Le interviste a Cuperlo e Fassina, e il destino della sinistra

Le interviste a Cuperlo e Fassina, e il destino della sinistra

Vogliamo tornare nuovamente su quel meraviglioso sabato 25 ottobre a piazza san Giovanni, a Roma. Di articoli ne abbiamo pubblicati tanti, raccontando a modo nostro quanto è accaduto fino all’intervento finale del segretario generale Susanna Camusso. Abbiamo dato, insomma, rilievo alle parole della Cgil, perchè quando un sindacato mobilita un milione di persone, non solo andrebbe rispettato per la sua capacità e la sua forza, ma anche per il messaggio che lancia alla politica, senza fare caricature, né forzature, né banalizzazioni. Purtroppo, così non è stato. Il Partito democratico si è costantemente lacerato in questo fine settimana, e la lacerazione più forte e traumatica, spiace davvero dirlo, l’ha provocata proprio il suo segretario, nel comizio finale della kermesse alla Leopolda fiorentina, banalizzando e facendo la caricatura del ruolo della Cgil. In questo, mancando di rispetto verso quel milione di persone che erano a Roma in carne, ossa e sofferenza.
Prima che il segretario del Pd lanciasse la sua personale sfida, ormai all’ultimo sangue, contro la Cgil e la minoranza interna del Partito democratico, avevamo intervistato Stefano Fassina e Gianni Cuperlo. Nelle due interviste, che qui riportiamo integralmente, Fassina e Cuperlo usano toni concilianti, ragionevoli, unitari: cercano di costruire una sorta di ponte politico tra la piazza e il nuovo establishment del Pd.
A Gianni Cuperlo, che nella sua vita ha partecipato a tante manifestazioni, abbiamo chiesto quali emozioni gli avesse suscitato quel milione di persone a piazza san Giovanni. “Una piazza che colpisce, non solo per i numeri, non solo per gli slogan, a volte anche aspri contro il governo. Il sentimento è quello di un pezzo di paese che è venuto qui, si è caricato il peso di un viaggio in molti casi molto lungo, perchè non ce la fa, semplicemente non ce la fa. Io e Fassina abbiamo incrociato un pensionato di Avellino che è scoppiato in lacrime. C’è un pezzo di paese che chiede al suo sindacato, e alla politica, in un paese al settimo anno della sua crisi più dura del secolo, di reagire, di dare quelle risposte che in parte ci sono state, ma che si sono rivelate troppo timide”. A Cuperlo, perciò, abbiamo chiesto a chi spetta, in politica, fare la sintesi delle richieste lanciate da piazza san Giovanni. Questa la sua replica: “La verità è che abbiamo affrontato un congresso un anno fa, e l’abbiamo perso. La leadership di Renzi è stata legittimata da un consenso quasi plebiscitario. Lo riconosco. Noi, oggi, stiamo ricostruendo le ragioni di una sinistra che io non penso esista in natura, come sostiene qualcuno. Esiste nella storia, ma va fatta vivere, e va rappresentata. A partire dalla legge di stabilità, dalla riforma del mercato del lavoro, dalle riforme costituzionali, alla riforma della legge elettorale, noi stiamo cercando di tenere assieme quel filo rosso, quella sintesi”. Dunque, il ruolo e la funzione della sinistra all’interno del Partito democratico vengono rilanciate. Ma il governo ascolterà quel milione di persone? “Dobbiamo fare in modo che il governo ascolti le ragioni di questo popolo e che modifichi le riforme, rendendole più eque e più giuste. Dalla crisi perggiore dell’ultimo secolo non si esce dividendo, ma unendo questo paese. Non si esce dividendo tra garantiti e non garantiti, tra nord e sud, tra giovani e vecchi. Nè si esce contrapponendo le forze politiche alle rappresentanze sociali. Si esce unendo le risorse e le energie. Noi dobbiamo trovare le ragioni dell’unità, e la sinistra ha un ruolo fondamentale in questa missione”. Fin qui, Gianni Cuperlo, che, come si vede, ragionava sulla capacità di dettare sintesi e agenda politica.
Sulla stessa lunghezza d’onda è apparso Stefano Fassina. “Una piazza san Giovanni che dà tanta energia in un momento difficile, una piazza che dà grande forza per dare le risposte che questi lavoratori, questi disoccupati, questi precari aspettano da tempo. Una piazza determinata e che guarda avanti, consapevole, che chiede miglioramenti nelle condizioni di lavoro”, ci ha detto Stefano Fassina. Ed ha aggiunto: “Noi siamo qui per correggere provvedimenti che non vanno, e che non sono utili per l’economia, per le imprese, per i lavoratori, per l’Italia. Spero venga colta la forza costruttiva della manifestazione. Qui c’è un pezzo imprescindibile di popolo democratico. E il Pd non è più democratico se recide i legami con le persone che sono qui”.
Come si vede, Cuperlo e Fassina, in fondo i due veri leader della minoranza antirenziana, usano ancora la forza della ragione in politica, riflettono, senza lanciare anatemi, né banalizzare, né provocare con quel gioco al massacro che è diventata, mediaticamente, la sfida tra piazza san Giovanni e la Leopolda. Era giusto così: da una parte, dovevano evitare il rischio di rendere strumentale la mobilitazione della Cgil per la battaglia interna al Pd. E dall’altra, dovevano fare lo sforzo della sintesi da rilanciare nel dibattito interno al Pd. Il giorno dopo, questo loro ragionevole tentativo è stato vanificato dalle parole oltranziste del segretario-premier. Il punto vero è che la sinistra interna deve ritrovare occasioni, anche organizzative, per capire cosa farà da grande. Restare nei dubbi amletici non serve più. L’indicazione della Leopolda è chiara: si andrà a votare presto. Voi siete vecchi arnesi, e probabilmente non siete utili alla vittoria, perciò vi terremo fuori. Pena l’estinzione, la sinistra, esterna e interna, deve darsi, ora, subito, un appuntamento, politico e organizzativo. Milioni di compagni e compagne, di persone, ormai lo chiedono a gran voce. Facciamolo. Senza aspettare la Cgil.

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