Sì al Jobs Act, bagarre in Senato

Sì al Jobs Act, bagarre in Senato

Renzi incassa il primo via libera al jobs act. Dopo una giornata di fuoco, il sì al Senato alla Riforma del Lavoro è arrivato all’una di notte: 165 i voti favorevoli, 111 i noi e due gli astenuti. Due senatori della minoranza Pd, Felice Casson e Lucrezia Ricchiuti, non hanno partecipato al voto. Mentre l’altro civatiano, Walter Tocci, ha votato sì e annunciato le dimissioni. I senatori presenti erano 279; 278 i votanti. La maggioranza era a 140.

Nel pieno del dibattito sul calendario dei lavori dell’Aula sulla fiducia al ddl delega, il nervosismo in Aula da parte del M5S è improvvisamente aumentato di livello. In serata, infatti, quando il presidente Grasso ha messo in votazione le richieste di variazione del calendario. Lega e M5s hanno occupato i banchi del governo. Contro Grasso anche un lancio di fogli e libri, tra cui il regolamento del Senato. Poi è arrivata la sospensione, fino alle 20, per consentire alla commissione Bilancio di esprimere il parere sull’emendamento presentato dal governo. La sospensione inevitabilmente ha allungato i tempi per il voto sulla fiducia.

La minoranza Pd aveva presentato un suo documento sul Jobs act, firmato da 26 senatori e 9 deputati, membri della Direzione Pd. Ma “il ricorso alla fiducia interrompe il dibattito parlamentare e rappresenta le difficoltà del governo nel permettere un confronto in Parlamento della maggioranza”, afferma Maria Cecilia Guerra, spiegando che non sarà possibile discuterne.

Una protesta ancora più significativa arriva da Walter Tocci, il quale voterà la fiducia, ma poi si dimetterà da senatore, lo ha comunicato oggi durante un colloquio con il capogruppo democratico Luigi Zanda.

Infine Pippo Civati  si dice “furioso non tanto con Renzi che, dice, va per la sua strada e fa le sue riforme di destra, quanto proprio con il resto della minoranza: “C’è stata una gestione demenziale di questa vicenda da parte dell’area bersanian-dalemiana, sbotta, avevano le armi necessarie per costringere il premier a trattare, minacciando seriamente di non votare la delega senza sostanziose modifiche, e invece da una settimana sono loro, Bersani in testa, a chiedergli di mettere la fiducia per avere l’alibi”. Racconta di aver proposto una strategia unitaria al fronte anti-renziano del Pd: “Bastava fare un documento con quaranta firme di senatori Pd che davano l’aut aut, e Renzi avrebbe dovuto ascoltarci”. Non si sa se la sua area alla fine voterà la fiducia.

Intanto il maxiemendamento continua ad essere oggetto del mistero, visto che lo stesso ministro Poletti che avrebbe dovuto spiegarlo in aula, alla fine si è limitato a consegnarlo nelle mani del presidente del Senato Grasso. Potrebbe sparire il reintegro per il licenziamento per motivi economici.

Presentato il maxiemendamento. Art.18 citato indirettamente

E’ stato presentato proprio in queste ore il nuovo maxiemendamento che andrà a sostituire in toto il testo del ddl riforma del lavoro. Il Governo spiega come l’articolo 18, nonostante non sia citato, sia incluso nel testo: “Il voto riguarda evidentemente l’articolo 18. La delega – si osserva nel comunicato di Palazzo Chigi – attribuisce al Governo il dovere di superare l’attuale sistema e il presidente del Consiglio ha indicato con chiarezza la direzione”. Nella delega si parla di “semplificazione delle procedure, anche mediante abrogazione di norme, connessi con la costituzione e la gestione dei rapporti di lavoro”. Saranno estesi i sussidi di disoccupazione a tutti. Contratti a tempo indeterminato più convenienti rispetto alle altre forme contrattuali e nessun riferimento diretto all’articolo 18. Ma dietro la parola “abrogazione”, il governo nasconde la possibilità di cancellare l’articolo 18, senza citarlo direttamente, lasciandosi così una porta aperta per un eventuale ripensamento e garantendosi spazi di manovra più ampi in sede di scrittura dei decreti delegati che dovranno essere scritti nei prossimi mesi. Così facendo il premier non va allo scontro diretto con i sindacati, lasciando un piccolo spiraglio per qualche correttivo nella futura trattativa con le parti sociali. Tra gli altri nel provvedimento c’è la sperimentazione del salario minimo; l’estensione del sussidio di disoccupazione a tutti, compresi i co.co.co.; la revisione di tutti gli ammortizzatori sociali; le nuove tutele per la maternità e la riforma delle politiche attive.

Intanto, dopo le proteste del M5S in aula, la seduta riprenderà alle 16. La minoranza Pd avrebbe chiesto di rinviare a domani il voto conclusivo. Stando così le cose sarà difficile riuscire a votare la fiducia sulla delega in tempo per la conferenza stampa del Premier alle 18, subito dopo il summit sul lavoro di Milano, al quale saranno presenti anche Merkel e Hollande.

Sul Jobs Act nterviene anche Vannino Chiti, senatore della minoranza Pd: “La fiducia è sulla delega”. “Intanto – spiega – ci sarà il passaggio alla Camera che non credo si limiterà a mettere un timbro. La delega potrà essere precisata nei punti che siano rimasti troppo aperti e vaghi” e, nel caso rimanga una “differenza tra il testo della delega e il documento della direzione del Pd, sarà compito della Camera, o quantomeno del gruppo Pd a Montecitorio, vedere di colmare quella distanza. Questa – conclude Chiti – è una partita molto importante ma questo è solo il primo tempo”.

Si annuncia, dunque, un voto che potrebbe slittare, ma sul quale la minoranza dovrebbe schierarsi per la fiducia. La vera battaglia, quando il maxiemendamento sarà svelato in ogni sua parte, si sposterà alla Camera, dove potrà essere emendato e dove, realisticamente, avverrà il vero scontro frontale con la minoranza del partito.

Francesco Mancuso

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