Nasce l’Agenda Fassina?

Nasce l’Agenda Fassina?

È un Fassina battagliero quello che ci risponde al telefono per commentare i fatti di una giornata politica che non è retorico definire campale. Ha ascoltato senza convinzione il discorso del Premier alla Camera e gli ha dedicato due tweet al vetriolo, uno più sferzante dell’altro, e, in attesa della presentazione della nuova segreteria democratica, mette in chiaro che a lui non interessano i nomi quanto la direzione di un partito che, a suo giudizio, non sta rispettando gli impegni assunti con gli elettori ai tempi della coalizione Italia Bene Comune. Senza contare altre due battaglie decisive che lo vedono impegnato in questi giorni: quella per la raccolta delle firme a sostegno del referendum contro l’austerità e l’attuazione legislativa dei vincoli del Fiscal Compact e quella per raccogliere idee, proposte e suggerimenti in vista della sfida d’autunno sulla Legge di Stabilità. Che stia nascendo l’Agenda Fassina?

Fassina, lei nel commentare il discorso di Renzi alla Camera sul programma di governo per i prossimi mille giorni, ha scritto su Twitter: “Renzi dice no a diritto del lavoro di serie A e B. Propone tutte lavoratrici e lavoratori in serie C”. Ci può spiegare le ragioni di un commento così duro?

Tutti vogliamo eliminare le differenze tra lavoratori di serie A e lavoratori di serie B; peccato che le proposte del governo ci portino dritti in serie C, in quanto eliminano gli esigui diritti rimasti a chi in questi anni ha perso potere d’acquisto e subito licenziamenti a centinaia di migliaia e non concedono nulla in più ai lavoratori precari o ai giovani disoccupati.

A tal proposito, lei ha scritto un secondo tweet, asserendo: “Renzi come Monti e la destra utilizza il termine apartheid per scaricare su padri sfigati il dramma del lavoro di figli ancora più sfigati”. Al di là del tema cruciale del lavoro, come valuta le proposte di Renzi nel loro complesso?

Il discorso di oggi aveva anche degli spunti condivisibili. Rimanendo ai titoli, mi riferisco alla riforma della Pubblica Amministrazione, alla riforma della giustizia e agli interventi di semplificazione del fisco; al contrario, è molto preoccupante che il Presidente di turno dell’Unione Europea non abbia speso una parola per mettere in discussione un’agenda di politica economica che, dopo sette anni di crisi, vede l’eurozona ancora tre punti al di sotto rispetto ai livelli del 2007 e un incremento consistente della media dei debiti pubblici, ormai giunti ai limiti della soglia di sostenibilità. Non ha speso una parola su un’agenda economica fallimentare; in compenso, è tornata in auge la retorica della destra sui lavoratori “sfigati”, posti a confronto con quelli ancora più “sfigati”, e la retorica dell’“apartheid” che scarica il dramma della disoccupazione e della precarietà giovanile sulle spalle di lavoratori che, negli ultimi vent’anni, hanno visto assottigliarsi, fin quasi a svanire, i propri diritti. Questa è l’agenda di Monti e dei conservatori europei e determina effetti negativi sul piano dell’equità ed effetti regressivi dal punto di vista della crescita economica. Con quest’agenda, ci attende un 2015 ancora dominato dalla stagnazione e dall’aumento della disoccupazione e del debito pubblico.

Ciò che, sinceramente, mi sorprende è la convergenza fra le critiche al governo che lei sta muovendo in questo momento e quelle, molto dure, che ha mosso Brunetta questa mattina in Aula. Passiamo alle proposte: l’establishment economico ha chiesto a Renzi di accantonare le promesse mirabolanti, individuare alcune riforme chiare e sostenibili e realizzarle. Quali sono i tre punti su cui si concentrerebbe lei, già a partire dalla Legge di Stabilità?

Innanzitutto, Brunetta dovrebbe spiegarci per quale motivo, se era così facile risolvere i problemi, non hanno provveduto loro nei numerosi anni in cui sono stati al governo. Ricordiamoci che la bacchetta magica non ce l’ha nessuno! La priorità, ribadisco, a mio giudizio è iniziare a dire la verità sulla politica economica dell’eurozona che drammaticamente non funziona; poi si dovrebbe varare una Legge di Stabilità espansiva, corredata da provvedimenti “una tantum” che non compromettano gli equilibri di medio periodo ma rianimino, per quanto possibile, il PIL: ad esempio, l’estensione del bonus IRPEF a partite IVA e pensionati, senza dimenticare gli interventi di contrasto alla povertà, che negli ultimi anni è raddoppiata, l’allentamento del patto di stabilità interno per i comuni al fine di far ripartire i cantieri e le piccole opere e un serio contrasto dell’evasione fiscale che è il doppio rispetto alla media europea ed è, purtroppo, completamente uscita dall’agenda; infine, naturalmente, penso a degli interventi sul lavoro che mirino a modificare ciò che è stato approvato finora perché a me va bene un contratto d’inserimento a tutele crescenti che non preveda, per i primi tre anni, l’applicazione dell’articolo 18 ma solo a condizione che questa misura sia accompagnata da un disboscamento della giungla di contratti precari e dall’ampliamento della platea che beneficia degli ammortizzatori sociali: platea dalla quale oggi i precari oggi sono esclusi. Purtroppo, queste priorità non mi sembra che coincidano con quelle indicate oggi dal presidente Renzi.

Nel fine settimana, si è svolto a Milano il vertice dell’Ecofin e abbiamo assistito a un aspro confronto fra Renzi e il finlandese Katainen, plenipotenziario dei dicasteri economici della futura Commissione europea. Come valuta la composizione della nuova Commissione? Come valuta le richieste di riforme strutturali che ci sono giunte dallo stesso Katainen ma vanno nella direzione esattamente opposta rispetto a quella da lei auspicata?

La Commissione europea, purtroppo, è l’espressione della classe dirigente conservatrice dei principali paesi del Vecchio Continente: una classe dirigente che non ha capito il messaggio che è arrivato dalle elezioni dello scorso 25 maggio e che è arrivato anche negli ultimi giorni dalle elezioni in Germania, con l’avanzata degli euro-scettici di Alternative für Deutschland, e in Svezia, dove hanno ottenuto un risultato notevole i populisti xenofobi di Sverigedemokraterna. La nuova Commissione europea sarà dominata da un’asse ancor più spostata a destra e fondata sull’austerità cieca e sulla svalutazione del lavoro; il che è molto preoccupante. Da questo punto di vista, anche l’Ecofin di Milano ha ribadito la solita ricetta: riforme strutturali basate, come dicevo, sulla svalutazione del lavoro e sull’inesistente attenzione al sostegno alla domanda interna e ai consumi, rivalutando anche l’intervento pubblico a favore degli investimenti e la redistribuzione della ricchezza, unica arma in grado di andare ad intaccare l’enorme concentrazione di beni in poche mani che si è venuta a creare in questi anni.

Venendo alle questioni interne al Partito Democratico, oggi Renzi dovrebbe presentare la nuova segreteria. Come si pone la minoranza in merito? Intendete collaborare o tenervene fuori? Infine, in cosa consiste la svolta programmatica che chiedete da tempo al segretario?

Per quanto mi riguarda, il punto è affrontare i nodi politici prima di decidere la composizione della segreteria. E i nodi politici sono quelli che dicevamo prima: il lavoro, la Legge di Stabilità e la legge elettorale. Per Statuto, la segreteria del PD è lo staff del segretario nazionale e, se non si affrontano i suddetti nodi, per me rimane tale. Personalmente, non sono interessato. Il Presidente del Consiglio scelga chi ritiene più appropriato ma è evidente che la scelta dei collaboratori dello staff non ha alcun significato politico.

Scusi Fassina, ma alla luce di ciò che ha detto Civati a “Un giorno da pecora”, ossia che se lasciasse il PD confluirebbe in SEL, e di ciò che sta dicendo lei in questo momento, la domanda è d’obbligo: dato che Renzi non sembra avere intenzione di dare ascolto alle vostre richieste, c’è la possibilità di una scissione a breve della sinistra del partito?

No, è un discorso che non esiste. Noi portiamo avanti le nostre posizioni, in modo costruttivo, nel Partito Democratico: non solo all’interno dei gruppi parlamentari ma anche tra i militanti, gli iscritti e gli elettori. Certamente, ci sono scelte che non condivido ma mi auguro che possano essere corrette prima di arrivare a dati parlamentari rilevanti.

Un’ultima considerazione sul referendum contro l’austerità e l’attuazione del Fiscal Compact di cui è fra i promotori. Come intende coniugare la battaglia nelle piazze e nelle urne con quella in Parlamento?

Il referendum è vittima di una spaventosa censura da parte di quasi tutti i mezzi d’informazione, pertanto è una battaglia controcorrente molto, molto difficile. Stiamo sostenendo la sfida di un gruppo di professori che si sono riuniti nel comitato promotore e intendiamo coniugare quest’iniziativa con l’impegno parlamentare a modificare, nell’ambito delle riforme costituzionali, l’articolo 81 comma 2 della Costituzione (“Il ricorso all’indebitamento è consentito solo al fine di considerare gli effetti del ciclo economico e, previa autorizzazione delle Camere adottata a maggioranza assoluta dei rispettivi componenti, al verificarsi di eventi eccezionali”, n.d.r.), al fine di consentire il finanziamento in deficit degli investimenti produttivi. È un passo importante che precede una nostra forte presa di posizione sulla Legge di Stabilità.

Roberto Bertoni

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