Lavoro: se Sacconi rivendica la riforma del Jobs Act

Lavoro: se Sacconi rivendica la riforma del Jobs Act

Per buona parte della serata di mercoledi abbiamo seguito il dibattito in Senato sulla fiducia posta dal governo sulla Legge Delega relativa alla riforma del mercato del lavoro. Come sempre accade nei dibattiti parlamentari, però, sono le dichiarazioni di voto da parte dei rappresentanti dei gruppi politici il segmento più atteso e anche più forte. È in quel momento che la battaglia parlamentare dovrebbe trasformarsi in vero e proprio confronto sulle posizioni politiche, sui convincimenti, sulle decisioni. È la caratteristica della democrazia parlamentare: si discute, si cerca di emendare un testo, talvolta ci si spinge all’uso del filibustering, la tecnica che consiste nel dilatare artificialmente i tempi del dibattito parlamentare. Ma ad un certo punto si vota. E il voto parlamentare, soprattutto quando è palese, definisce concretamente le posizioni di ciascuno in modo pubblico. E sul tema della riforma del lavoro, in particolare su quel pasticciaccio brutto di una Delega, sulla quale si chiedeva la fiducia, priva di testo fino al pomeriggio inoltrato, si è giocata davvero una partita politica di livello altissimo, con evidenti vincitori sul campo parlamentare, e più nascoste vittime. Nel dibattito parlamentare di mercoledì sono venuti al pettine tutti i nodi politici mai sciolti nel nostro Paese.

Il conflitto fra privilegio e uguaglianza

Il merito della Delega, è diventato perciò il pretesto per rivendicare qualcosa che va oltre la riforma del lavoro, e che peserà nel prossimo futuro: Gramsci l’avrebbe chiamata una lotta per l’egemonia, politica e culturale. La politica per il lavoro e sul lavoro, per l’applicazione dei diritti, anche nella fase peggiore dell’esplosione del conflitto tra capitale e lavoro, è davvero il grande campo di battaglia su cui si gioca il confronto tra destra e sinistra, ovunque, non solo in Italia. Il dilemma storico, figlio dell’Illuminismo, del conflitto tra privilegio e uguaglianza, trova nelle condizioni del lavoro, e nel dibattito politico sul lavoro, il terreno di confronto e di scontro. Non si sfugge: il privilegio è di destra, l’uguaglianza è di sinistra. Fino a mercoledi sera, pensavamo che questa discriminante fosse chiara, anche nelle posizioni dei senatori. Un senatore di destra si sarebbe chiesto se la conservazione dei privilegi era contenuta nella legge Delega, e avrebbe votato di conseguenza. Un senatore di sinistra avrebbe dovuto chiedersi se quella stessa legge va in direzione di una maggiore uguaglianza per chi lavora e per chi non lavora. Mercoledì sera, al Senato, abbiamo invece ascoltato un’altra versione di questo elementare posizionamento politico

La lotta per l’egemonia politica e culturale

Chi ha compreso, meglio di tutti, quale fosse la posta in gioco, ovvero la lotta per l’egemonia culturale in materia di privilegi e di uguaglianza? Non a caso, il presidente del gruppo NCD, Maurizio Sacconi, già ministro del Lavoro nel governo Berlusconi. Egli ha limpidamente rovesciato la logica destra-sinistra, conservatorismo-riformismo, rivendicando la paternità di questa riforma del lavoro. E dal suo punto di vista, ha potuto celebrare un vero e proprio successo politico, dal momento che il partito di maggioranza relativa, il PD, ha sostenuto la fiducia. Nella dichiarazione di voto di Sacconi si è capito davvero cosa si cela dietro il Jobs Act, al di là di tutto ciò che si è detto in queste settimane. Quali sono le ragioni politiche autentiche e profonde. Una su tutte è emersa con chiara limpidezza nelle parole autocelebrative di Sacconi: con questa riforma noi intendiamo uccidere la sinistra in modo definitivo, soprattutto quando e se rivendica la rappresentanza di tutto il mondo del lavoro, ne tutela i diritti, e alza il tono del conflitto. Nelle parole di Sacconi, la sinistra, politica e sindacale, sarebbe conservatrice – e perfino la vera causa della morte di tanti giuslavoristi per mano brigatista – perchè sostiene una parte privilegiata del mondo del lavoro, quello dipendente, lasciando l’altra parte al suo destino. È la tesi che abbiamo sentito in modo dominante in queste settimane anche per bocca di molti esponenti del Partito democratico: è la rappresentazione, un po’ caricaturale, della cosiddetta Italia duale, dei privilegiati che lavorano (e i lavoratori pubblici diventano i nuovi untori manzoniani, da cacciare) a tempo indeterminato, sostenuti dalla sinistra becera e conservatrice, e i derelitti, i senza tutele, i precari, i disoccupati, dei quali, come dice Sacconi, solo la destra riformista si occupa. E perciò, siccome i lavoratori “privilegiati” sono pezzi della sinistra conservatrice, devono essere puniti, rendendoli più facilmente licenziabili (come se fino ad oggi non fosse stato licenziato nessuno con contratto a tempo indeterminato). Come? Riformando, o meglio cancellando, quel gioiello di riformismo liberal-socialista che resta tuttora lo Statuto dei lavoratori. Perciò, l’operazione portata innanzi da Sacconi e da parte cospicua del Pd è dunque di natura eminentemente culturale: spostare il conflitto dal versante del capitale e dei privilegi veri, nel campo sociale dei lavoratori e dei non lavoratori, o se volete, spingendo fortissime e acutissime contraddizioni tra dipendenti a tempo determinato e dipendenti a tempo indeterminato. Ci dicono, Sacconi e quella parte del Pd, che l’uguaglianza si raggiunge con riforme che tendono a omologare verso il basso, piuttosto che verso l’alto, delle tutele. Spostare il conflitto dentro il mondo del lavoro, e tra lavoratori, è sempre stato pericoloso, ed ha avuto come effetto, nella storia, derive neoautoritarie (ci permettiamo qui di ricordare la Repubblica di Weimar, che ha forti analogie con la situazione attuale). Il “modello Sacconi” che abbiamo visto prevalere mercoledi in Senato, e ancor prima nella maggioranza del Pd, cerca di farsi strada nella lotta per l’egemonia culturale, e ci chiede di giudicare diversamente i privilegiati, che per lui sono innanzitutto i lavoratori dipendenti, magari pubblici, a tempo indeterminato.

Le vere dinamiche del mondo italiano della produzione

Il modello Sacconi, e la maggioranza del Pd, ci chiedono di non interrogarci sulla natura del capitalismo italiano, di evitare il termine “padrone” – come se questo termine fosse lesivo di chissà quale dignità – e ci chiedono di non ricordare quel che è accaduto dal 2008, ovvero lo spostamento di decine di punti di PIL dalla produzione materiale alla rendita finanziaria, lasciando sul terreno milioni di licenziati. Ci chiedono, in sostanza, di bendarci gli occhi dinanzi alle vere dinamiche del mondo italiano della produzione. Hanno costruito il nuovo nemico: per un disoccupato, è il vicino di casa che lavora (o suo padre), per l’occupato, è il disoccupato, o il precario, che minaccia il suo posto di lavoro. Paradossalmente, questa logica amico-nemico è passata prima come egemonica nella destra, poi si è affermata nel Pd, ed ora rappresenta la vittoria politica di Maurizio Sacconi. Per una battaglia culturale di questa grandezza si poteva far cadere il primo governo Renzi, uscendo dal ricatto del voto di fiducia? Noi pensiamo di sì, perchè ora tutto è diventato irreversibile, e ci spaventa l’assenza di coraggio e di responsabilità pubblica di coloro che, a sinistra, dovrebbero garantire un minimo sindacale di pensiero critico.

Pino Salerno

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