In tempi di crisi cresce solo la mafia

In tempi di crisi cresce solo la mafia

Il Regolamento UE 549/2013 prevede che i proventi dell’economia criminale vengano conteggiati nel calcolo del PIL dei singoli Paesi. Un’autentica follia. Ecco perché.

La più recente stima del volume di affari delle cinque mafie italiche l’ha fornita la CGIA di Mestre, che ha valutato in 170 miliardi di euro il “fatturato” di ‘ndrangheta, cosa nostra, stidda, camorra e sacra corona unita. Il dato è stato fornito dall’associazione guidata da Giuseppe Bortolussi a fine agosto. Si tratta, evidentemente, di un dato inquietante perché svela un incremento rispetto a precedenti stime di pochi anni fa, che attestavano gli affari delle mafie sui 130-150 miliardi all’anno. Precisa Bortolussi: “La stima del valore economico prodotto dalle attività criminali è il frutto di una nostra elaborazione realizzata su dati della Banca d’Italia. Va ricordato, in base alle definiziioni stabilite a livello Ocse, che i dati prodotti da Bankitalia non includono i reati violenti come l’usura e le estorsioni. Detto ciò, questi 170 miliardi di fatturato prodotti dalle mafie corrispondono al Pil di una regione come il Lazio. Oltre alle distorsioni del mercato, agli effetti sociali devastanti e allo svantaggio competitivo che un’area interessata dalla presenza delle organizzazioni criminali è costretta a subire, stimiamo in maniera molto approssimativa che il danno erariale prodotto dall’economia criminale si aggira attorno ai 75 miliardi di euro all’anno”.

Nel quadro generale di un’economia in recessione, di una deflazione che comincia a produrre i suoi effetti negativi, di una disoccupazione tornata al picco del 12,6 per cento, gli unici affari che non conoscono crisi sono quelli delle mafie. Questo fenomeno era già evidente nel 2007-2008 quando, in controtendenza con la crisi mondiale sviluppatasi in quegli anni, gli affari delle mafie già allora presentavano trend in crescita. Negli anni successivi si è confermata questa stridente contraddizione, fino ad arrivare ai dati di oggi che scrivono la parola fine sui ricorrenti tentativi di sottovalutazione dei fenomeni mafiosi e dell’economia criminale.

L’idea di includere l’economia criminale nel calcolo del PIL nell’eurozona nasce nel lontano 1995 (Sec ’95) ed è stata poi codificata in un Regolamento europeo, per cui,  “ora, a partire proprio da questo settembre 2014, gli Stati membri adotteranno il nuovo sistema europeo dei conti nazionali e regionali – Sec 2010 – in sostituzione del Sec 95. Il nuovo sistema, definito nel Regolamento Ue (549/2013) pubblicato il 26 giugno 2013, presenta alcune importanti differenze rispetto al precedente”, spiega Mario Centorrino, Ordinario di Politica Economica nell’Università di Messina. Pertanto, l’idea non è Made in Italy, ma proviene dall’Europa. Scrive Eugenio Scalfari nel suo editoriale su la Repubblica di domenica 24 agosto 2014: “Contabilizzando il reddito che le varie mafie ricavano dalla droga, dagli appalti, dai bordelli, dalle sale da gioco, il PIL nazionale aumenterà di almeno 60 miliardi di euro. Non combattendo il formarsi di quel reddito, ma contabilizzandolo. Ne avranno un vantaggio e ne saranno tutti contenti all’Istat, all’Eurostat, al Tesoro. A me sembra una pura e semplice vergogna”.

Scalfari introduce così una scelta di campo di carattere morale ed etico, che non si può non condividere. Ovviamente, per ragioni morali ed etiche, ma anche per valutazioni di tipo economico.

  • Innanzitutto, la letteratura economica internazionale sottolinea la volatilità delle valutazioni sull’economia illegale, che riguarda prevalentemente i proventi delle mafie, ma anche diverse aree dell’economia sommersa e dell’economia apparentemente legale, che comunque è borderline per quanto attiene al rispetto delle regole a cui è sottoposta l’economia legale.
  • Gli affari delle mafie si concentrano non soltanto nelle attività citate da Scalfari, ma si estendono ormai a settori quali la gestione del ciclo dei rifiuti, l’ingresso nei circuiti finanziari internazionali, il controllo di società quotate in borsa. Ma si tratta di movimenti finanziari difficilmente quantificabili e, soprattutto, impossibili da controllare.
  • Gli affari delle mafie movimentano capitali dall’economia illegale a quella legale specialmente negli ultimi 15-20 anni e la specializzazione in questa osmosi è soprattutto della ‘ndrangheta calabrese. Le relazioni della DIA, anche la più recente del giugno 2014, hanno dimostrato che tali operazioni finanziarie sono ormai globalizzate, ma che, i “cervelli” degli affari ‘ndranghetisti sono sempre in Calabria, soprattutto nella provincia di Reggio Calabria, con particolare riferimento alla Locride. Pertanto, a coloro che hanno prodotto quel regolamento europeo, la domanda da porre è semplice e non avrà mai una risposta: come pensate di controllare gli affari delle ‘ndrine con la testa in Calabria e i tentacoli in tutto il mondo, dalla Germania all’Australia?
  • E’ storicamente dimostrato da magistrati e forze dell’ordine che addirittura nel settore degli appalti pubblici, le mafie si aggiudicano lavori senza mai comparire, facendo ampio ricorso a società prestanome con tanto di certificato antimafia, per cui i casi di appalti mafiosi che si sono scoperti hanno comportato un approfondito lavoro di investigazione, anche attraverso le intercettazioni. Figuriamoci se, anno per anno, è possibile includere questi “pezzi” di economia criminale nel calcolo del PIL. E’ matematicamente impossibile per qualsiasi genio dell’economia.

Alla luce di queste considerazioni, i ragionamenti e le azioni da sviluppare sono di altro genere e di altra ispirazione, con buona pace di quel Regolamento UE.

  • Occorre un’opzione forte e decisa da parte dei Governi europei per azioni di contrasto sempre più efficaci nei confronti dell’economia illegale, rendendo uniforme a livello europeo uno spazio giuridico comune, che comprenda severe norme contro l’autoriciclaggio, in maniera tale che le mafie possano essere combattute in tutti gli Stati allo stesso modo e non, come avviene oggi, quando, di fronte all’Italia che ha la legislazione antimafia più avanzata al mondo, ci sono poi altri Stati europei in cui la legislazione è a maglie talmente larghe per cui le mafie si muovono liberamente facendo lì quel che non riescono a fare in Italia.
  • Nel nostro Paese, intanto, l’articolo 4 del pacchetto Giustizia recentemente varato dal Governo, fa muovere un altro passo avanti nel contrasto all’autoriciclaggio perché include in questa fattispecie di reato non soltanto chi lo commette direttamente, ma anche il soggetto che tace sapendo di avere affidato proprie risorse finanziarie a chi compie l’autoriciclaggio. E questo è obiettivamente un fatto positivo, con inasprimento delle pene con la reclusione da 3 a 8 anni e multe da 10 mila a 100 mila euro.
  • Occorre che tutti assumano la consapevolezza che gli affari delle mafie non possono rientrare  nel calcolo del PIL perché non producono ricchezza, ma costituiscono, al contrario, una vera e propria zavorra per l’economia legale, secondo un’intuizione del Censis del 2005. Le mafie sottraggono e non aggiungono allo sviluppo economico, quasi per una loro mission negativa, connaturata ai loro riti e ai loro stessi motivi di esistenza. E’ dimostrato che gli enormi affari delle mafie arricchiscono soltanto i grandi boss e le loro famiglie, mentre soltanto le briciole finiscono nella disponibilità di gregari, di affiliati di piccolo calibro, nonché di soggetti collaterali. Per cui, anche la stima dei 170 miliardi all’anno va considerata in tal senso: quasi tutto va ai boss e poco o nulla ritorna nei territori di origine. La Calabria è emblematica: tutti i dati degli ultimi 10-15 anni hanno rimostrato che è la regione più povera d’Italia con una ‘ndrangheta sempre più ricca. Qualcosa vorrà dire questo. O no?
  • Le misure per combattere la crisi economica, per la ripartenza dei consumi e per il cambio di verso nelle politiche per l’occupazione non possono prescindere da scelte politiche e sociali atte a combattere l’economia criminale, che, tra i tanti effetti nefasti, ha anche quello di svantaggiare oggettivamente l’economia legale o di colpirla direttamente, attraverso meccanismi quali le intimidazione e l’usura che, già in passato, hanno scritto storie drammatiche di aziende passate dalla legalità all’illegalità, semplicemente perché l’economia illegale occupa gradualmente quella legale fino a sostituirla completamente.
  • Il Governo non può ignorare che senza un contrasto sistematico all’economia criminale, nel Sud continuerà a registrarsi la fuga degli investimenti, oltre alla fuga ormai consolidata dei talenti, ma anche dei cittadini. Svimez calcola che “se il Pil del Paese cede dello 0,1 per cento vuol dire che il crollo al Sud è almeno dell’1 per cento” e parla di un Sud in via di spopolamento. La “questione meridionale”, oggi, non può essere affrontata con gli stessi criteri di 30-50 anni fa, perché ormai è una “questione nazionale”, come dice Stefano Fassina. Lo sforzo vero va compiuto sul piano delle infrastrutture, con interventi mirati dello Stato centrale e con controlli severi sull’esecuzione dei lavori. Altrimenti il Sud non si riprenderà.

Il tempo è scaduto e non c’è spazio per ulteriori analisi e dibattiti sul nulla. Questo è il momento di agire sia sul fronte legislativo, rendendo uniforme e più efficace la legislazione antimafia, sia sul fronte della scossa economica da imprimere al Sud perché l’intero Paese riprenda a crescere, dopo le ferite del fiscal compact. Occorre che la politica, l’economia e i soggetti sociali assumano tutti una consapevolezza: l’Italia può crescere soltanto se cresce il Sud, ma il Sud potrà crescere soltanto se saranno sconfitte le mafie. Ma il momento è adesso. Altrimenti, tra qualche anno, saremo ancora a ripeterci le cose di oggi o di ieri. Con il Sud alla deriva, ma con l’economia criminale che continuerà a crescere incontrastata.

Orfeo Notaristefano

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