L’Aquila: i balconi erano solo incollati, ora crollano

L’Aquila: i balconi erano solo incollati, ora crollano

Capita anche che a crollare non siano solo i prezzi delle case, ma le case stesse. È quanto sta succedendo a quelle costruite in fretta e furia subito dopo il terremoto dell’Aquila. Troppa fretta e troppa furia, forse. Il catastrofico evento sismico ha avuto luogo il 6 aprile del 2009 e il 29 settembre, cioè meno di cinque mesi dopo, l’allora Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi consegnò più che festoso ed in diretta televisiva le chiavi dei primi appartamenti teoricamente antisismici del nuovo quartiere di Bazzano. Che con altrettanta rapidità stanno crollando. Il dubbio che antisismici non fossero sorge spontaneo.

All’indomani del terremoto la ricostruzione del centro storico apparve subito difficoltosa a causa della gravità di danni e lesioni. Si pensò allora ad una new town (nuova città) posta nella periferia del capoluogo abruzzese. Gli aquilani non erano affatto d’accordo: loro rivolevano l’Aquila, che temevano sarebbe rimasta una “città-fantasma”. Richieste e comitati comunque non bastarono, e fu così che il 23 aprile del 2009 il Consiglio dei Ministri approvò un pacchetto di misure di emergenza, tra le quali “la progettazione e realizzazione, nei comuni terremotati, di moduli abitativi destinati ad una utilizzazione durevole e rispondenti a caratteristiche di innovazione tecnologica, risparmio energetico e protezione dalle azioni sismiche, nonché delle opere di urbanizzazione e dei servizi connessi, al fine di garantire adeguata sistemazione alle persone le cui abitazioni sono state distrutte o dichiarate non agibili”. Tali propositi presero forma il 16 maggio nel Progetto C.A.S.E. (Complessi Antisismici ed Eco-compatibili). Fu così che tra pena e spettacolarizzazione vennero erette 4.449 unità abitative destinate ad accogliere circa 15.000 aquilani. Costo complessivo: 800 milioni di euro. La somma stanziata dal Decreto Abruzzo era di poco superiore ad un miliardo (700 mila euro di origine governativa, 36 mila da donazioni e 350 mila provenienti dall’Unione Europea).

Smontate le tendopoli si andò tutti, tra il lieto ed il mesto, nei nuovi quartieri. Negli svariati servizi televisivi gli aquilani mostravano gratitudine per avere di nuovo un tetto sopra la testa, ma la loro gioia non appariva completa e i loro sorrisi un po’ forzati. Nel frattempo inoltre la ricostruzione del centro storico non era stata avviata, e l’Aquila stava diventando ciò che loro tanto temevano: una “città-fantasma”. Quasi tutto lì è rimasto come se il tempo si fosse fermato al 6 aprile del 2009, con ancora molte zone chiuse al traffico pedonale.

Oltre il danno la beffa, verrebbe da pensare, visto che anche l’idea delle nuove abitazioni si sta oggi rivelando un buco nell’acqua. In seguito al crollo ad inizio settembre di un balcone in una palazzina di Cese di Preturo, è stata aperta un’inchiesta che avrebbe svelato gravi problemi strutturali in più aree edificate post-terremoto dal governo Berlusconi. Secondo La Repubblica sarebbe addirittura stato ordinato il sequestro di 800 balconi realizzati con legno “scadente”, non bullonato ma solo “incollato”, che con le continue infiltrazioni si è pian piano marcito.

Sotto accusa sarebbe la Safwood, azienda piacentina nel frattempo fallita che fornì il legname per il Progetto C.A.S.E. La Safwood inoltre era stata già inquisita per ipotesi di bancarotta fraudolenta e reato di truffa per aver partecipato con false credenziali alla gara di appalto per le ricostruzioni. Oltre gli 800 balconi sotto sequestro, 185 edifici poggerebbero su pilastri che non rispettano i criteri anti-sismici richiesti nei bandi di appalto del 2009.

L’inchiesta che accerti la frode e ne verifichi i responsabili è in corso. Nel frattempo la proprietà del Progetto C.A.S.E. è passata dalla Protezione Civile Nazionale al Comune dell’Aquila. Dove si troveranno risorse e fondi per gestire i lavori di gestione e manutenzione della new town è ancora un mistero. Il problema è che secondo le relazioni dei periti gli edifici cederebbero in caso di un’altra intensa scossa sismica. E ad una “città-fantasma” si aggiungerebbe un’altra “città-fantasma”.

Sabrina Labate

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