Curzio Malaparte, l’ultimo arcitaliano

Curzio Malaparte, l’ultimo arcitaliano
Non si può fare il ritratto di Mussolini senza fare il ritratto del popolo italiano. Le sue qualità e i suoi difetti non gli sono propri: sono le qualità e i difetti di tutti gli italiani. Il dir male di Mussolini è legittimo: ma è un dir male del popolo italiano”.
 
“Penso che se fossi vissuto in una società più virile e in mezzo a un popolo più virile sarei forse potuto diventare un uomo nel vero significato della parola. Ma se dovessi definirmi con una sola parola direi che, nonostante tutto, sono un uomo.”
 
Queste sono solo due delle tante frasi taglienti e polemiche di uno degli intellettuali più scomodi e controversi del XX secolo: Curzio Malaparte, azzeccato pseudonimo di Kurt Erich Suckert, nato a Prato nel 1898 e morto a Roma nel 1957. Nel corso della sua vita avventurosa ha fatto mille mestieri: ufficiale, diplomatico, giornalista, scrittore, autore teatrale, regista cinematografico ma soprattutto feroce polemista e fustigatore del costume italiano. Disse in estrema sintesi tutto e il contrario di tutto. Delle sue opere restano almeno due capolavori della letteratura italiana come “Kaputt” (1944) e “La pelle” (1948), un saggio storico innovativo come “Tecnica del colpo di stato” (1933) e “Il Cristo proibito” (1951), un sorprendente film neorealista premiato al Festival di Berlino.
Come giornalista la sua carriera fu straordinaria e piena di successi nazionali e internazionali. Fu direttore de “La Stampa” dal 1929 al 1931; poi passò al Corriere della Sera di Borrelli. Durante la Seconda guerra mondiale, Malaparte divenne il più importante inviato del quotidiano di via Solferino. Seguì le truppe dell’Asse su vari fronti europei e si distinse per i suoi straordinari articoli che raccontavano con intenso realismo l’avanzata tedesca nei vasti territori dell’Unione Sovietica. In questo periodo nasce la leggendaria rivalità con il giovane Indro Montanelli, un altro grande giornalistica toscano proprio come lui inviato di guerra.
Ripercorriamo la sua vita avventurosa, contradditoria e allo stesso tempo coerente con il suo personaggio unico della cultura italiana del Novecento.
Malaparte nasce a Prato il 9 giugno del 1898. Il padre è tedesco, la madre lombarda. Frequenta il celebre liceo classico Cicognini, lo stesso di D’Annunzio e Ricasoli. Si distingue nelle materie letterarie e abbraccia con vigore la politica. Nel 1914 scoppia la Prima guerra mondiale: Malaparte è un fervente interventista e all’età di 16 anni si arruola, falsificando la data di nascita sui documenti. Nella sanguinosa battaglia di Ypres, nelle Fiandre, i suoi polmoni vengono segnati per sempre dai gas.
Dopo la guerra è indeciso se intraprendere la carriera diplomatica (parla diverse lingue) o quella dello scrittore.
Il giovane Malaparte sceglie quella letteraria e giornalistica.
Sbalordisce la critica con il suo primo libro, “Viva Caporetto, la rivolta dei santi maledetti” (1921), in cui Malaparte critica gli alti comandi responsabili del massacro dei soldati innocenti. Il libro è messo al bando e bruciato in alcune librerie. L’autore invece diventa una celebrità. La sua attività è frenetica: lavora per diversi quotidiani come “La Voce” di Prezzolini, fonda importanti riviste culturali come “La conquista dello Stato” e la “Fiera Letteraria” e aderisce al Partito Fascista partecipando alla marcia su Roma del 28 ottobre 1922. Malaparte sarà sempre un fascista atipico, una sorta di battitore libero e diventerà in seguito scomodo al regime. I primi problemi con Mussolini arrivano con il saggio storico “Tecnica di un colpo di Stato”. Il libro critica duramente il neo cancelliere Adolf Hitler e anche il Duce è obiettivo di pesanti ironie.
Lo scrittore pratese è condannato a cinque anni di confino che sconterà a Lipari e poi vicino Forte dei Marmi.
Scontata la detenzione, riesce a lavorare per il Corriere della sera grazie all’aiuto di Galeazzo Ciano, ministro degli Esteri del regime fascista. Con lo scoppio della Seconda guerra mondiale, Malaparte ha la possibilità di viaggiare attraverso i fronti europei. Le sue memorabili corrispondenze saranno pubblicate nel volume “Il Volga nasce in Europa” (1943) e saranno soprattutto il fulcro dello straordinario “Kaputt” (1944) ben rappresentato dalle stesse parole dell’autore: Kaputt è un libro crudele. La sua crudeltà è la più straordinaria esperienza che io abbia tratto dallo spettacolo dell’Europa in questi anni di guerra. Tuttavia, fra i protagonisti di questo libro, la guerra non è che un personaggio secondario. Si potrebbe dire che ha solo un valore di pretesto, se i pretesti inevitabili non appartenessero all’ordine della fatalità. In Kaputt la guerra conta dunque come fatalità. Non v’entra in altro modo. Direi che v’entra non da protagonista, ma da spettatrice, in quello stesso senso in cui è spettatore un paesaggio. La guerra è il paesaggio oggettivo di questo libro”.
In questo periodo con l’aiuto dell’architetto Adalberto Libera, inizia la costruzione di Villa Malaparte sui faraglioni di Capri, un avveniristico esempio di razionalismo visionario. In questa villa scriverà diversi libri e conoscerà personaggi illustri come il segretario del Partito Comunista Palmiro Togliatti.
Dopo l’8 settembre Malaparte è arrestato per i suoi trascorsi fascisti, è poi liberato dagli alleati e diventa ufficiale di collegamento per le truppe angloamericane. Da questa esperienza nasce il suo libro più famoso: “La pelle”, pubblicato nel 1948. Negli anni seguenti si occupa di teatro
portando in scena “Il Capitale” di Marx e “Du cotè de chez Proust”. Nel 1951 allarga i suoi interessi al cinema dirigendo “Il Cristo proibito” che riscuote successo soprattutto in Europa. Sempre in questo periodo inizia il suo avvicinamento al partito Comunista. Scrive con uno pseudonimo anche per “L’Unità”. Tra il 1956 e il 1957 Malaparte intraprende un lungo viaggio in Cina e in Russia
e ne scrive uno straordinario reportage uscito postumo “Io, in Russia e in Cina” (1958). E’ l’unico giornalista italiano ad aver intervistato Mao.
I suoi problemi polmonari si aggravarono e dovette tornare in Italia. Lo scrittore fu ricoverato alla clinica Sanatrix di Roma per una grave forma tumorale e in punto di morte ricevette la visita di Palmiro Togliatti che, fatto senza precedenti, gli consegnò la tessera del partito Comunista.
Curzio Malaparte morì il 19 luglio del 1957.
La critica letteraria che lo aveva sempre osteggiato e ignorato cominciò ad accorgersi dell’importanza della sua opera negli anni ’80, grazie a personaggi come Giordano Bruno Guerri, Giuseppe Pardini, Luigi Martellini e Pietrangelo Buttafuoco.

 

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