Stato – Mafia, Napolitano ha risposto a tutto, non era a conoscenza di accordi

Stato – Mafia, Napolitano ha risposto a tutto, non era a conoscenza di accordi

Giorgio Napolitano è stato sentito per più di tre ore dalla Corte d’assise di Palermo nella sala del Bronzino, il presidente della Repubblica ha risposto alle domande, appellandosi in alcuni casi – riferiscono i legali presenti – alle sue prerogative.

Il presidente Napolitano “ha risposto alle domande senza opporre limiti di riservatezza”, si legge in una nota del Quirinale, che aggiunge: “si auspica che la cancelleria della Corte assicuri al più presto la trascrizione della registrazione per l’acquisizione agli atti del processo”. Per dare “tempestivamente notizia agli organi di informazione e all’opinione pubblica delle domande rivolte al teste e delle risposte rese dal Capo dello Stato” conclude la nota.

Napolitano ha detto di non essere stato mai “minimamente turbato” delle notizie su presunti attentati alla sua persona nel 1993 “perché faceva parte del suo ruolo istituzionale”, ha spiegato l’avvocato Nicoletta Piergentili della difesa di Nicola Mancino, ex ministro dell’Interno. “Chi riveste un ruolo istituzionale non può mostrare paura o farsi intimidire. Parisi – avrebbe detto Napolitano – mi disse di continuare a fare la mia solita vita e quindi avevo percepito che c’era un allerta ma non importante”. Napolitano ha detto di “non aver mai saputo di accordi” tra apparati dello Stato e Cosa nostra per fermare le stragi, ha sottolineato all’uscita dal palazzo, Giovanni Airò Farulla, avvocato del Comune di Palermo.

Soddisfatti anche i magistrati: “Il presidente ci ha dato un importante contributo per la ricerca della verità. Siamo molto, molto soddisfatti”. Ha riferito il procuratore aggiunto di Palermo, Vittorio Teresi,“Abbiamo incassato un risultato straordinario dal punto di vista processuale – ha detto Teresi – perché Napolitano ha detto che subito dopo le stragi di Roma, Firenze e Milano del ’93 tutte le più alte istituzioni hanno capito che era la prosecuzione del piano stragista di Cosa nostra, che tendeva a ottenere un aut aut – ha continuato il procuratore aggiunto – O si ottenevano benefici di natura penitenziaria per l’organizzazione o ci sarebbero state finalità destabilizzanti. Questo per noi è il cuore del processo. E questo è arrivato dalla viva voce del Capo dello Stato”.  “Abbiamo potuto porre tutte le domande previste e il Capo dello Stato non si è mai opposto. Non si è mai sottratto ad alcuna domanda” ha concluso Teresi.

Libri, film, documentari, inchieste, negli ultimi anni l’attenzione della pubblica opinione sul processo per la cosiddetta “Trattativa Stato – Mafia” è stata altissima. I magistrati della procura di Palermo mirano a dare un nome e un volto ai responsabili di una vicenda a tinte fosche che ancora non è stata svelata nella sua completezza. In questo quadro l’udienza di oggi nella quale, per la prima volta nella storia del nostro Paese, i magistrati palermitani varcano le porte del Quirinale per raccogliere la testimonianza del presidente Giorgio Napolitano.

Il capo dello Stato ha ricevuto tra i saloni del Colle la Corte d’Assise di Palermo, presieduta dal giudice Alfredo Montalto, i pm e i legali degli imputati (Totò Riina, Leoluca Bagarella, Antonino Cinà, Giovanni Brusca, Nicola Mancino, Marcello Dell’Utri, Mario Mori, Antonio Subranni, Giuseppe De Donno e Massimo Ciancimino), per riferire loro di quanto sia a conoscenza, non solo relativamente alla lettera del luglio 2012 del giurista Loris D’Ambrosio, morto un mese dopo stroncato da un infarto, in cui il consigliere giuridico del Quirinale confessava di temere di essere stato “strumento di indicibili accordi”; ma anche di eventi relativi alla caldissima estate del 1993. Se, in pieno clima stragista, egli sia stato a conoscenza, e dunque sottoposto a maggior tutela, di un possibile specifico progetto d’attentato di tipo mafioso nei suoi confronti.

Affrontato l’argomento D’Ambrosio, si passa all’allarme attentati lanciato dal Sismi nel ’93. Gli 007, riferendo quando saputo da una fonte confidenziale, parlarono di un rischio per Napolitano e per Giovanni Spadolini. Le “riservate” dei Servizi sono state acquisite al processo. All’epoca Napolitano era presidente della Camera. Seppe dell’allarme? Gli vennero aumentate  le misure di sicurezza? Temi importanti per la Procura, visto il riferimento di D’Ambrosio al ’93.
I Pm avrebbero chiesto a Napolitano se fu informato della nota della Dia e di quella dello Sco che, ad agosto del ’93, parlarono per la prima volta di un tentativo di destabilizzazione posto in essere da Cosa nostra per avviare una trattativa volta a stemperare il 41 bis.

Dopo i pm è stata la volta dei controesami dei legali. In particolare l’avvocato di Totò Riina – il boss ha fatto sapere di essere “dispiaciuto” di non potere assistere dal carcere in cui è detenuto all’udienza in videoconferenza – ha chiesto ed ottenuto di potere interrogare Napolitano su un tema più ampio e relativo “a quanto accadde nel 1993 e nel 1994”. Ma non è scontato che il difensore oltre al controesame faccia l’esame domani: perché il suo turno nell’interrogatorio del presidente della Repubblica, salvo accordo delle parti, sarebbe tra alcuni mesi. La corte, all’ultima udienza, ha ricordato comunque che l’esame di Napolitano è subordinato alla sua disponibilità sottolineando che il presidente potrebbe revocarla in qualunque momento.

La deposizione di Napolitano rappresenta il momento d’incontro, il faccia a faccia, di due istituzioni, la Presidenza della Repubblica e la Procura di Palermo, tra le quali negli ultimi anni si è assistito a duri momenti di “frizione”, cominciati con l’intercettazione da parte dei magistrati palermitani delle telefonate tra il presidente della Repubblica e Nicola Mancino, successivamente distrutte, in cui l’ex ministro dell’Interno chiedeva al capo dello Stato l’intercessione per un eventuale “coordinamento” tra le procure di Palermo, Firenze e Caltanissetta che indagavano sulla trattativa. O ancora il conflitto di attribuzione sollevato dal Quirinale contro la Procura di Palermo.

L’udienza è a porte chiuse, il contenuto dei verbali non sarà secretato e si potrà perciò conoscere in un secondo momento.

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