Ebola, medico positivo a New York. Due italiani in quarantena

Ebola, medico positivo a New York. Due italiani in quarantena

È rientrato dalla Guinea 10 giorni fa, e due giorni fa ha incominciato ad accusare i primi segni di malessere. Stiamo parlando di Craig Spencer, medico 33enne del New York Presbyterian, rimasto contagiato dopo il rientro da una missione umanitaria con Medici senza Frontiere in Africa. Ieri è stato ricoverato d’urgenza al Bellevue Hospital, centro attrezzato per le malattie infettive, con nausee, febbre alta e altri disturbi. Spencer è subito stato messo in isolamento e la sua fidanzata in quarantena, mentre è partita la caccia a tutte le altre persone che possono essere entrate in stretto contatto con il medico. Il suo appartamento è stato posto sotto sigilli, insieme alla sala da bowling dove si era recato mercoledì sera. Così, oltre alla fidanzata, le autorità stanno monitorando anche la situazione di due amici di Spencer, e dell’autista della Uber che lo ha riaccompagnato a casa dal bowling. Intanto, a New York, la città più popolata degli Usa, si è subito diffusa la psicosi da ebola e c’è preoccupazione per il contagio che sarebbe difficile da contenere, ma il sindaco De Blasio ha subito rassicurato i cittadini: “Sapevamo che poteva succedere. Non c’è nulla di cui preoccuparsi: siamo preparati a fermare il contagio”. Deciso anche il governatore di New York, Andrew Cuomo: “Dallas si è fatta trovare impreparata, noi no”. Dal Mali, invece, è arrivata la notizia direttamente dal ministero della sanità del primo caso di ebola. Si tratta di una bambina di due anni arrivata nel paese dalla Guinea. Tutte le persone che sono entrate in contatto con lei sono state confinate in quarantena.

In Italia – Sono stati posti in quarantena preventiva fino ai primi di Novembre, secondo quanto riportato dal Corriere della Sera: parliamo di un medico, Paolo Setti Carraro, e di un’ostetrica, Chiara Maretti, lui sessantenne lei trentenne, confinati in casa fino al termine del periodo di incubazione dell’Ebola. Da giugno alla settimana scorsa hanno lavorato in Sierra Leone e ora sono costantemente controllati dagli esperti dell’Asl, perché durante il lavoro sarebbero rimasti esposti al virus. Il rischio, per loro, sarebbe comunque basso.

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