe essere molto illuminante per quello che riguarda le reazioni dell’opinione pubblica e della politica. Allora come adesso, gli accusati si appellarono al sacrosanto diritto di non far processare i propri militari da tribunali stranieri, mentre la parte offesa chiedeva con fermezza il rispetto dei «diritti delle vittime». Allora come adesso, la stampa e i mezzi d’informazione, invece di gettare acqua sul fuoco e di proporre giudizi ponderati, si lanciarono in una gara di invettive e recriminazioni – e non mancarono neppure le perizie di parte o la diffusione di notizie rivelatesi false, entrambe generalmente in favore del paese che doveva difendere i propri soldati.

Allora come adesso, infine, si passò dal rasentare una crisi internazionale a rasentare il ridicolo. Se le accuse saranno confermate e, ovviamente, al netto della tragica perdita di due vite umane, scambiare degli Indiani per dei Somali – o degli Inglesi per dei Giapponesi – e, oltretutto, cadere in un banale tranello attraccando a un porto indiano, dovrebbe far arricciare le labbra all’osservatore, nonché sollevare dei fondati dubbi sulla professionalità dei militari in questione.

Politici  pronti a  invocare “ qualsiasi mezzo”

Se manca il senso dell’umorismo, lo stesso vale per quello della misura: abbiamo adesso politici pronti a invocare, più o meno esplicitamente, “qualsiasi mezzo” per sottrarre gli imputati al giudizio; in alcuni quotidiani si parla di Latorre e Girone come due “ostaggi”, liberissimi però di girare per il paese e di presenziare ai ricevimenti; scorrendo poi la vox populi della rete percepiamo umori che nulla hanno da invidiare a quelli precedenti la Guerra Mondiale, dove termini come “prestigio nazionale”, “onore delle forze armate” e “subdolo tradimento” riemergono quasi come l’ultimo secolo non fosse trascorso affatto.

Come al solito dobbiamo affidarci ai soliti diplomatici in doppiopetto che, anche questa volta, salveranno i popoli da loro stessi. I militari, si sa, hanno il grilletto facile – magari è solo una deformazione professionale – e molto spesso sono degli innocenti a pagarne le conseguenze. Che dei soldati sospettati di un’azione criminosa compaiano davanti a un tribunale è una prova di civiltà e un passo verso la giustizia, non certo un esempio di barbarie. Se però entriamo nel circolo pericoloso delle difese di principio e dei toni aggressivi gli unici a salvarsi (forse) saranno proprio il “prestigio” e l’“onore”, e non certo i due imputati in questione, ammesso siano effettivamente innocenti.

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