Hong Kong: la Cina all’esame di maturità democratica

Hong Kong: la Cina all’esame di maturità democratica

Ad Hong Kong le proteste non si placano: nel giorno 65esimo anniversario della nascita della Repubblica Popolare Cinese, gli studenti – e larga parte della società civile – tornano in piazza a chiedere le dimissioni del governatore CY Leung.

Ma cosa sta succedendo davvero a Hong Kong? Come al solito cercheremo di indagare le ragioni di questa crisi civile e democratica, in uno dei punti nevralgici del Pianeta.

Innanzitutto la causa scatenante delle proteste che da giorni hanno portato in piazza la maggioranza degli abitanti dell’ex-città stato enclave britannica in Asia: la decisione del Comitato permanente del Congresso nazionale del popolo cinese circa il meccanismo elettorale per le consultazioni del 2017 nella città.

Un meccanismo che prevede un libero suffragio universale, ma su un lotto di candidati scelti dal governo. Cosa che i cittadini di Hong Kong reputano inaccettabile e che non soddisfa a pieno i criteri democratici.

Negli ultimi mesi Hong Kong è già stata scossa da proteste rispetto alle politiche centrali del governo cinese, in vari ambiti della vita sociale e democratica del governatorato.

Inoltre, le ultime elezioni per il Consiglio legislativo avevano segnato la sorprendente affermazione del Civic Party, movimento politico a forte matrice locale e progressista.

Hong Kong sta registrando dunque, in varie forme, un rigurgito di orgoglio indipendentista, una volontà di riaffermare la sua peculiarità in un sistema politico che presenta delle differenze.

Pechino ha compreso la situazione, anche se evidentemente non ha una ricetta per l’immediato, ma da sempre ha dimostrato di relazionarsi con Hong Kong in maniera particolare, speciale, lavorando in una prospettiva di integrazione.

Ben sapendo, però, che il confine tra integrazione e assimilazione è spesso labile.

Il nuovo corso del Presidente cinese Xi Jinping è sembrato fornire garanzie al processo democratico tradizionale di Hong Kong: anzi, la sua ricetta del “Un paese, due sistemi”, rispettosa dunque delle peculiarità dell’ex colonia britannica, pur riaffermando l’unitarietà della Repubblica popolare cinese, era stata estesa nei giorni scorsi anche al rinnovato dialogo con Taiwan.

La spinosa questione di Hong Kong punge Xi Jinping in un momento di grande apertura alla regione del Sud est asiatico e dell’Asia in generale, in cui la Cina intende giocare un ruolo di primo piano: dall’India di Narendra Modi, con cui Xi Jinping ha da subito intessuto relazioni privilegiate, alle due Coree, a Taiwan. Per non parlare dei buoni uffici che il presidente ha con Mosca e Washington.

Insomma, il momento è cruciale e Hong Kong rischia di essere un laboratorio, un punto di osservazione della nuova Cina, aperto al Mondo, in cui il Politburo di Pechino si sta giocando una posta altissima.

Siamo convinti che il governo centrale cinese riuscirà a gestire in maniera pacifica la protesta di Occupy Central, o quantomeno lo speriamo fortemente, scacciando una volta per tutte dalla memoria passata e dagli sguardi futuri lo spettro di Piazza Tien An Men.

Sergio Vasarri

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