Festival Filosofia di Modena, conversazione con Marc Augé

Festival Filosofia di Modena, conversazione con Marc Augé

Marc Augé si considera ormai da tempo un antropologo del mondo contemporaneo. I suoi ultimi libri, molto noti e letti anche in Italia, affrontano molto da vicino i nuovi riti quotidiani della vita moderna. Tra le ultime opere, segnaliamo: Per strada e fuori rotta e Le nuove paure.

Professor Augè, nell’ambito del FestivalFilosofia sulla Gloria, lei ha dedicato la sua lezione magistrale alla scrittura e alla morte. Per quale motivo?

“Quella che io ho chiamato aspirazione alla gloria non può concretizzarsi senza la scrittura. Chi aspira alla gloria ha bisogno degli storici o dei memorialisti, come Napoleone a Sant’Elena, dove dettò le sue memorie ai generali. O come Luigi XIV, il re Sole, il quale fu costretto a lasciare vestigia narrative e memorie. Dopo la Rivoluzione Francese, tuttavia, si genera un nuovo tipo di eroe romantico, che detta una sorta di modello di riferimento. E poi ci sono coloro che usano la scrittura per soddisfare la loro personale aspirazione alla gloria. Pensi ai manuali scolastici di Letteratura della nostra adolescenza. Non sono essi stessi monumenti alla gloria? Ovviamente, nessuno scrittore pensa di entrare nella classifica speciale dei classici quando scrive. Ci pensano i posteri a classificare ciò che deve diventare un classico nella speciale graduatoria letteraria. Così, coloro che vengono considerati grandi classici, meritano uno o più capitoli, e gli altri poche righe. In realtà, la morte è l’ombra che la gloria porta con sé. Siamo stati educati a considerare la morte come opportunità di gloria perchè molti l’hanno ricevuta solo post-mortem”.

Dunque, la gloria, o la celebrazione della gloria, si considera solo a partire dall’immagine che i posteri forniscono della grandezza?

“In realtà, la gloria è un progetto che implica una connivenza con la storia. Mi spiego. Prenda ad esempio uomini come Marx o Freud: viene difficile immaginare che essi abbiano progettato la loro vita seguendo un ideale di gloria post-mortem. Tuttavia, la storia del pensiero politico ed economico rende a Marx la gloria e l’onore che gli si deve, come la storia della psicologia rende a Freud ciò che a Freud è dovuto. È ovvio che mentre erano ancora in vita essi erano celebri. In questo caso, la celebrità è stata l’anticamera della loro gloria post-mortem. Ma vi sono anche casi di persone celebri in vita, che non hanno lasciato traccia post-mortem e il loro ricordo si è progressivamente dissolto”.

Professor Augè, lei ha anche studiato i rituali contemporanei dal punto di vista dell’antropologo. Come è cambiato il senso della celebrità, e della celebrazione della gloria, nel mondo contemporaneo?

“Nel mondo globalizzato, i riti sono dettati, in un modo o nell’altro, dalle forme della comunicazione e del consumo. Esse propongono al nostro sguardo l’elenco di coloro che si avviano alla celebrità, mentre sono in vita. Le ricordo il famoso detto attribuito a Warhol, per cui ognuno di noi, per una volta nella vita, ha il suo quarto d’ora di celebrità. Nel mondo globalizzato, lo schermo è divenuto una sorta di specchio rafforzato, in cui ogni individuo può vedere naricisisticamente il proprio volto riflesso più volte. Addirittura, con l’avvento delle nuove tecnologie di comunicazione e con la loro diffusione di massa, lo schermo stesso è diventato appendice della nostra mano. Lo schermo del cellulare è divenuto così una sorta di salvagente rispetto alle nuove paure dettate dalla società contemporanea. In quest’ultima, il tempo si è frammentato, si è spezzato, in mille forme di un presente eterno, senza un’idea di futuro. E lo spazio si è talmente allargato da coincidere col mondo, cosicchè il mondo è diventato paradossalmente piccolo e lo si tiene in una mano. Tuttavia, tenere il mondo in una mano non equivale a conoscere il mondo. È a questo punto che emergono i riti quotidiani della contemporaneità, che hanno lo scopo di allontanare le nuove paure e l’abisso della morte. Le faccio un solo esempio. Quando uno di noi va in pensione, ecco che si organizzano feste, e ciascuno, più o meno, ricorda com’è stata la sua relazione col pensionando. Insomma, non lo si dice apertamente, ma quello che si svolge, dal punto di vista del rituale, non è che un’anticipazione del funerale. Quella persona che se ne va, viene messa da parte, e si elabora una sorta di lutto collettivo, in attesa che il suo posto venga preso da un altro più giovane. Mettere da parte, come un morto, chi non è più utile, utilizzando un rituale, è tipico della società contemporanea, che nasconde la saggezza piuttosto che usarla a suo vantaggio”.

Pino Salerno

(Fonte: Il Velino)

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