La Direzione del Partito Democratico approva la linea di Renzi sul lavoro

La Direzione del Partito Democratico approva la linea di Renzi sul lavoro

Con 130 voti a favore, 11 astenuti e 20 contrari, la Direzione del Partito Democratico ha approvato nella tarda serata di lunedì l’ordine del giorno con il quale s’impegna tutto il partito a sostenere le politiche sul lavoro illustrate da Matteo Renzi. Il voto è giunto al termine di 4 ore e mezza di dibattito serratissimo, in cui hanno preso la parola soprattutto molti esponenti del fronte del no alle proposte del segretario premier, da Gianni Cuperlo a Massimo D’Alema e Pierluigi Bersani a Stefano Fassina a Guglielmo Epifani e Francesco Boccia a Giuseppe Civati, tra gli altri. Il fronte dei favorevoli ha visto invece schierati, tra gli altri, esponenti del calibro di Piero Fassino, Roberto Giachetti, Paolo Gentiloni, Renato Soru. In direzione è intervenuto anche il ministro del Lavoro, Giuliano Poletti, il quale ha ovviamente riaffermato il senso delle proposte di legge da lui stesso redatte. Mentre un altro ministro, quello della Giustizia, Andrea Orlando ha espresso una serie di perplessità su alcune delle questioni molto calde in discussione. Il presidente della Commissione Lavoro della Camera, Cesare Damiano, ha invece proposto almeno tre punti del testo legislativo sui quali occorrerebbe ancora lavorare, e parecchio. Insomma, forse per la prima volta da quando Renzi è segretario del PD, il dibattito in direzione è stato ricco di analisi, di confronti, anche molto aspri, di spunti di riflessione. Certo, il tema della riforma del lavoro costringeva, di fatto, ad alzare il tono politico della discussione, soprattutto dopo giorni di insulti e di conflitti personali sui media, talmente elevati da costringere Bersani a dire che “è stato messo in atto anche nel Pd una sorta di metodo Boffo”, l’ex direttore del quotidiano dei vescovi Avvenire, cacciato via a causa di una pesante campagna stampa fatta di calunnie e insinuazioni.

E se Renzi ha ceduto su almeno due fronti, quello della legge sulla rappresentanza sindacale nei luoghi di lavoro e quello dell’incontro con tutte le sigle sindacali nella Sala Verde di Palazzo Chigi, su tutto il resto, a partire dalla sostanziale abolizione dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, non ha voluto fare concessioni. Anzi, nella replica finale ha anche rilanciato i cavalli di battaglia della “sua” riforma del mercato del lavoro: massiccio sfoltimento dei contratti a tempo determinato, riforma degli ammortizzatori sociali e universalità della loro applicazione, contrattazione decentrata e di secondo livello.

Al di là delle consuete schermaglie retoriche sui vecchi e i giovani, sul passato e il presente e il futuro, il conflitto, in direzione, è avvenuto su tre punti sostanziali, che potrebbero esplodere ulteriormente nei gruppi parlamentari, quando saranno discussi i testi legislativi. Il primo punto è stato sollevato dall’intervento di Massimo D’Alema, quando ha citato il premio Nobel Joseph Stieglitz, per il quale non è possibile operare riforme del lavoro quando l’economia è in piena fase di recessione o di deflazione. Per D’Alema, occorrerebbe prima lavorare per favorire la crescita, e solo in seguito, a crescita acquisita, andrebbe costruita una riforma del mercato del lavoro. L’invito di D’Alema è stato dunque quello di investire quanto più è possibile nella crescita economica, anche perchè con così poche risorse pubbliche è difficile universalizzare gli ammortizzatori sociali, ad esempio. La risposta di Renzi non si è fatta attendere: noi lavoriamo, ha detto il segretario premier, per un quadro di riforme che dettano il contesto in cui la crescita può avvenire, dalla riforma costituzionale alla riforma istituzionale ed elettorale, dall’intervento sulla pubblica amministrazione alla giustizia civile, ed ora alla riforma del mercato del lavoro, per creare un paese più attraente sul piano degli investimenti, interni e soprattutto esteri. Quanto a Stieglitz, ha detto Renzi, in Italia la sua teoria non funziona, perchè a crescita in corso, a fine anni Novanta, è stata dettata una riforma del lavoro quanto meno catastrofica. La divaricazione politica e culturale tra D’Alema e Renzi dunque non è mai stata così vistosa.

Il secondo punto di contrasto politico lo ha fatto emergere l’economista deputato Stefano Fassina, per il quale la riforma del lavoro cui Renzi pensa resta nel solco segnato dai grandi poteri europei, che in questi anni hanno imposto politiche di austerità e vincoli finanziari talmente elevati da sacrificare il lavoro e i lavoratori. Il ragionamento di Fassina ha introdotto un legame tra politiche macroeconomiche di destra e indirizzi politici della riforma renziana. In realtà, però, su questo punto, di analisi economica della fase, e di indirizzo strategico per uscire dalla crisi senza mettere in campo altre forme di austerità, Renzi ha clamorosamente glissato, sostenendo semplicemente che è opera dell’Italia se il neo presidente della Commissione Europea Juncker ha promesso investimenti per trecento miliardi. Anche su questo secondo punto, la divaricazione politica e culturale tra le due anime del Partito democratico è abbastanza clamorosa ed evidente.

Infine, il terzo punto di contrasto è ovviamente relativo all’abrogazione sostanziale dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori e ai rapporti con le forze sindacali. Bersani ha raccontato che quell’articolo è stato cambiato appena due anni fa dalla ministro Fornero, e che la sua eliminazione non aggiungerebbe alcun posto di lavoro in più. Anzi, peggiorerebbe la condizione dei lavoratori nelle aziende con più di quindici dipendenti, perchè, oltre al motivo concreto della facile licenziabilità, esiste un principio inviolabile, quello per cui ogni lavoratore è una persona, con diritti e dignità, e merita rispetto, con una tutela forte ed estesa. Ma da questo orecchio, né il segretario né la maggioranza della direzione hanno deciso di intendere: non solo nella replica di Renzi, l’articolo 18 è stato nuovamente e selvaggiamente stracciato via come inutile e inservibile, ma anche nell’ordine del giorno è stato scritto che esso può essere utilizzato solo in casi di evidente discriminazione (quali siano questi casi, però, non deve più deciderlo il giudice del lavoro) e per eventi disciplinari (anche in questo caso, non essendoci un giudice, chi lo decide?). Dunque, la direzione del Partito democratico ha deciso che l’articolo 18 non si occuperà più del reintegro nel posto di lavoro, ma ammetterà solo un indennizzo. Solo che in quella proposta renziana viene anche abolita la necessità del ricorso dinanzi al Tribunale, e il lavoratore si troverà solo dinanzi al suo datore di lavoro a valutare e a quantificare l’eventuale indennizzo. È su questo punto che si è generata la divaricazione fortissima non solo con una parte del Pd, ma soprattutto con la Cgil, che minaccia lo sciopero generale e forme di mobilitazione. L’abilità di Renzi è stata quella di presentare la presunta inutilità dell’articolo 18 perchè si applica solo a lavoratori a tempo indeterminato in aziende con più di quindici dipendenti, “appena” 8milioni e mezzo di lavoratori, ma non dice che toglierà tutte le forme di discriminazione alla valutazione e alla giurisdizione dei tribunali. Così, un altro pezzo dei diritti dei lavoratori, accanto a moltissimi altri già negati in questi anni, se ne andrà via con l’abrogazione sostanziale dell’articolo 18 dello Statuto del lavoratori.

Pino Salerno

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