Jobs Act, si avvicina la resa dei conti nel Pd

Jobs Act, si avvicina la resa dei conti nel Pd

Dopo la tempesta di ieri al Senato sul Jobs Act, oggi continuano i veleni, le accuse reciproche ma anche qualche sporadico tentativo di mediazione all’interno del Pd.

Il Premier Renzi si rivolge al senatore Walter Tocci, che questa mattina ha consegnato le proprie dimissioni in Senato, chiedendogli di restare: “Farò di tutto perché Walter Tocci, che stimo molto, continui a fare il senatore – afferma -. Ha espresso le sue posizioni ma poi ha accettato la linea del partito. Abbiamo una diversa linea politica ma la sua intelligenza, la sua competenza e la sua passione sono necessarie al Pd. Proverò a convincerlo e dirò che le dimissioni sarebbero errore”.

Tocci apprezza le parole del Premier ma va diritto per la sua strada, non ritira le dimissioni e spera che “nel partito come avviene nei democratici americani, ciascun senatore possa esprimere il proprio voto anche in dissenso col proprio leader senza essere cacciato”, afferma, “se così sarà e se il Senato dovesse respingere le mie dimissioni, farò le opportune valutazioni”.

Ma pare che la stessa pietà il premier Renzi non la voglia invece dimostrare per chi ha deciso di non dare il proprio sostegno ieri al Senato. Stamattina ha riunito la segreteria al Nazareno alle otto, ha ringraziato i senatori che “hanno lavorato per il bene del Paese” e rincarato la dose contro i 5 Stelle dopo le dure critiche pronunciate già nella tarda serata di ieri: “Sono sceneggiate che ormai hanno stancato anche i loro elettori, ma i senatori ieri hanno fatto un grandissimo passo in avanti. Certo, rimane l’amarezza per le immagini dei disordini in aula. Molto tristi per i cittadini che si domandano che senso ha”.  Ufficialmente non si è parlato dei senatori dissidenti, ma tra le righe serpeggia la voglia di dare l’esempio. La resa dei conti avverrà nell’assemblea dei Dem al Senato. I tre al centro della vicenda sono Felice Casson, Lucrezia Ricchiuti e Corradino Mineo. “Non partecipare a un voto di fiducia che è politicamente molto significativo mette in discussione i vincoli di relazione con la propria comunità politica”, spiega Lorenzo Guerini al termine della segreteria Pd. Ma ora sono fuori? “No – è la risposta – ne discuteranno il gruppo e la direzione serenamente e pacatamente”.

Dal canto suo Corradino Mineo replica duro: “Io sono uscito dall’aula, non ho votato la fiducia. Quando mi hanno candidato, non c’era certo nel programma l’idea di dividere i sindacati o di dare ragione a Sacconi nella sua crociata contro l’articolo 18. Ma il dato è quello che è: Renzi ha vinto, ha costretto a capitolare i suoi oppositori. Questo gruppo che era di 14 ‘oppositori’ si è diviso, con alcuni che poi hanno votato la fiducia. La cosa più significativa forse l’ha fatta Tocci, che si è dimesso”. “Secondo me adesso la minoranza Pd è molto più debole – afferma Mineo -. Io il maxiemendamento l’ho letto, e non prende neanche tutte le promesse fatte nella direzione del Pd. La nostra battaglia per il momento si è conclusa con una sconfitta”.

Anche Pippo Civati non è tenero con quanto accaduto ieri in Senato: “Non si può avere un partito all’americana, con eletti con le primarie, e poi immaginare che ci sia una disciplina di stampo sovietico”. Per Civati “se ci sarà un intervento disciplinare nei confronti dei senatori che sono usciti dall’aula al momento del voto, credo che si aprirà un bel dibattito sulla democrazia interna”. Nel Pd, ha poi sottolineato, “c’è un problema grosso come una casa: molti hanno votato la fiducia non essendo d’accordo e lo hanno fatto solo per disciplina di partito, rispetto però a un partito che non ha mantenuto fede al proprio programma elettorale. Non ricordo che nessuno abbia detto che ci candidavamo a governare il Paese per cancellare l’articolo 18”. A ruota annuncia: “Se sul jobs act metteranno la fiducia anche alla Camera, io non la voterò”.

Intanto, Stefano Fassina non esclude altri ‘casi Tocci’: “Dipenderà molto dalla disponibilità del presidente del Consiglio ad ascoltare posizioni che non sono isolate né personali, ma condivise da pezzi significativi del nostro mondo e degli interessi economici e sociali che rappresentiamo e vogliamo continuare a rappresentare”.

Anche la Cgil attacca il Governo: “Con la richiesta della fiducia sul jobs act, il governo, dopo aver negato il confronto con la rappresentanza del lavoro, ha compiuto ieri una palese forzatura che ha compresso il dibattito parlamentare, ha posto le basi per un’ulteriore precarizzazione dei giovani lavoratori, ha tolto diritti invece di estenderli, ha accentuato una logica di subordinazione del lavoro nei confronti dell’impresa, ha aperto spazi all’arbitrio e al sopruso”. Lo afferma in una nota la Cgil.

Nei fatti Renzi guadagna terreno e sembra essere il vero trionfatore della battaglia. Ma, in realtà, la guerra finale avrà un altro scenario; la Camera dei Deputati dove il provvedimento arriverà nei prossimi mesi, e dovrà essere votato, ma soprattutto potrà essere emendato nel merito dei contenuti. Sarà quello il vero campo di battaglia dove Renzi dovrà dimostrare di poter respingere tutti gli emendamenti della minoranza interna.

Infatti non tarda ad arrivare anche il commento di Bersani, che si augura non venga posta la fiducia anche alla Camera: “Voglio proprio sperare che ci sarà lo spazio e il tempo” per le modifiche sul jobs act a Montecitorio, afferma l’ex segretario del Pd.

Francesco Mancuso

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